Lezioni sulla Via della Seta

Andrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea Forlani

Da Milano a Dushanbe in ventiquattro giorni, Team Touring ha portato a termine la terza edizione della Silk Road Race, il viaggio di solidarietà in favore del Cesvi. Dopo 8.368 chilometri percorsi, 11 Paesi attraversati e nessuna multa presa, ecco il resonconto della loro avventura.

Perdersi è una questione di metodo. Ma noi, formalmente, non ci siamo mai persi. Seguivamo le indicazioni del navigatore satellitare. Uno di quelli moderni, modernissimi: un’applicazione scaricata sul telefono che sfrutta le mappe di Google. Non so come faccia a funzionare, ma funziona. Lui ordinava e noi dietro, fideisticamente. Avanti, destra, sinistra, svolta qui, prendi quella, segui questa. Da Milano a Dusˇanbe, per 8.368 chilometri non ci ha mai tradito: le conosceva tutte, le strade. Tranne forse un paio di volte.

A Samarcanda, era domenica mattina, ultimo giorno di Ramadan, svoltando a destra invece della strada c’era un muro: ma in Uzbekistan tiran su i muri dalla mattina alla sera e non era certo colpa sua. Comunque: è bastato tornare indietro, percorrere centro metri e ha ritrovato subito la maestra via. Solo un’altra volta si è smarrito. Anzi, a dirla tutta non si è proprio smarrito. In Kazakistan, tra la città di Aktau, sul Caspio, e il paesino di Beyneu quasi al confine con l’Uzbekistan seguiva la sua mappa interiore. Solo che probabilmente la mappa era aggiornata all’epoca di Brezˇnev. Per cui trent’anni dopo invece che una strada di collegamento tra due Paesi c’era una pista deserta, nel deserto. Che non fosse la strada migliore avremmo dovuto intuirlo, quando le altre auto si sono fatte via via più rade. Sospettarlo, quando la ferrovia che costeggiavamo ha svoltato decisamente a sinistra e noi invece siamo andati dritti. Temerlo, dopo che si sono persi anche i gasdotti che facevano compagnia. La fine dell’asfalto avrebbe dovuto darci della risposte, se solo ci fossimo posti delle domande. Invece nulla: il navigatore indicava avanti. E noi dietro. Neanche quando i cammelli a bordo strada sono diventati dromedari e poi, dopo chilometri, sono spariti anche quelli ci siamo preoccupati. Dritti? Sempre dritti, indietro non si torna. Quando la traccia sulla sabbia da una è diventata trina e davanti a noi si stendeva il piattume di un deserto a mezzogiorno ci siamo preoccupati. Quale prendere? Boh. Dove andare? Mah. Cosa si vede all’orizzonte? Niente. Cosa dice il navigatore? Dritto, qua dice che c’è una strada.

Come nelle migliori tragedie greche a sbrogliare la matassa arriva provvidenziale l’aiuto esterno nelle vesti di una jeep kazaka che alla surreale domanda «Per l’Uzbekistan?», risponde «прямо, prjamo, sempre dritto». Pastore errante kazako uno, navigatore uno. Così la prima cosa che abbiamo imparato da questo viaggio è una certezza poco romantica: con uno smartphone puoi arrivare ovunque. Oramai le mappe servono giusto se sei un feticista della geografia e ami scorrere col dito la strada che stai percorrendo, come se solo così potesse corrispondere a quella dei tuoi sogni.

La seconda è che il nostro concetto di nulla non si addice all’Asia Centrale. Se a qualcuno di ritorno da un viaggio chiedi come era il posto dove è stato e ti risponde «Non c’era nulla. Nulla da vedere, nulla da fare», vuol dire che non è stato un bell’andare. Nella parte di Asia Centrale che abbiamo attraversato, dalle rive del Caspio fino al Tagikistan, non c’era nulla. Eppure era uno splendido viaggiare. Soprattutto la prima parte – quella ritratta nelle foto di queste pagine – quei 1.200 chilometri di strada da Aktau fino alla città carovaniera di Khiva, ai margini del deserto del Khorezm, in Uzbekistan, sono un grande scatolone ripieno di nulla. Le statistiche dicono che in quella parte la densità abitativa è di 2,5 persone per chilometro quadrato. L’impressione è che la statistica sia di stile sovietico, dunque menta: non si arriva neanche a 2,5 cammelli per chilometro quadrato. Abbandonata la tristanzuola architettura razionale e pianificata di Aktau, città di petrolio che vorrebbe darsi un’aria da destinazione turistica internazionale, ma sconta il fatto di essere periferica persino per un Paese periferico come il Kazakistan, si percorrono chilometri e chilometri di spazi vuoti. Steppe gialle battute dal vento; pozze d’acqua evaporata e coperte di sale rosa; depressioni profonde decine e decine di metri e lunghe chilometri; antiche scogliere striate di bianco, mandrie di cavalli allo stato brado che si immergono in stagni emersi chissà come; trombe d’aria originate dal caldo eccessivo; lontano qualche traliccio dell’alta tensione segna il paesaggio e rappresenta l’unico legame con la modernità. Un vuoto da ammirare, rimanendo stupiti al solo pensare che per secoli carovane di mercanti e briganti potessero solcare queste strade, attraversare questi spazi e questi silenzi sovrumani per commerciare spezie, ori, saperi. Un nulla che non è più nulla.

Soprattutto quando pensi che ancor oggi è attraversato quotidianamente da decine di camionisti che arrancano nella sabbia, andando a dieci, venti chilometri all’ora con i loro automezzi pesanti tonnellate. E allora forse bisogna imparare (e tre) a rivedere anche il nostro concetto di viaggiatore. Chi sono i veri viaggiatori? I turisti che per piacere ripercorrono le vie dell’Asia Centrale, o i camionisti che per dovere incrociano su strade che non sono strade. Sulla Kara Karajev, il fetente traghetto battente bandiera azera che ci ha portato da Baku ad Aktau, ne abbiamo incontrato uno, russo, che doveva andare a Bisˇkek, in Kirghizistan. Era un uomo enorme, non altissimo, ma incredibilmente imponente. Suonava un mandolino piccolo piccolo, strimpellando con sapienza canzoni russe di una tristezza sconfinata e una versione piacevole e struggente di O’ Sole mio. Viaggiava da settimane e l’avrebbe fatto per almeno un altro mese. Era, è la sua vita. Andata e ritorno, dalla Polonia al cuore dell’Asia Centrale per qualche migliaio di euro, dovendo scansare buche che sono voragini e poliziotti che sono voraci, doganieri corrotti e capre ingovernabili che invadono il percorso. Come lui tanti altri: bielorussi, turchi, georgiani, lettoni, ucraini. Viaggiatori veri, che non scrivono libri e non scattano fotografie. Uomini che tra il divertito e il sorpreso quando vedono un Land Rover di italiani per strada si chiedono sempre: che ci trovate in queste terre, perché venite fino a qui?

Già, che ci troviamo? È la stessa domanda che ci ha fatto un giovane karakalpako quando gli abbiamo spiegato che stavamo andando a vedere quel che resta del lago d’Aral. È difficile da spiegare, specie in usbeko, che si può essere anche attratti dall’abbandono. Che anzi si può trovarlo quasi poetico. E in fatto di abbandono l’Aral e la cittadina di Monyaq potrebbero vincere la medaglia d’oro olimpica nella categoria «cartoline dallo sfascio». Un tempo il pescosissimo Aral era il quarto lago al mondo, adesso è una deserto di sabbia e sale. Monyaq all’epoca era un porto fiorente, adesso è un avamposto nel deserto. Non deve essere semplice per la gente cresciuta qua nascere marinai e trasformarsi in sedentari pastori di sabbia. Per questo chi ha potuto se ne è andato: Monyaq aveva 40mila abitanti, oggi ne ha dodicimila. Persone rimaste arenate, come le navi arrugginite appoggiate in equilibrio sulla sabbia, sul fondo del fu lago, che attirano i rari turisti. Testimoniano l’assurdità di un progetto folle, come folle sanno essere solo i potenti assoluti: far fiorire il deserto. Ovvero trasformare le aride steppe usbeke in un’immensa piantagione di cotone, perché così si era deciso a Mosca e così era stato scritto nei piani quinquennali. Di tutte le sfumature della tristezza, quella di Monyaq è di certo la più intensa. Ma uno (e quattro) impara anche ad apprezzarla.

Ma in Asia Centrale non ci si imbatte soltanto nella poesia della dismissione. Alle volte si arriva anche in luoghi come Khiva, la cui bellezza è certificata dall’Unesco, che l’ha eletta Patrimonio dell’umanità. Le sue mura di fango fanno pensare alla fortezza Bastiani, quella dove il giovane ufficiale Dogo fu spedito dalla fantasia di Dino Buzzati ad aspettare i tartari. Solo che Khiva era proprio una delle città da cui arrivavano i tartari. Sede di un khanato «terribile e malefico», per secoli centro del commercio di schiavi in Asia centrale, governata (almeno fino a quando non cadde definitivamente in mano russa, nel 1920) da una stirpe di khan feroci, accompagnati da una fama tremenda e sanguinaria, oggi è una cittadina minuta e animata. Lontana a sufficienza dalle rotte turistiche da mantenere una vita propria, non focalizzata solo all’accoglienza dei viaggiatori. Insomma, nonostante sia restaurata di fresco (soprattutto le molte madrasse, le scuole coraniche e i minareti ornati di maioliche di tutte le sfumature del blu e del celeste) Khiva regala la piacevole impressione di essere un luogo vivo e vissuto, non un museo a cielo aperto. Così il centro storico monumentale è popolato di bambini che giocano per strada, famiglie che in estate dormono sul tapchan (un grande letto di legno) sull’uscio di casa, uomini che vanno in moschea e signore che parlano da una finestra all’altra. Se lo guardi di notte, dalla sommità di un palazzo, il profilo di Khiva sembra disegnato a carboncino: l’archetipo dei luoghi da scoprire sulla via della Seta. Il posto ideale dove imparare (e cinque) che perdersi è un’altra declinazione del verbo viaggiare

Fotografie di: Andrea Forlani