Sicilia: evviva San Calogero!

Gianni CiprianoGianni CiprianoGianni CiprianoGianni CiprianoGianni CiprianoGianni CiprianoGianni CiprianoGianni Cipriano

Naro, nell’entroterra agrigentino, e fuori dai tour turistici, vive nel culto del santo che distribuiva il pane agli affamati. Una fama che lo ha portato a sfilare in processione persino a Londra. Ma la vera festa è nel suo paese. E non solo qui. Naro, comunque, al di là del suo Santo, merita una visita per scoprire le sue chiese, il castello chiaramontano, la Biblioteca Feliciana e il suo piccolo museo.

San Calogero: da Naro, nell’Agrigentino, a Londra. Il cliente più anziano e silenzioso del mio studio legale a Brixton, nel Sud di Londra, era un vecchietto che usciva di casa soltanto una volta l’anno. Con una cappa sulle spalle e una scatola di erbe medicinali in mano, veniva condotto in processione dai suoi devoti in giro per il quartiere di Little Italy, dove, come tanti suoi compatrioti, era arrivato dalla Sicilia in tempi lontani. Di questo doveva ringraziare la regina Vittoria, che nel 1883 ingiunse alla polizia di Londra di autorizzare la comunità cattolica di Clerkenwell di far passare per le strade della città la statua di S. Calogero di Naro con il suo seguito. Fu la prima processione cattolica permessa in Inghilterra dopo trecentocinquant’anni, da quando Enrico VIII aveva voltato le spalle alla Chiesa di Roma. Ancora oggi la numerosa comunità siciliana, non più rinserrata nel povero quartiere del primo arrivo a Londra, si raduna nelle strade di Clerkenwell per portare in giro il suo santo protettore; esattamente come a Naro. E fu proprio un signore che da lì era emigrato a chiedermi di creare un fondo per mantenere la festa di S. Calogero a cura della chiesa italiana di S. Pietro a Londra. Anche per questo, vent’anni dopo ho fatto il mio piccolo pellegrinaggio alla cittadina siciliana che gode della sua protezione.

 Ogni San Calogero ha dunque la sua personalità, con pregi e difetti. San Calogero d’a Marina fa grazie ogni matina. San Calogero di Girgenti fici grazie e si ’nni penti. San Calogero di Naro di grazie ni fici un cintinaru. Senza alcun dubbio il San Calogero di Naro è il più generoso di grazie, se non il maggiore dei fratelli, ed è ricompensato, nel mese di giugno, con una processione e una lunga festa.
Ma Naro merita una visita comunque; indipendentemente dal giorno della processione. Stranamente il paese non è incluso nel percorso archeologico inventato dai tour operator che porta dalla villa romana del Casale di Piazza Armerina (En) alla valle dei Templi di Agrigento, si raggiunge in dieci minuti di auto percorrendo una godibilissima deviazione dalla strada che unisce Palma di Montechiaro ad Agrigento, lungo la statale 115. Imboccato il bivio per Naro la strada sale verso l’entroterra con grandi curve, in un paesaggio straordinariamente suggestivo in cui le rocce si alternano ai terreni coltivati. Costeggia poi i bacini artificiali creati dalla diga sul fiume Naro, ormai ridotto a torrente e da cui la cittadina prende il nome, e infine raggiunge, sulla sommità di un colle, l’abitato e il suo castello, una roccaforte chiaramontana, posta a guardia di un vasto territorio e costruita sulle rovine di un casale arabo. Restaurata di recente, offre uno dei più bei panorami sull’interno della Sicilia: la vista spazia fino alla cima dell’Etna. Naro è rimasto un borgo nascosto e appartato grazie alla disattenzione dei tour operator, ma anche grazie ai suoi abitanti, i naresi, che lo custodiscono e lo proteggono gelosamente: il centro medievale è circondato da una cintura di costruzioni in cemento mai terminate, prive di intonaco e di qualunque senso estetico. Solo quando supera questa cintura posta quasi a difesa del cuore del paese il turista intrepido si troverà nelle viuzze strette e tortuose del centro antico, raccolto all’interno delle mura difensive erette nel XIII secolo dall’imperatore Federico II di Svevia.

 Naro, non è un posto per turisti in pullman o per visitatori che si lasciano scoraggiare da bivi apparentemente ciechi, con doppio cartello di senso proibito (e ciò nonostante i naresi siano cortesissimi nel dare indicazioni e i vigili urbani clementi). Ma chi, con anche solo un po’ di fede in San Calogero e nella fama di Naro, andrà avanti sarà ricompensato. Altrimenti parcheggerà nel primo spazio libero – davanti al santuario di S. Calogero, o nella piazza del Municipio – e poi visiterà a piedi la città che Federico II definì «fulgentissima». Città feudale, poi demaniale e capitale di comarca, nei secoli successivi Naro si è abbellita dotandosi di innumerevoli palazzi nobili, di chiese e di conventi con stupende facciate in pietra arenaria, che al tramonto assume una delicata tonalità rosa. Purtroppo la pietra ha sofferto lo scorrere del tempo e le raffiche del vento e oggi necessiterebbe di restauri. Per fortuna il massiccio convergere, nel Seicento, di ordini religiosi ha lasciato un’eredità di chiese e monasteri dagli interni davvero splendidi. A eccezione del castello medievale battuto dai venti, Naro ha un’impronta squisitamente barocca. Il convento dei Frati minori ospita il municipio, la ricchissima Biblioteca Feliciana e un piccolo museo: meritano tutti e tre una visita.
Il declino di Naro, iniziato con l’Unità d’Italia, ne ha preservato però l’antica struttura: strade che si snodano lungo i colli, eleganti portali, balconi a petto d’oca, ma soprattutto scalinate, scalinate che da sole valgono il viaggio: larghe, strette, lunghe, corte, maestose, intime, dritte, ad angolo, fiancheggiate da muri su cui si aprono innumerevoli porte e porticine, finestrelle e balconate, e costeggiate da muraglie cieche che nascondono i giardini segreti dei naresi. Nell’Agrigentino si dice che il gran numero di entrate e uscite, tutte adorne di cornici e festoni barocchi, è dovuto alla bellezza delle donne naresi: le loro dimore erano molto frequentate e, per evitare incontri imbarazzanti, era meglio che le vie di entrata e di uscita fossero ben distinte. Ma questa potrebbe anche essere una calunnia messa in giro dagli abitanti del vicino paese di Grotte, gelosi del San Calogero di Naro. Del loro, decisamente meno generoso, si dice: «San Calogero di Grutti, mangia, vivi e si ’nni futti».

Fotografie di: Gianni Cipriano