Giorno 9. Tbilisi (Georgia) - Sheki (Azerbaigian)

Andrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea ForlaniAndrea Forlani

Nella chiesa di mattoni si sta celebrando messa. E' domenica mattina e una folla di persone dalla faccia sofferente e assorta entra e esce dalla chiesa dove un coro non certo improvvisato intona canti che per ignoranza della cultura ortodossa direi simili ai canti gregoriani. Ad ascoltare, signore con il capo coperto da velette colorate di colori pallidi o da veli ricamati del tutto simili a quelli che indossavano le donne al paese dei miei durante la processione della madonna del Carmelo. Non sono solo anziane, ci sono tante giovani. Pare che in Georgia siano assai devoti e a giudicare dall'intensità degli sguardi, dai silenzi, dal modo in cui fanno il segno della croce con le tre dita deve essere vero. E' strano il trasporto con cui catturano il fumo dell'incenso con le mani inebriandosi. Se non ci cacciassero dalla chiesa per via dei poco rispettosi pantaloncini corti ci sarebbe da stare ore a osservare. Amen.

Venire in Georgia e non conoscere Rustalevi è come essere a Firenze e ignorare l'Alighieri. Ma lo ammetto: non sapevo chi fosse. Scopro, leggendo, che si tratta di un poeta contemporaneo di Dante di cui a quanto pare ogni georgiano sa qualche verso. Un po' come noi ricordiamo a memoria "per me si va nella città dolente" e altri endecasillabi sparsi. Il nome di Rustalevi incuriosisce perché se uno ha qualche ora di tempo per passeggiare per le vie di Tbilisi si imbatte in un sacco di Rustalevi: vie, statue, scuole, università, ristoranti. E di certo sarebbero di più se uno sapesse leggere il georgiano, ma essendo tutto fuorché intuitivo (scritto ricorda l'aramaico, o anche il cingalese) ci si deve accontentare delle traduzioni in inglese.

Lingua a parte, Tbilisi è europeissima e alquanto sorprendente. Non avevo un'idea precostituita su come potesse essere: mi aspettavo il solito relitto postsovietico con qualche tocco di medievale. E invece no: qualcosa di sovietico c'è, chiaro, ma è minimo. Il centro storico è di una bellezza inaspettata: case di legno a un passo dal fiume, chiuse ortodosse una sopra l'altra, un castello imponente sulla collina, e poi strade acciottolate, alberi che fanno il fresco sui marciapiedi. Su tutto un fervore di lavori di ristrutturazione che lascia basiti. Sembra di stare in Cina per quanto si lavora. Case, piazze, hammam, ponti e palazzi: l'intero centro è in restauro.

Te lo aspetteresti in Germania, non nel cuore del Caucaso. Soprendente: è così intenso che rischia di rendere la città troppo laccata se non lasciano che la vita si impadronisca delle case tirate a lucido. Certo, mi piacerebbe sapere chi paga: perché vino a parte, la Georgia non è che produca granché. Forse il kachapuri, ma credo che oltre confine lo conoscano ben in pochi, anche se meriterebbe più fortuna. E' buono quanto una delle migliori pizze. Ogni regione della Georgia fa il suo: di base è una sfoglia tipo pizza con formaggio, che può essere fuso, abbrustolito, messo sopra, dentro. Lo si mangia a colazione, a pranzo e a cena. Da solo fa un pasto, soprattutto quello che fanno a Batumi, con formaggio fuso e uovo in carrozza.

Ma questa mattina non c'è tempo per assaggiarlo ancora, tocca camminare che poi si parte per l'Azerbaijan. Peccato, peccato davvero perché ci sarebbe un sacco da vedere e da conoscere in questo posto. Si dovrebbe parlare dell'architettura contemporanea (i palazzi assomigliano tutti a lettere dell'alfabeto georgiano), dei cambiamenti di questi anni, delle spinte indipendentiste delle varie regioni del Paese, del vino, della cucina. E invece tocca imboccare il viale George W. Bush (c'è pure una sue foto a segnare la strada) e fare rotta verso il confine azero.

Ogni volta che varco un confine mi chiedo chi me lo fa fare. Io li temo, i confini. Da sempre. Mi crea una certa ansia anche passare quello tra Como e Chiasso. E non ho niente da nascondere. Questo tra Azerbaijan e Georgia lo temevo più di tutti. Immaginavo già i controlli stile Kgb, i bagagli aperti, le domande. Ci avevano anche parlato di ore e ore di attesa, tanto che avevamo fatto scorta di pane, acqua e pomodori georgiani. Invece niente. Tutto fila liscio che neanche ci si crede. I georgiani, cortesi. salutano senza battere ciglio. Dal lato azero, a parte l'inizio surreale con le auto in attesa su un ponte nella terra di nessuno e le mucche che beate pascolano allegramente fregandosene dei confini, pure. Anche se quando hanno fatto scendere i miei compagni di viaggio e li hanno mandati a fare la fila dei pedoni e sono rimasto io, la macchina e una compagnia non certo allegra di azeri e georgiani ho temuto. "Il prossimo anno a Sestri Levante, tutta l'estate. Giuro". E invece in venti minuti e con 15 dollari di tassa (con tanto di ricevuta, altro che corruzione!) ci si è tolti il pensiero. "Thank you. Arrivederci. Welcome in Azerbaijan" dice quello con il cappello più grande. E dire che l'ultimo cartello visto dal lato georgiano non faceva presagire nulla di buono. "Good Luck", c'era scritto.

E' andata bene. Ci siamo meritati il caravanserraglio settecentesco dove dormiamo questa notte, a Sheki. Fin qui siamo arrivati. Domani scopriremo che posto è questo Azerbaijan di cui ignoriamo quasi tutto. Forse anche come si debba scrivere correttamente il suo nome (con la J? con la G?). Impareremo, siamo qui per questo.

Fotografie di: Andrea Forlani