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Speciale Silk Road Race - Team Touring sulla Via della seta 2012

Giorno 10. Sheki (Azerbaigian) - Baku (Azerbaigian)

di Tino Mantarro | Fotografie di Andrea Forlani
Giorno 10. Sheki (Azerbaigian) - Baku (Azerbaigian)

Sul far del giorno del sei agosto duemiladodici il Team Touring affronta la traversata dell'Azerbaijan. Andando a 70 chilometri all'ora contempla un po' la situazione storica. Che cosa sappiamo noi di questo posto? Che cosa ci aspettiamo? Non sappiamo nulla e ci aspettiamo poco. Per quanto mi riguarda questa dovrebbe essere la prima di quattro scatole di sabbia a forma di stato che attraverseremo d'ora in avanti. Con una capitale dalle cui mura giallastre immagino si vedano antichi pozzi di petrolio, pompe e tralicci. Non so come si sia formata questa immagine ingenua, forse un quadro visto in un museo, forse una cartolina sbiadita, chissà.

Invece l'Azerbaijan che vediamo frettolosamente non è nulla di tutto questo. Il posto dei grandi fuochi (questo vuol dire il suo nome) è una terra verdissima, almeno per noi che entriamo da nord e scendiamo verso il Caspio. Alle volte sembra di stare in Toscana per quanto sono belle le colline coltivate. Lungo la carreggiata doppi filari di noccioli e alberi che forse non sono platani, ma hanno la stessa funzione, ombreggiano il cammino. E così sembra di andare trionfalmente su certe strade tra Siena e Arezzo, solo che non ci sono piccoli borghi e cipressi all'orizzonte, ma chilometri di vuoto. Spazio fino a dove si vede e ancora oltre. La strada saltella assai e iniziamo a benedire con convinzione la Land Rover che ci evita le buche più dure e fa filare tutto liscio.

L'impressione è che andando verso oriente il numero di vecchie Lada sovietiche cresca in modo inversamente proporzionale alla ricchezza. Cresce anche il numero di pattuglie che presidiano la strada, di ritratti del fu presidente e di animali che invadono la carreggiata. Se in Georgia ai bordi del percorso c'erano mucche dall'attitudine contemplativa, qua ci sono mandrie di buoi e bufali d'acqua (ma anche oche, galline e qualche sparuto asino) che con menefreghismo camminano sull'asfalto. E crescono anche i curiosi che salutano strombazzando, i bambini che si avvicinano quando ci fermiamo e l'idea che si stia entrando in Asia anche se sulla nostra destra si vedono ancora le cime del Caucaso. Sopra alcune c'è la neve. Sulla testa volteggiano aquile.

Quando mancano meno di cento chilometri a Baku il paesaggio cambia. Quel che era verde diventa prima marrone, poi giallo. Bastano tre tornanti e dall'altipiano fresco in cui scorrazzavamo precipitiamo in un girone di sabbia e caldo. L'aria diventa quella di un phon acceso a forza tre, l'orizzonte scolora e il cielo si fa bianco. Ecco l'antipasto dell'Asia centrale. A bordo strada paesi di mattoni che sembrano colonie di pionieri, miniere e tralicci dell'alta tensione che custodiscono il niente come guardie in servizio permanente. In fondo, tra la polvere, Baku.

Si respira petrolio, a Baku. Petrolio nelle narici, petrolio negli occhi. La periferia è un groviglio di strade, tank per lo stoccaggio del greggio, palazzi in costruzione e camion che corrono senza regole. Il centro è un altro mondo. Nel mio sogno a colori mi aspettavo una cittadina assonnata e polverosa. Mi ritrovo invece un posto in pieno fermento. Guardando in alto grattacieli affusolati, gru, palazzi residenziali vista mare. Guardando in basso strade invase di Mercedes, Bmw e Suv, vetrine di Gucci, Dolce e Gabbana e tutte le firme della moda, grandi alberghi e un via vai di persone che sembrano andare in giro godendosela. Solo la polvere è la stessa che si respira nei sogni.

Fuori dalle mura le città novecentesca edificata dai primi baroni del petrolio, quando questa terra era ancora in mano allo scià di Persia. Grandiosi palazzi Art Nuoveau, strade alberate, piazze immense e fontane. La nuova Baku, quella della ricchezza post socialista, cresce invece alle spalle e sul mare. Il Bulevard è un incredibile susseguirsi di torrette, hotel e centri commerciali che di notte si illuminano come un luna park. Tutto sembra bello e ospitale. Solo il clima è respingente. Dal Caspio sale un'umidità prodigiosa: vien quasi da pensare che, a furia di evaporare così tanto, il mare possa quanto prima seccare. Camminando i volti tradiscono lineamenti persiani: capelli corvini, barbe ispide, occhi gentili. Sarebbero musulmani, ma la birra è onnipresente, le coppie si tengono per mano e il velo protegge dal sole, non dagli sguardi.

Questo è ancora Occidente. L'Asia centrale inizia poco più in là, oltre il Caspio. Sta nelle mani dell'intermediario trovato quasi per caso che oggi alle 12 ci dirà se ci potremo imbarcare sulla nave per Aktau o se rimarremo arenati qui.

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