Giorno 21. Bukhara (Uzbekistan) - Samarcanda (Uzbekistan)
Dopo tre settimane questa mattina la passiamo a fare i turisti, quelli veri. Compriamo due sciarpe, un cappello da aviatore sovietico, un suzani (i tappeti locali) e una bandiera rossa e blu con falce e martello che apparteneva alla Repubblica socialista sovietica dell'Uzbekistan. Si fanno acquisti nel bazar, ma la contrattazione qui non è certo selvaggia come in Cina e in Marocco. Anzi, è piuttosto discreta e senza troppi salamelecchi. Loro dicono il loro prezzo, meglio se in dollari. Tu rilanci, meglio se in sum. E poi si tratta, ma c'è poco margine. E non vale neanche la pantomima dell'abbandonare la trattativa e andare via, sdegnati. Difficile che ti rincorrano, soprattutto se stai cercando di acquistare qualcosa di qualche valore. Il prezzo è quello e al massimo "little discount". Così oggi mentre cercavo di comprare una collana, forse di corallo e argento, forse no, ho provato cosa sia l'inflessibilità in un bazar uzbeko.
"How much?"
"80 dollars"
"80? Too much. 50 dollars.
"50 dollars no. 80 good price. Maximum discount ten dollars".
"Ten dollars?! How many Sums?"
"The same of 70 dollars"
"Fity euro is ok?"
Rapido controllo con la calcolatrice, consulto con signore del banchetto di fronte e poi. "No. Fifty euro is too less. Euro 58: 70 dollars".
"Niente. Ciao."
Non serve neanche far finta di tornare con l'esperto di gioielli italiano che decreta 50 euro come prezzo giusto per l'acquisto. La signora non si smuove. "Cinquanta euro good price for my boss, but not for me. Last price 58 euro". Nulla da fare.
E neanche al terzo round, un'ora dopo cede: 58 euro voleva e 58 euro ha avuto. Ma alla fine di tutto ha stretto la mano, tenendo i soldi in mano. "Good price for me, good price for you". Con questa sicurezza si può ripartire per Samarcanda.
Tappa breve e senza troppi scossoni, da Bukhara a Samarcanda. Sembra quasi di andare in autostrada, anche se il concetto uzbeko di strada è piuttosto diverso dal nostro. Così guidando ti può capitare di incontrare un carretto trainato da un asino che va contromano, trattori con tre ruote parcheggiati all'angolo della strada; mucche che saltano gli spartitraffico inseguite da giovani pastori, qualche pecora, una Volga che viaggia spedita in controsenso sulla corsia che potrebbe essere di emergenza, una serie di rifornimenti senza benzina, una dozzina di posti di blocco dove non ci degnano di attenzione, un piccolo tratto di deserto, venditori di meloni e angurie, bambini che fanno il bagno nei canali di irragazione e una signora che passeggia col suo ombrellino parasole in corsi di sorpasso e non pare curarsi di chi le passa accanto. Così i 261 chilometri di oggi diventano un'altra passeggiata in un mondo diverso, che ha regole tutte sue cui non resta che adeguarsi. Tanto siamo arrivati a Samarcanda, la città sognata da tutti i viaggiatori. E questo per oggi basta. Ci rintaniamo nella nostra guesthouse, sorseggiando un the di benvenuto nel giardino lussureggiante.
La cosa più difficile della giornata è stata parcheggiare il nostro mezzo qui dentro. Aziza, la padrona, ha tirato fuori persino il metro. Insisteva che siamo troppo alti per entrare, anche se a occhi si vedeva che ci entravamo. Neanche quando ha visto che siamo alti 2.43 e il suo ingresso è 2.58 si è convinta. Dopo venti minuti di cinema, qualche santissimo sprecato e una sacco di manovre alla cieca di Michele siamo entrati. Team Touring 1, Aziza zero. Domani scopriremo questa città della fantasia.


