Cina: Shangri La o Cinecittà?

Michael Yamashita/National Geographic TravelerMichael Yamashita/National Geographic TravelerMichael Yamashita/National Geographic TravelerMichael Yamashita/National Geographic TravelerMichael Yamashita/National Geographic TravelerMichael Yamashita/National Geographic Traveler
Nello Yunnan cinese alla ricerca della versione himalayana di Atlantide, luogo (presunto) dell’eterna giovinezza e della quotidiana felicità, tra miti e misteri tibetani

Quando l'autobus a due piani smette di arrancare, inizia a nevicare. «Xue, Xue», «neve, neve» dicono quasi in coro i compagni di viaggio ridestandosi dal torpore. Sarà stato il rosario di curve o il film in costume trasmesso per la terza volta, però a bordo dormivano tutti. Meglio per loro: non hanno visto l’autista mentre saggiava l’esattezza del principio di impenetrabilità dei corpi, cercando più e più volte di penetrare nei camion che scendevano in senso opposto, salvo scostarsi all’ultimo istante, quasi si fosse dentro un videogioco e non su una strada.
«Benvenuti in Tibet» recita il cartello fuori da quella che sembra un’area di sosta, ma è solo una stalla. Quando i cinesi parlano del Tibet meglio essere diffidenti e non credere a nulla, men che meno alle mappe ufficiali. Amministrativamente questo non è Tibet. Culturalmente sì. Lo si capisce guardando case e tetti: spariscono quelli a gondola con le tegole nere che si vedono ovunque, dalle steppe della Mongolia interna alle montagne del Sichuan; compaiono abitazioni grandi e compatte, coperte con spioventi di scisto che a prima vista assomigliano tanto ai masi altoatesini. Pelosi yak prendono il posto delle mucche, cambiano i lineamenti dei volti: diventano subito scuri, meno rotondi, più duri. Anche gli abiti sono diversi: in tanti, soprattutto donne, indossano i tradizionali vestiti pesanti e colorati. Portano copricapi porpora, rosso e blu, con la nonchalanche delle cameriere tirolesi. Anche se si chiama Yunnan, questo è davvero Tibet: terra di serenità e inquietudine. 
«Missionari e avventurieri occidentali, che avevano solo sentito parlare di questo mitico posto al di là di inaccessibili montagne di ghiaccio, si misero in cammino affascinati da questa sacra, isolata lontananza volendo svelare l’ultimo mistero dell’Oriente» scrive Tiziano Terzani in La porta proibita. È qui, in un luogo non precisato immerso tra le montagne himalayane, al di là di più passi di quanti un uomo di sana e robusta costituzione ne potesse scalare in vita sua, che si collocava il regno di Shangri-La, equivalente montano di Atlantide. Città mitica e irraggiungibile, nascosta tra nuvole e nevi perenni. Un luogo dove avrebbero trovato la formula dell’eterna giovinezza e della quotidiana felicità. Citato nei libri sacri del buddismo tibetano e diventato mitico in Occidente negli anni Trenta grazie a un brutto libro di fantasia, Orizzonte perduto, dello scrittore inglese James Hilton. Un romanzo che ha ispirato registi (Frank Capra nel 1938 vinse due Oscar), poeti e giornalisti nel costruire quel mito tutto nostro del Tibet come terra santa, gioviale e leggera. Ma soprattutto misteriosa. «Il mistero di un luogo elusivo e affascinante, una fuga dal conosciuto con le caratteristiche del sogno e dell’allucinazione, che riunisce la saggezza orientale (la proiezione occidentale dell’Oriente), le speranze infantili di un controllo della vita e della morte, la ricerca narcisistica del Sé e l’attrazione per la frontiera ultima» scrive Stefano Malatesta parlando di Shangri-La. 

Però quando si arriva nel Tibet non immaginario le cose cambiano. Soprattutto oggi, nel 2014. Il mito è appunto un mito. Il libro di Hilton opera di fantasia. Lo scrittore non ha mai messo piede in Asia. Si era ispirato ai reportage dell’esploratore Joseph Rock pubblicati dal National Geographic e su resoconti di viaggio, tradotti e riassunti, di due gesuiti francesi del Settecento. La sua Shangri-La era un parto della fantasia. Così come lo è quella che oggi i cinesi chiamano con questo nome evocativo. L’odierna Shangri-La infatti si trova nell’estremo Nord-Ovest della provincia cinese dello Yunnan ed è stata battezzata così nel 2002 per motivi di misero marketing turistico. Prima si chiamava Zho–ngdiàn ed era una delle tante, nemmeno la più bella, tra le cittadine tibetane colonizzate dai cinesi in questa zona di alte montagne (quasi settemila metri) che si trovano sulla strada del tè e dei cavalli che da Dali portava a Lhasa e poi in Nepal e in India. Solo che negli anni Novanta qualcuno deve aver fiutato il potenziale turistico di un luogo a suo modo mitico e così hanno ricostruito quasi da zero quello che prima era un quartiere di vecchie e povere case tradizionali tibetane. Dando vita a qualcosa che assomiglia a una Disneyland o forse, meglio, a un villaggio finto di quelli che oggi ospitano gli outlet all’uscita degli svincoli autostradali. Solo che invece di vendere oggetti di lusso a poco prezzo qui si vende paccottiglia cinese di qualità dubbia e prezzo trattabile: pelli di yak, campane tibetane, coppette di rame, tappeti artigianali tutti uguali; oppure si offre ai chiassosi turisti cinesi la possibilità di farsi fotografare in abiti tradizionali a cavalcioni di un immenso, docile, yak bianco. 
Intorno a questo parco a tema è cresciuta una città moderna che come tutte le città cinesi contemporanee ha perennemente quell’aria da villaggio olimpico due settimane prima della cerimonia di inaugurazione: in costruzione, sottosopra e sempre fuori scala. Non fa eccezione Shangri-La/Zho–ngdiàn con le sue strade a tre corsie, i palazzi di otto piani, gli edifici pubblici monumentali, che uno si chiede che bisogno ci sia quando ci si trova su un altipiano a 3200 metri, in una zona abitata più da cani, maiali e yak che persone. Ma questa è la via cinese alla modernità, guai a metterla in discussione: il motto degli ultimi piani quinquennali è abbattere, spianare, ricostruire. E allora che si abbatta, si spiani e si ricostruisca. Sempre più grande. Sempre più moderno. Sempre più Cinecittà. Anche se qui un villaggio antico, cresciuto intorno alle mura del Ganden Songzanlin, il magnifico monastero buddista, replica in scala del Potala di Lhasa, c’è già: ed è uno dei luoghi più perfetti e a suo modo originali che sia dato trovare in tutta la Cina. 

Ecco, questa era la shangri-la dei cinesi. E usare l’imperfetto è d’obbligo, perché il centro dell’Orizzonte perduto è andato perduto lo scorso gennaio. Bruciato per colpa, pare, di un immenso corto circuito. Così quel che resta della mitica Shangri-La è un cumulo di pietre spaccate, legna bruciata e polvere mossa dal vento. Un paesaggio che assomiglia a Pompei. 
E allora uno dovrebbe disperarsi per la scomparsa di un patrimonio storico inestimabile, un antico borgo tibetano del secolo scorso. Ma poco male che tutto sia andato in fumo, davvero. Perché attratti dallo specchietto per le allodole della mitica Shangri-La una volta che si arriva fin qua non si può che godere dello spettacolo immenso che si estende tutt’intorno. Shangri-La è solo il punto di partenza per un viaggio in una regione storicamente e geologicamente assai diversa dal resto del Paese. Una regione abitata da un gran numero di minoranze che fino a qualche anno fa erano ancora maggioranza, ma che adesso si stanno un po’ annacquando per via della politica del governo che invita i suoi contadini a partecipare alla corsa all’Ovest, per colonizzare le terre estreme della Repubblica Popolare. 
Da qui si parte per un circuito di saliscendi all’interno del Parco nazionale (e Patrimonio Unesco) dei tre fiumi paralleli: il Mekong, il Fiume Azzurro e il Saluen, che sfocia in Birmania. Si sale fino ai 4300 metri lungo la nuova strada che da Shangri-La porta a Deqin, ricalcando l’antica via del tè verso Lhasa. Si sale e ogni mattina l’autista tibetano inizia il viaggio pregando. Invero lo fa ogni volta che ci mettiamo in macchina. Solo che la mattina recita i suoi mantra come un baritono soffocato, con una voce che sale dalle caverne dalla gola e si diffonde nell’abitacolo. Una specie di «oooohhhmmm mani padme hum» prolungato che viene dal petto e dal profondo. Prega per venticinque minuti. Prega senza interruzione. E appena trova uno stupa si ferma ad accendere incensi con la scusa «picture, picture». Di certo è persona tranquilla e assai pia. In quattro giorni ha inveito solo una volta contro un camion che ha tagliato la strada. Lo ha fatto gridando «yak, yak», che a questo punto potrebbe essere l’equivalente tibetano di «cornuto».
È un viaggio reso faticoso dall’altitudine, ma vale la pena. A ogni curva si apre un paesaggio punteggiato di colorate bandiere votive che spargono preghiere al soffiare del vento, immense solitudini e maestose aquile che volteggiano a metà via tra l’asfalto e il cielo. L’aria è tersa e leggera. L’aridità mediorientale delle montagne contrasta con i terrazzi coltivati verde smeraldo che grattano ogni superficie arabile. I fiumi sono invariabilmente marroni come in mezzo al deserto e se ne stanno accovacciati lì sotto, lontani come un marciapiede visto dal tetto di un grattacielo. I villaggi, poveri e polverosi, sono aggrappati ai fianchi scoscesi delle montagne come quadri alle pareti. Oltre, sullo sfondo, domina il massiccio del Meili Xue Shan, le montagne innevate di Meili. La cima più alta è il monte Kawagebo, 6740 metri, sacro per i buddisti tibetani e dunque inscalabile. Nonostante questo, nel 1991 una spedizione congiunta sino-giapponese tentò di violare la vetta: i 17 alpinisti morirono travolti da una valanga. Il Kawagebo segna il confine con il Tibet, quello vero. Quello dove serve un permesso speciale per andare. Probabilmente è lassù che andranno prossimamente per cercare la vera Shangri-La, regno inventato della felicità. La stessa che almeno per un giorno si prova arrivando qui.                          

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Foto di Michael Yamashita/National Geographic Traveler