Siamo tutti berlinesi

Nicolò LanfranchiNicolò LanfranchiNicolò LanfranchiNicolò LanfranchiNicolò Lanfranchi

Migliaia di italiani ci si sono trasferiti e l’hanno scelta. Perché bella, economica e stimolante. Un’isola felice più cosmopolita che tedesca dove la vita ha un ritmo frizzante ma sostenibile. E con questa formula slow si è ripresa il titolo di vera capitale d’Europa. I racconti di chi l'ha scelta per caso, per lavoro o per passione. Tra passeggiate in biciletta, aperitivi lungo il fiume e gallerie d'arte sempre nuove e da scoprire.

«Questo è l’ombelico di Berlino», dice Paolo con un misto di entusiasmo e sarcasmo indicando il centro circolare e spelacchiato del Görlitzer Park a Kreuzberg. È marzo, fa freddino, il sole è impegnato nella solita danza con le nuvole basse del famoso cielo sopra Berlino, ma il parco è pieno di gente anche se sono le 16 di un normale lunedì pomeriggio. Tanti bambini, molti giovani, qualcuno che sembra scappato dallo zoo. «Poi c’è lui» indica, «viene qui tutti i giorni in cerca di qualcuno che lo sfidi a frisbee, è un po’ un’istituzione, una certezza. Io lavoro in un locale qui vicino, passo spesso e lo vedo sempre». Paolo Tacchini è bergamasco e vive a Berlino da un paio d’anni dopo esperienze a Palermo e in Thailandia. Per mantenersi cucina in un bistrot poco distante, poi dedica il resto del suo tempo a suonare la tromba. Ha scelto di trasferirsi un po’ per caso e si è ambientato alla perfezione; parla di qualità della vita e incontri fortunati, racconta di aneddoti e storie di altri italiani, si diverte e non lo nasconde: «Ho uno stipendio che mi permette di vivere dignitosamente, l’assicurazione medica garantita e sto seguendo un corso di tedesco», conclude. Paolo è solo uno dei circa 15mila italiani che hanno deciso di trasferirsi a Berlino, la capitale «povera ma sexy» secondo la definizione del suo stesso sindaco, Klaus Wowereit.

Il tasso di disoccupazione al 12 per cento, contro il 6 della media nazionale tedesca, dovrebbe essere un deterrente naturale, eppure da una decina d’anni Berlino è davvero la più «sexy» delle città europee. Una città che si risveglia in ogni quartiere diversa. Una città che ha rallentato l’impetuosa corsa al cambiamento degli anni Novanta, ma che lentamente continua nel suo processo di evoluzione. Una città aperta a tutti, ma che ha una predilezione evidente per chi arriva portando con sé un carico di energia e belle speranze. Per questo gli emigranti italiani di oggi sono decisamente diversi da quelli di 50 anni fa. Certo, spesso lavorano in ristoranti (sulla base di una fiducia tutta tedesca sul buon gusto gastronomico che ogni italiano porta in dote), ma coltivano tutti o quasi velleità creative che riescono spesso a soddisfare. Abitano tra Kreuzberg e Neukölln, Mitte e Prenzlauerberg, in condivisione, in affitto o proprietari; qualcuno ha messo su famiglia grazie alle garanzie che lo Stato continua a dare, crisi o non crisi.

Roberto e Daniela, proprio considerando tutte queste cose, a Berlino hanno deciso di metter su famiglia e qui hanno avuto il loro bimbo, Elia. Daniela si racconta: «Sono partita per una sfida con me stessa; ora non so se resterei qui per sempre, ma è evidente che avendo un bambino questa è la città perfetta. Il verde pubblico è ovunque e il sostegno alle famiglie è straordinario: dal parto ai 18 anni ogni bambino riceve il Kindergeld, soldi che servono per il suo mantenimento». Roberto le fa eco «Andare in bici con Elia è sicuro e tranquillo e in inverno ci si rifugia in un Kindercafé, bar con aree riservate ai bambini». Le famiglie degli expat, gli emigranti espatriati per scelta e non per necessità, le incontri nei parchi, nei ristoranti, nei musei. Le riconosci perché hanno scelto l’inglese «come lingua franca per comunicare». Provengono da mezzo mondo e hanno tutte l’aria soddisfatta. Sfrecciano lungo le infinite piste ciclabili con la serenità di chi sa di avere sempre la precedenza, non solo in sella.

«Questa città è una piccola isola al centro dell’Europa, una sorta di esperimento sociale dove i più giovani sono protagonisti del loro tempo», spiega Giovanni Teodori, storico trasferitosi per curiosità intellettuale e voglia di imparare il tedesco, «ci si gode la vita anche con pochi euro in tasca e c’è uno scambio costante tra diverse culture e ambienti».

La prima volta a Berlino è un’immersione nella storia del secolo breve. Il Novecento ha qui la sua sintesi perfetta. Giusto quindi ammirarne il patrimonio storico e architettonico: rimanere affascinati dalle collezioni dei musei, toccare con mano i pezzi di muro conservati qui e là, fare foto al checkpoint Charlie, la vecchia linea di confine tra est e ovest, bighellonare sulla Unter den Linden, la strada con le vetrine, rimanere in silenzio al memoriale dell’olocausto progettato da Peter Eisenman. Oppure ancora intrufolarsi nella hall della biblioteca di Stato, prenotare un concerto alla Filarmonica (entrambe di Hans Scharoun), fare shopping a due passi dalla Gedächtniskirche, la chiesa bombardata durante la seconda guerra mondiale, guardare con un po’ di fastidio lo zoo, quello protagonista del libro shock Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, prendersi tutto il vento in faccia sulla terrazza del Reichstag, la cui cupola è una delle attrazioni da non perdere.

E poi salire sulla torre della televisione per rendersi conto di quanto è grande, verde, ricca di fiumi e canali Berlino. A questa altezza sono concesse solo risposte affermative. Vuoi tu tornare a scoprire altro di questa città? Vuoi tu prendere in sposa la qui presente? La torre è la preferita dai turisti e dagli sposi che ci vengono per dire il loro sì. Un sì allo sposo e al panorama, inevitabilmente. Riccardo Previdi e Christiane Rekade lo hanno fatto nel 2008. Lui artista italiano, lei curatrice svizzera, sono berlinesi acquisiti da oltre dieci anni ormai. Vivono a Prenzlauerberg, quartiere a est che, abitualmente, entra nel cuore dalla seconda volta in poi che si visita Berlino. Non è incluso nei giri turistici classici, ma chi è alla ricerca dell’anima più contemporanea della città non può non passarci. Camminare per le sue strade è istruttivo. «Abbiamo deciso di vivere qui perché è tranquillo, ma divertente. Siamo a pochi passi da Alexanderplatz, ma giri l’angolo e la quiete è assoluta», spiega Riccardo. In pochi chilometri quadrati emergono un po’ tutti i pregi e i difetti della Berlino del presente. Parchi gioco pullulanti di bambini scalmanati, ma educati, cantieri e palazzi ristrutturati in stile («il risultato non è sempre dei migliori però», si lamenta Riccardo che è un architetto votato all’arte e non dimentica le sue origini), decine di bar, sempre pieni, età media sotto i 40 anni, anche l’abbigliamento sembra seguire canoni precisi. D’altronde gli indirizzi dello shopping sono gli stessi per scelta e vanno dalla Alte Schonhauser Strasse alla Kastanienallee, passando per la Münzstrasse e gli Hackesche Höfe. «Dopo tanti anni a Berlino non immagino una quotidianità diversa da questa. Io e Christiane abbiamo comprato casa, abbiamo ciascuno uno studio fuori dove lavorare, abbiamo amici italiani, americani, tedeschi, svizzeri...», prosegue Riccardo addentando un enorme «ghetto burger» nel suo locale preferito, The bird, fondato e gestito da due expat newyorkesi e realizzato in puro stile Brooklyn. Manco a dirlo, qui si ordina solo in inglese. Provate a chiedere una cottura non al sangue e riceverete insulti davvero da ghetto.

La terza volta a berlino è quella che costringe a guardare avanti, a cercare le avanguardie di qualcosa che già è ben presente. Come spesso accade è la creatività nelle sue varie forme a fare da apripista. Christiane propone un tour nelle gallerie d’arte contemporanea nella zona di Tiergarten, un quartiere popolare dove tra kebab e perfino un centro commerciale a luci rosse ci sono alcuni tra gli indirizzi più cool. Suona a citofoni senza nome e si aprono porte magiche che nascondono il meglio della produzione più ricercata. Si capisce che conosce tutti, d’altronde è il suo mondo. A un certo punto di Potsdamer Strasse tradisce però un po’ di stupore. «Devi vedere lo showroom di Andreas Murkudis, è lì che si vestono quelli che sono più alla moda!». In effetti lo spazio è bello e lo stile minimal chic raggiunge vette inaudite, un po’ come i prezzi. Ma quello che la lascia veramente di stucco è scoprire che in pochi mesi nello stesso spazio post industriale hanno inaugurato altre gallerie, tutte nuove, tutte da scoprire. «Basta distrarsi un attimo e tutto cambia», conferma Christiane. La geografia della città è in costante mutamento, un po’ come i suoi abitanti. Quelli di pochi giorni o di una vita intera.

Fotografie di: Nicolò Lanfranchi