Parchi a confronto

Stefano ArditoStefano ArditoStefano ArditoStefano ArditoStefano Ardito

Quelli del Gran Paradiso e d’Abruzzo, Lazio e Molise festeggiano il loro novantesimo compleanno. Vi raccontiamo chi sono, che cosa offrono, come cambiano due storici modelli di natura protetta italiani. Tra successi e pericoli, sfide e avventure, l'ambiente preservato continua a rappresentare un modello da emulare. Aquile, poiane e orsi ringraziano.

 

La questione è semplice. Senza l’istituzione di due aree protette, novant’anni fa, gli animali che vedete in questa pagina non sarebbero probabilmente mai sopravvissuti. E ambienti naturali tra i più straordinari d’Italia non sarebbero arrivati intatti fino a oggi. Dobbiamo dunque a qualche mente illuminata degli anni Venti, che creò dal nulla il concetto di parco nazionale (presente fino ad allora solo all’estero), se le Alpi attorno al Gran Paradiso, tra Piemonte e Valle d’Aosta, e l’Appennino al confine tra Abruzzo, Lazio e Molise sono ancora capolavori naturali, fruibili da tutti. Oggi i «due grandi vecchi» della conservazione italiana festeggiano i loro primi novant’anni: siamo andati a vedere come sono cambiati, in quasi un secolo di vita, e come si preparano alle sfide del futuro.

Paradiso in terra
Amava vincere facile, il re. primo, agli stambecchi poteva sparare solo lui e nessun altro. Secondo, un esercito di battitori e valligiani gli apriva meticolosamente il cammino, facendo radunare le bestie proprio davanti al capanno d’appostamento. Bastava prendere la mira e via, i trofei erano assicurati. Risultato: in una sola battuta di caccia, anno 1902, Vittorio Emanuele III fece fuori 42 stambecchi. Qualche anno prima, Umberto I aveva ucciso 69 camosci e uno stambecco nel giro di una giornata.

Ora, da queste righe dedurrete che i cari Savoia abbiano causato la scomparsa della fauna selvatica attorno al Gran Paradiso. Invece no. Fu proprio grazie alla casa reale se quell’area di vette impervie, di ghiacciai eterni, di prati e valloni fioriti, si salvò. Perché i Savoia erano innamorati follemente delle loro montagne. Vittorio Emanuele II amava recarsi alla casa di caccia di Orvieille, in Valsavarenche, e sbrigare affari di Stato in alta quota, fuori dalle finestre le marmotte e le nevi dell’unico quattromila italiano. A Orvieille fece pure allestire una linea telegrafica, talvolta riceveva i ministri (a 2065 metri d’altezza!). Nelle valli vennero costruite strade, mulattiere, la gente aveva lavoro e benefici. E tutto grazie al panorama e agli stambecchi. Certo, le battute di caccia a volte terminavano in carneficine, ma se non ci fosse stata la riserva reale e se il re non avesse voluto il privilegio di poter sparare solo lui agli stambecchi, beh, probabilmente lo stambecco non lo riconosceremmo che dalle foto d’epoca. Già attorno al 1820 le capre con le lunghe corna ad anelli non rimanevano che in queste vallate. Altrove, sull’arco alpino, erano state completamente sterminate.

«Fu il regio decreto del 3 dicembre 1922, convertito in legge nel 1925, a istituire il primo parco nazionale italiano» spiega Michele Ottino, direttore dell’area protetta. «I Savoia donarono l’area allo Stato, ma i primi anni furono difficili, tant’è vero che alla fine della seconda guerra mondiale gli stambecchi erano solo poco più di quattrocento». Poi, grazie a un nuovo programma di gestione e a personalità illuminate come Renzo Videsott, pioniere dell’ambientalismo italiano, prima commissario poi direttore del parco, tutto iniziò a girare. «Grazie a quel lavoro, negli anni successivi lo stambecco è stato reintrodotto in tutto l’arco alpino» continua Ottino. «Mentre di quei tempi portiamo ancora con noi il corpo dei guardiaparco, istituito allora: siamo l’unico parco italiano, insieme a quello d’Abruzzo, ad averne uno autonomo, una scelta secondo noi importante, che ha dato grandi risultati». Logico: una guardia dipendente dall’ente, magari nata in loco, è una garanzia di fedeltà al territorio, di conoscenza, di conseguente salvaguardia. Provate a parlare con uno qualsiasi dei guardiaparco del Gran Paradiso: difficile trovare persone così motivate, interessate, innamorate del loro lavoro e delle loro montagne. Quasi come i Savoia.

Chiediamo al direttore dove sta andando il parco, a distanza di novant’anni. Le risposte si riassumono in un motto: «Spegni il motore e ascolta la montagna». Cogne e Ceresole Reale, i centri principali dei due versanti (quello valdostano e quello piemontese), sono recentemente diventati parte della rete Alpine Pearls, località montane che garantiscono ecocompatibilità e sostenibilità a livello turistico e ambientale. Da un decennio il progetto A piedi tra le nuvole ha un grande successo: nei weekend estivi, la strada che da Ceresole porta ai piani del Nivolet (uno dei luoghi più straordinari dell’intero arco alpino, secondo il modesto parere di chi scrive) viene chiusa al traffico, le auto sostituite da navette, in quota – su un altopiano circondato dalle vette, accessibile a piedi anche da Valsavarenche – eventi, lezioni e giochi per tutti. Ed esperienze simili sono allo studio in altre aree. «Certo, per favorire il turismo lento e consapevole, dobbiamo apportare migliorie alla nostra sentieristica, per esempio rendendola più fruibile via web e gps» spiega Ottino. «Ma le infrastrutture per i turisti ormai ci sono: abbiamo centri visita in tutte le valli del parco, e altri saranno aperti a breve, come quello sull’uomo e i coltivi a Campiglia Soana; e il programma di iniziative estive è più ricco che mai».

Il territorio montuoso, d’altronde, favorisce un turismo poco invasivo. Alcune aree, come le semisconosciute valli piemontesi, meno accessibili di quelle valdostane, sono poco frequentate anche in agosto (naturalmente a torto: i panorami della val Soana sono meravigliosi). Ma non si creda che bisogni sempre scarpinare, per osservare un camoscio o uno stambecco. «Da marzo a maggio scendono a pochi metri dalle strade!» sorride Ottino. «Certo, in agosto viceversa salgono in quota, dove brucano sui prati più alti. Anche allora, tuttavia, non si lasciano certo spaventare dai turisti». Il bello del Gran Paradiso è proprio questo: gli animali si osservano a due passi, basta una gita di qualche ora per rendersene conto. «La raccomandazione è quella di rimanere sui sentieri: troppi turisti esagerano, alcuni vorrebbero accarezzarli. Che cosa direste se qualcuno vi guardasse in casa vostra a dieci metri di distanza?» conclude Ottino.

A proposito di animali, il parco si distingue anche per la ricerca scientifica, realizzata in collaborazione con istituzioni italiane e straniere. Bruno Bassano, responsabile del settore, ci spiega che il lupo è avvistato regolarmente, l’aquila reale sta bene, il gipeto – grande avvoltoio scomparso cent’anni fa – è tornato a nidificare nel 2011. Proprio l’animale simbolo del parco, tuttavia, è in declino e nessuno sa precisamente perché. «Gli stambecchi erano cinquemila vent’anni fa, ora sono 2.700. Forse per i cambiamenti climatici, che portano alla morte dei piccoli; forse per la struttura diversa della popolazione, composta da femmine sempre più vecchie. Stiamo studiando». Ecco, forse l’augurio migliore per il parco è che lo stambecco si riprenda: non sarebbe paradiso senza di lui. E pazienza se il nome deriva da “Grande Parete” e non c’entri nulla con l’empireo celeste. Non c’è nome più bello e azzeccato, per questo parco.

Un giorno d’estate del 1910, un uomo famoso saluta da un balcone la gente del borgo abruzzese dov’è nato. Si chiama Benedetto Croce, è filosofo, professore e senatore. Ha viaggiato in tutta Europa, ma quarantaquattro anni prima è nato a pochi metri da lì. Nelle sue parole affiora la commozione. Pescasseroli, per lui, è stata per anni «uno di quei paesi delle fiabe, che non si sa mai se siano o no esistiti». Nonostante la lontananza, Croce ha trovato nella gente «antiche conoscenze, come di fratelli e sorelle». Il turismo non c’è ancora, ma l’augurio è che «il nome di Pescasseroli» divenga noto «come sono familiari i nomi dei villaggetti svizzeri, perché qui converranno, da ogni parte, i villeggianti e gli escursionisti». Alla fine racconta la sua vita a Napoli, di cui conosce «ogni pietra e ogni ricordo». Ma quando «l’acuta intelligenza di quella popolazione si cangia in scetticismo», «quando c’è bisogno di volontà ferma di persistenza e resistenza», una voce dentro di lui gli ricorda «tu non sei napoletano, sei abruzzese». E gli regala «un po’ di orgoglio e molta forza».

Il balcone di Benedetto Croce si affaccia su Pescasseroli, la “capitale” del primo parco italiano. Da qualche mese è stato aperto al pubblico, insieme al palazzo Sipari di cui fa parte. Un edificio massiccio, del 1830, che emoziona con i saloni, gli arredi, l’imponente scalone d’onore. E che racconta ai visitatori molte storie. Accanto alla lapide dedicata a Croce, un’altra ricorda suo cugino Erminio Sipari. Un uomo colto, discendente dalla più ricca famiglia di proprietari del paese, che è stato il primo presidente del Parco. Fu lui, nel 1899, a invitare il futuro re Vittorio Emanuele III a una battuta all’orso in Vallelonga. Fece lo stesso nel 1921 con il Duca d’Aosta. Il 9 settembre del 1922, invece, Sipari presenziò alla cerimonia per la nascita del parco nazionale d’Abruzzo. Parteciparono politici, sindaci, giornalisti, rappresentanti di associazioni come il Touring e il Cai, e «una folla veramente enorme e imponente». Nel 1923, l’istituzione del parco sarebbe stata ratificata da un regio decreto legge, di poco successivo a quello che aveva deciso la tutela del Gran Paradiso. Il sistema dei parchi italiani, però, è nato in quel giorno di novant’anni fa.

«Erminio Sipari era un uomo moderno» spiega Dario Febbo, direttore del parco. «L’economia basata sulla transumanza si stava spegnendo, e lui capì che un turismo rispettoso dell’ambiente era la prospettiva giusta. Capì che un parco, in Italia, doveva includere i paesi e tollerare la gente, e non essere un’area di wilderness come negli Stati Uniti. Era un uomo pignolo. E si occupò delle pensioni, degli alberghi, perfino degli orari delle corriere». Dopo i primi entusiasmi, il parco ha conosciuto anni duri. Messo in un angolo dal fascismo, che sostituì le guardie con una Milizia forestale disattenta, ha rischiato di scomparire nel dopoguerra di fronte al nuovo turismo basato sull’edilizia e le piste da sci. Nel 1969 Cederna, tra i padri dell’ambientalismo italiano, lo definì sul Corriere della Sera «uno scandalo nazionale e internazionale».

Ma il parco si è rialzato. grazie al direttore Franco Tassi e all’appoggio dell’opinione pubblica, e grazie alla gente e agli amministratori locali, l’edilizia selvaggia è stata bloccata, il bracconaggio contenuto, l’allargamento dell’area protetta ha salvato da nuovi skilift il monte Marsicano. Uno dei primi sindaci a schierarsi con il parco, Giuseppe Rossi, siede oggi sulla poltrona di Erminio Sipari. «Sono stato eletto sindaco di Civitella Alfedena nel 1975, e abbiamo fatto poche cose semplici. Un ostello, un museo e un’area faunistica del lupo. Siamo diventati un modello. Ma la cosa che mi ha fatto più piacere è stato il ritorno di alcuni compaesani emigrati».

Oggi basta qualche ora tra Pescasseroli, Scanno, Civitella Alfedena e i borghi della Ciociaria e del Molise per capire che il parco funziona. I visitatori, centinaia di migliaia, arrivano tutto l’anno. I sentieri sono stati nuovamente segnati con la collaborazione del Cai. I 42 guardiaparco (sei sono donne), insieme a 35 forestali, controllano il territorio. Agriturismi, bed & breakfast, negozi di prodotti tipici dimostrano che tutela e sviluppo possono marciare insieme. Molte iniziative hanno al centro la cultura. Il Comune di Alfedena è riuscito a riaprire il Museo archeologico, dedicato ai Sanniti. Tra Scapoli e Castelnuovo a Volturno sono rinati l’artigianato della zampogna e l’antica festa dell’uomo-cervo. Grazie a Maria Pia Graziani è nato il Museo della transumanza di Villetta Barrea.

Certo, un parco è fatto soprattutto di rocce, di animali e di piante. E le notizie sono in gran parte buone anche qui. Il lupo sta bene, anche grazie all’aumento dei caprioli e dei cervi. L’aquila compare sempre più spesso nel cielo. Simbolo del parco, come al tempo di Sipari, è l’orso marsicano. Un bestione agile, che sa di essere il signore di questi monti, si sposta spesso e per questo rischia. Ogni anno, qualche esemplare perde la vita per colpa di pratiche criminali come i bocconi avvelenati (piazzati contro i cani selvatici) e i lacci per catturare i cinghiali. In passato ci sono state polemiche, oggi l’ente parco e gli zoologi indipendenti concordano. «Gli orsi sono circa 40 nel parco e dintorni, più 5-8 che vagano su una zona più vasta» spiega Paolo Ciucci dell’università La Sapienza di Roma. «Il vero patrimonio sono le 10-12 femmine in età riproduttiva, che non escono dal parco. Partoriscono ogni tre anni, e questo spiega perché il margine per salvare la specie sia stretto». «Lavoriamo per ridurre la caccia nelle aree contigue, per conoscere meglio la specie, per scoraggiare gli orsi confidenti che si avvicinano ai paesi rischiando la pelle» aggiunge Febbo. I soldi ci sono, grazie ai 3 milioni di euro del progetto Life Arctos, finanziato al 65 per cento dall’Unione europea. Per l’orso, tuttavia, non bastano. Nei due chilometri tra la Camosciara e Villetta Barrea, cinque orsi hanno perso la vita negli ultimi anni; e nel 2011 un’orsa è stata travolta da un camion alle porte di Pescasseroli. Auto e furgoni, però, continuano a sfrecciare. Per salvare l’orso (e il parco) ci vorrebbe anche qualche autovelox in più.

Fotografie di: Stefano Ardito,Stefano Unterthiner