L'aria serena di Hanoi

Justin GuarigliaJustin GuarigliaJustin GuarigliaJustin GuarigliaJustin GuarigliaJustin GuarigliaJustin GuarigliaJustin Guariglia

Un viaggiatore americano in cerca di una destinazione esotica a basso costo, decide all'impronta di lasciare San Diego per trascorrere una settimana di relax ad Hanoi. Scopre nella capitale vietnamita una città che ha rimosso una guerra tanto recente quanto sanguinosa e che rende tuttora omaggio, in un mausoleo di stile sovietico, al padre della patria, Ho Chi Minh. E si proietta in un futuro simile a quello di molte altre città dell'Asia, fatto di traffico caotico ma anche di spazi di pace e di spiritualità. 

«Niente panico, non correre» una voce sommessa dall’accento tedesco sussurra alle mie spalle. «E soprattutto, non cambiare idea». Esito. Si tratta di attraversare Dinh Tien Hoang, una strada trafficata nel Vecchio quartiere di Hanoi. La città brulica di movimento. Donne con i cappelli a cono che tengono in equilibrio sulle spalle pertiche da cui pendono ceste piene di frutta affollano i marciapiedi. Davanti a noi un flusso ininterrotto di motorini, risciò e qualche suv scorre in entrambe le direzioni. Cambiare idea, o direzione, improvvisamente, come fanno i cervi  – è questo che intendeva il tedesco dietro di me – vuol dire farsi arrotare. Camminare con attenzione, ma anche con determinazione, consente di fendere il flusso. Affronto la strada.

Sono arrivato nella capitale vietnamita con il mio smartphone, qualche cambio d’abito e poco altro, determinato a vedere il più possibile della città in una settimana, affidandomi al caso più che alle guide di viaggio. Navigando in rete, a casa, a San Diego, la mia idea era stata partire subito, andare lontano, spendere poco, restare sull’esotico e soprattutto provare qualcosa di nuovo. Fare un break.

Ho finito per scegliere il Vietnam e Hanoi per diversi motivi. Primo: è una meta che si trova ben piantata nella mia immaginazione, da qualche parte fra il primo film di Rambo e Un americano tranquillo, il libro di Graham Greene sull’inizio della guerra nel Vietnam. Quel conflitto, anche se è terminato 37 anni fa, e quei tempi tribolati abitano ancora le memorie della mia gioventù. Altri motivi: Hanoi ha festeggiato nell’ottobre 2010 il suo millesimo anniversario; la città ha un clima tiepido; sul web è possibile trovare un albergo decente con piscina per 22 dollari a notte. Di questi tempi, poi, gli dei del viaggio favoriscono coloro che prendono decisioni all’ultimo minuto. Non è più necessario prenotare un volo per l’Asia con mesi di anticipo; anche per il visto ci sono servizi online che consentono di disporne nel giro di pochi giorni.

Attraverso boulevard Dinh Tien Hoang con il tedesco al mio fianco. Fiumi di veicoli si dividono attorno a noi come correnti mutevoli. Stranamente, nessuno suona il clacson. Raggiungiamo il marciapiede opposto davanti al parco e al lago Hoan Kiem. «Grazie, amico», mi volto per dire, ma il tedesco è scomparso.  

Lo specchio d’acqua costituisce il fulcro di Hanoi, città di tre milioni e 300mila abitanti, come Central Park per Manhattan. Il nome (Hoan Kiem significa «della Spada restituita») fa riferimento all’arma che una leggendaria tartaruga gigante diede all’imperatore Le Loi per cacciare gli occupanti cinesi nel XIV secolo. Osservo gruppi di persone che eseguono movimenti tai-chi sulle rive della grande distesa d’acqua verde scuro e agili giocatori di jianzi, una specie di badminton dove si usano i piedi al posto delle racchette. Ragazze adolescenti posano per fotografie davanti a una tigre affrescata all’ingresso del tempio di Ngoc Son. Fedeli bruciano bastoncini d’incenso sulle rocce sovrastanti.

Dopo una pausa al mio albergo, il Queen lungo Hang Bac street, salto sul sellino posteriore di un mototaxi: lo scooter è il mezzo migliore per scoprire Hanoi. Mi faccio lasciare al Van Mieu, il tempio della Letteratura, università fondata nel 1076. Il complesso è un omaggio a Confucio, un luogo di serenità e spiritualità, articolato attorno a una serie di cortili collegati. Alla Casa delle cerimonie (Bai Duong) del quarto cortile, nella Sala dell’educazione superiore, studenti e visitatori s’inginocchiano, pregano e presentano piccole offerte a gigantesche statue dei tre primi re e a una statua di bronzo del venerabile rettore. Infine, faccio colazione al ristorante del Sofitel Legend Metropole hotel, in impeccabile stile coloniale francese: i prezzi delle camere sono fuori dalla mia portata, ma il buffet a prezzo fisso è un affare.

L’obiettivo del giorno dopo è il museo storico della prigione di Hoa Lo. Costruita alla fine dell’Ottocento dai francesi, è stata poi impiegata dal governo vietnamita per i prigionieri di guerra americani, che ironicamente la chiamavano Hanoi Hilton. La prima cosa che noto è l’enfasi sul periodo di occupazione francese: un’intera stanza è riempita di immagini di secondini francesi che torturano i patrioti. Alcuni oggetti in mostra si riferiscono alla guerra americana, come viene chiamata qui, e comprendono fotografie di un marine il cui aereo era stato abbattuto, una divisa da aviatore (probabilmente quella dello stesso marine) e un video in cui l’ex segretario della Difesa americano Robert McNamara chiede scusa per il conflitto. Al Museo dell’esercito, tappa successiva, osservo giovani donne che si fanno fotografare sui pattini di un elicottero Bell Uh-1 Iroquois, il celebre Huey del tempo della guerra. Se si considera che quasi tre milioni di vietnamiti sono morti durante i combattimenti, contro la pur sconvolgente cifra di 58mila militari Usa, sembra ancora più sbalorditivo che i locali abbiano lasciato la guerra americana alle loro spalle. «Non guardare indietro» è una frase che rimane sospesa nell’aria in questa città contesa.
 

La visita al mausoleo di Ho Chi Minh richiede di alzarsi presto. Alle 8 del mattino la coda al cancello per rendere omaggio allo «zio Ho», come la gente chiama ancora in segno d’affetto il padre della patria, è già di centinaia di persone, mentre sull’immensa piazza Ba Dinh i bus scaricano scolaresche in camicia bianca e calzoncini rossi. La gente vuole farsi fotografare insieme a me. Scatto dopo scatto, uomini sulla cinquantina mettono il braccio attorno alle mie spalle. Siamo davvero così esotici noi americani? E i vietnamiti così amichevoli? Forse entrambe le cose.

All’interno del mausoleo, Ho Chi Minh riposa in una teca di vetro. Sfiliamo in silenzio, lanciando occhiate al suo corpo imbalsamato. Dà un po’ i brividi, così mi rifugio al ristorante Green Tangerine nel Vecchio quartiere. Qui attacco discorso con un americano, Stephen Brooks, che mi invita a un party sull’Ho Tay, il Lago occidentale, in un locale chiamato Block House Café, per un compleanno sulla terrazza di quello che si dice sia un’ex batteria antiaerea costruita a difesa della città. «Non riesco a fare a meno di pensare alle tristi memorie che quelli della generazione di mio padre hanno di questo Paese» dice David Stout di Hobbs, New Mexico, il festeggiato, che compie 24 anni. Stout è un giornalista del quotidiano in lingua inglese Viet Nam News. «Stiamo ballando su un ex bunker» prosegue. «Ha un che di surreale; e di ironico».

La mattina dopo mi sveglio tardi e decido di dedicare la mia ultima giornata a un giro di shopping per la città, piena di piccoli negozi. Compro una mezza dozzina di stupendi pigiami di seta, a 18 dollari l’uno. Acquisto anche vasi laccati, gioielli di corno di bufalo, magnificamente incisi, borse decorate, manifesti di propaganda rétro (Nixon raffigurato come una bomba che piomba sui bambini vietnamiti), tanti di quegli oggetti che devo comprare valigie extra per portarmeli in America.

Sulla strada per l’aeroporto, il giorno successivo, il mio taxi supera contadini in bicicletta che trasportano maiali in ceste di vimini e a nostra volta siamo superati da ondate di donne con i caschi rosa in sella ai loro motorini. Arrivato a Hong Kong, mentre controllo la posta elettronica, continuo a chiedermi che cosa ne sia stato di quel gentile tedesco che mi ha aiutato ad attraversare la strada la prima sera. Posso dire di averlo perso nel vortice della dilagante modernità.

(traduzione di Elena Del Savio) 

Fotografie di: Justin Guariglia