Donne in viaggio. Io parto da sola

Chi l’ha detto che viaggiare senza accompagnatori è triste? Bastano alcuni accorgimenti, una buona predisposizione d’animo, senso dell’umorismo e tanta voglia di mettersi in gioco. Il segreto? «Fare amicizia coi luoghi».

È meglio mangiare le ostriche in due invece che da soli, ma non mangiarle del tutto è ancora peggio. Una piccola grande verità che Maria Perosino (nella foto) ha trasformato in una regola di vita: «Mi sono trovata a dover viaggiare spesso da sola per questioni personali e professionali e, a un certo punto, ho deciso di condividere la mia esperienza», racconta e prosegue «ho mescolato una guida al viaggio da sola semiseria alla mia geografia emotiva elaborata nel corso di anni ed esperienze». In effetti i consigli pratici non mancano nel libro Io viaggio da sola e nemmeno le considerazioni più puntuali. Prima fra tutte non avere l’ansia di apparire “sfigate”, ma elaborare la paura di essere sole senza per questo bloccarsi. «In Italia l’abitudine delle donne a viaggiare sole non è ancora molto diffusa e, fino a qualche anno fa, non ne avresti incontrata nessuna in un ristorante. Non che non si muovessero, ma di certo preferivano comprare un panino e mangiarlo in albergo. Ora le cose stanno un po’ cambiando e ci sono in giro molte donne ben più sicure», afferma. Una tecnica per evitare l’effetto spaesamento è quella che l’autrice definisce fare casetta ovvero creare un proprio percorso di abitudinarietà: dal bar all’edicola, dove comunque è possibile dare e ricevere un po’ di attenzioni. «Fare amicizia con le città e con chi le abita», sintetizza, «stando pronte a cogliere ogni cosa. Per non avere mai rimpianti e poter sempre dire: “ne è valsa la pena”».

 

Maria Perosino, Io viaggio da sola, Einaudi, 14 euro.

È uscito proprio in questi giorni il curioso volume di Maria Perosino Io viaggio da sola, manuale semiserio per viaggiatrici sorridenti e solitarie. L’autrice trae spunto dalle sue esperienze di vita e di viaggio per elaborare riflessioni e suggerimenti pratici, come quella volta in cui in un ristorante la stavano trattando con poca attenzione, per non dire maleducazione, e lei si è finta giornalista gastronomica con tanto di quaderno per appunti e penna. Facile intuire gli effetti. Perché «La solitudine non è uno stato d’animo: è banalmente uno stato di famiglia da maneggiare con cura e allegria».