Vercelli - L'Arca dell'alleanza

Marco GarofaloMarco GarofaloMarco GarofaloMarco GarofaloMarco GarofaloMarco GarofaloMarco GarofaloMarco Garofalo

Così si chiama il nuovo spazio espositivo che ospitando le collezioni Guggenheim unisce Vercelli a Venezia e a New York. Grazie all’arte moderna, il capoluogo piemontese vive oggi una seconda giovinezza e si rilancia come meta turistica internazionale. Ritrovando antichi legami, come quelli con l'Inghilterra medievale. E creandone di nuovi e inaspettati, come quelli tra un giovane birrificio e il Togo. Stupiti? E non avete ancora scoperto la urban spa di Simonetta, e la cioccolateria più bislakka della città...  

Margherita era innamorata di Venezia, e dell’arte. Non è mai stata a Vercelli. Peccato, perché me la immagino, uscire dalla stazione con un cappello a tesa larga, nell’aria i colori e i profumi della primavera. Sollevare lo sguardo verso S. Andrea, sorridere, e incamminarsi silenziosa, quasi sfiorando il terreno, verso piazza Cavour. Margherita era innamorata dell’arte e non è mai stata a Vercelli. Eppure Vercelli si è innamorata di lei e l’ha corteggiata a lungo, e in molti modi. Nell’aprile del 2006 è Pier Giorgio Fossale, assessore alla Cultura del Comune, che si fa avanti e la invita. Lei, Margherita detta Peggy, risponde che sì, potrebbe accettare, ma solo per breve tempo: un mese, forse due. E allora Vercelli si ritrae e dice che no, non si può fare. Non basta. La vuole tutta per sé. Sempre, non solo qualche mese. E per lei ha preparato uno spazio unico. Cristallo e acciaio. Audacia, risolutezza, consapevolezza e amore: in una parola, Arca. Questo le scrive, Vercelli. E lei, Margherita Guggenheim detta Peggy, innamorata di Venezia e dell’arte, newyorchese di nascita, musa, amante e scopritrice di talenti (dal dadaista Laurence Vail a Jackson Pollock, da Max Ernst ai surrealisti), collezionista sopraffina, cede. Verrò, fa sapere. Per restare.

Quello spazio è l’Arca, un parallelepipedo in cristallo e acciaio che occupa la navata centrale dell’ex chiesa di S. Marco. È stato progettato nel 2007 da Ferdinando Fagnola e realizzato in tempo record così da poter ospitare la prima di una serie di mostre che avrebbero portato – e tuttora portano – a Vercelli le collezioni Guggenheim conservate a New York e a Venezia.
 

Racconta Fossale: «La prima mostra, sul surrealismo, ebbe 58mila visitatori in meno di sei mesi e fummo costretti a prorogare la chiusura. Oggi ospitiamo I giganti dell’avanguardia: Mondrian, Miró e Calder». Capolavori raramente prestati in precedenza dalle rispettive collezioni, e mai esposti insieme, come le due versioni della Natura morta con vaso di zenzero di Mondrian. Trentasette opere per la quinta mostra di un ciclo che è, anzitutto, una storia d’amore. Perché con l’Arca, Vercelli è rinata. Letteralmente. È stata scoperta all’estero, e riscoperta in Italia. Perché qui c’era molto da vedere anche prima.

Il Museo Borgogna, nato dalla collezione privata dell’avvocato Antonio Borgogna, è la seconda pinacoteca del Piemonte (Ghirlandaio, Bernardino Luini, Gaudenzio Ferrari, Ludovico Carracci; e ancora, pittori fiamminghi, olandesi e dell’Ottocento italiano). Il festival Viotti, uno dei più apprezzati eventi europei di musica classica e lirica. «E qui è nata Meeting Art, la più importante casa d’aste italiana», ricorda Paoletta Picco, responsabile dell’assessorato alla cultura e nostra guida tra le meraviglie e i segreti dell’Arca.

Ma di segreti Vercelli ne ha anche altri, ben più antichi. Racconta Gianna Baucero, professoressa di letteratura inglese e coordinatrice dell’associazione culturale Chesterton: «Anche tra i miei concittadini, pochi sanno che nel XIII secolo un vercellese salvò il trono d’Inghilterra. Quando re Giovanni Senzaterra fece atto di sottomissione al papa, i francesi, nemici di Innocenzo III, attraversarono la Manica e invasero il Paese. Il papa allora mandò un suo legato, il cardinale vercellese Guala Bicchieri, che tra mille traversie raggiunse Londra, convinse i francesi a ritirarsi e fece incoronare il giovanissimo Enrico III. Costui per riconoscenza gli donò i beni di St. Andrew’s Chesterton, e con quelli Guala fece edificare la basilica di S. Andrea nella natia Vercelli».   
 

Città ricca Vercelli, città colta. Forse un po’ tranquilla, sonnacchiosa, come è a volte la vita in provincia. Poi è arrivato Fossale, e non solo lui. C’è fermento, in città. Una generazione nuova, mentalmente prima ancora che anagraficamente, che ha idee ed energie da mettere a disposizione.

Iniziamo dalla cucina: Christian e Manuel Costardi del ristorante Da Cinzia hanno portato alla città la prima stella Michelin. Il Bislakko, invece (scritto proprio così, con due k), ha portato innovazione, creatività e… tanta dolcezza. Ristorante dell’hotel Garibaldi da 37 anni, nel 2010 ha cambiato nome e volto: arredi minimal, menu per tutte le tasche (la panissa è ottima) e nell’insegna, la scritta cioccoristoreria.

Il mastro cioccolataio è Simone, classe 1991. «Siamo ristoratori da tre generazioni», racconta: «la cucina è qualcosa di famiglia, a metà tra la passione pura e il lavoro». A tutte le ore la gente entra, sceglie e porta via i suoi dolci e i suoi biscotti. Il fiore all’occhiello sono le mousse di fondente: «Ai veri golosi consiglio l’ecuadoriano, cacao al 70%; a chi preferisce i dolci meno dolci, il belga». Paesi solo immaginati: finita la scuola, Davide è andato in cucina. Per viaggiare c’è tempo: oggi Vercelli gli offre tutto quello che desidera.

 

 

Nell’area ex industriale c’è un capannone che è rinato a nuova vita da dicembre del 2010, quando Vittorio Ferraris assieme a quattro amici ha aperto il Birrificio Sant’Andrea. Un successo di critica e di pubblico, come si suol dire, superiore alle aspettative: il Bsa ha fatto incetta di premi e lo scorso anno ha venduto 54mila litri. «L’idea di partenza era, ed è rimasta, Drink for life: realizzare progetti umanitari con il ricavato delle vendite. Una delle nostre birre ambrate, Hey oh! To go, è dedicata al Togo: grazie a lei, in Africa abbiamo costruito due pozzi». da dicembre scorso, al birrificio si è affiancato un piccolo spazio, aperto dal giovedì al sabato sera, che ospita presentazioni, degustazioni, musica dal vivo. «Facciamo tante cose e soprattutto ci divertiamo: ogni volta che ospitiamo un gruppo nasce una nuova amicizia».

Simonetta Cerra, ex scenografa televisiva a Milano, è tornata a Vercelli quando è diventata mamma. Ha lavorato nel centro estetico del padre e poi, nel 2008, ha aperto un centro suo con due socie e un maestro ayurveda: Om Shanty. Un luogo nato per curare, in particolare il mal di schiena, ma che ha anche uno spazio per il relax e il benessere che è una chicca. «Non c’era nulla di simile, a Vercelli, eppure la cittadinanza ha fatto fatica ad accorgersi di noi. Lavoriamo molto con Facebook, ci diamo da fare… cerchiamo di smuovere le acque».

Smuovere le acque, già. «Sa che cosa sono i cerchi eccentrici?» chiede Fossale. «Quando lanci un sasso in uno stagno, le onde si propagano. Non sono concentrici, anche se si dice spesso così, quei cerchi. Sono eccentrici. Si allargano. È quello che abbiamo fatto qui con l’Arca… Ci allarghiamo. La città cresce ed è più felice. Non è più solo la Vercelli del riso, ma la Vercelli del sorriso. Io sono figlio di un operaio diventato medico e sono innamorato di questa città, cui devo tutto. Parlo troppo?» No, in amore tutto è permesso. 
 

Fotografie di: Marco Garofalo