Namibia proibita

Frans LantingFrans LantingFrans LantingFrans LantingFrans LantingFrans Lanting

Chiusa per un secolo al turismo perché riservata ai cercatori di diamanti, l'Africa del Sudovest, chiamata Namibia da quando è diventata indipendente nel 1990, si presenta ancora strepitosamente intatta. Ma il resto del Paese non è da meno, con le altissime dune di sabbia color arancione, i parchi naturali e i panorami epici. Osservare da qui, per esempio, di notte, la volta celeste, è una esperienza indimenticabile, come alloggiare nei lodge all'interno dei diversi parchi naturali.

Jahnke Volker mi dice: «Devi solo puntare la tua auto dritta verso il basso e andare». La sua voce è gracchiante sulla ricetrasmittente. «Ma non fermarti e non sterzare»,
mi avverte, «o rotolerai giù come un melone». Mi trovo sull’orlo di una duna di sabbia alta come un grattacielo a bordo di un fuoristrada 4x4, diretto in picchiata verso il basso. Tutto ciò che vedo è un ripido pendio di sabbia e la Land Cruiser di Jahnke giù in fondo, che sembra un’auto giocattolo.

Intorno a me si stendono chilometri di dune dorate, come ondate, verso l’orizzonte in ogni direzione, in una scena che mi ricorda i paesaggi cari a Lawrence d’Arabia, anche se siamo lontanissimi dalle sabbie del deserto arabico. Sono nel cuore del grande mare di sabbia della Namibia, nell’angolo sudoccidentale dell’Africa. È il secondo giorno di una spedizione di una settimana in fuoristrada in un’area conosciuta con il nome di Sperrgebiet – in tedesco “zona proibita”, già concessione mineraria diamantifera controllata da De Beers che è stata off limits per quasi un secolo. Alcuni anni fa il governo ha trasformato quest’area in un parco nazionale, aperto per visite guidate ad accesso limitato, pochi per volta. In questo momento i cinque componenti del nostro gruppo – Jahnke, i suoi due autisti, il fotografo Frans Lanting e io – siamo le sole persone nella vastità selvaggia di un deserto, mai tracciato su una carta, esteso per oltre due milioni e mezzo di ettari. Per sette giorni questa distesa sarà praticamente la nostra Africa personale.

È lo spazio che rende la Namibia differente da tanti altri Paesi: spazio ricco di panorami epici e di una bellezza spettacolare. Grande quasi tre volte l’Italia ha però solo due milioni di abitanti, praticamente 2,5 abitanti per chilometro quadrato. Viaggiare in Namibia è relativamente facile e sicuro. Non ci sono molti posti in Africa dove si può atterrare all’aeroporto della capitale, Windhoek, noleggiare un mezzo fuoristrada 4x4, e andarsene per i fatti propri alla scoperta del Paese.

Sono venuto qui per la prima volta nel 1989, sei mesi prima che diventasse indipendente, staccandosi dal vicino Stato del Sudafrica. Per il mondo esterno, il futuro della Namibia appariva allora incerto. Solo chi viveva sul posto era ottimista. La pace ebbe infatti il sopravvento (e continua fino a oggi) mentre la nuova nazione incominciava a progettare il proprio futuro in un modo pacato, ma con scelte quasi rivoluzionarie: le norme per la protezione dell’ambiente e la conservazione delle riserve naturali furono inserite nella Costituzione del nuovo Stato. Fu la prima nazione nel mondo a farlo. Era un segno preciso di come si voleva comportare il governo.
In questo viaggio ho trovato un Paese ancora giovane, sono passati solo poco più di 20 anni dalla sua indipendenza, che vuole far leva sulla propria storia unica e su un territorio che ha un fascino irresistibile per istituire un modello sostenibile di turismo.
Ci troviamo in una propaggine desolata del deserto del Namib (che ha dato il nome allo Stato) che si estende per quasi duemila chilometri lungo la costa atlantica meridionale. Si dice che sia il deserto più vecchio del mondo: le sue dune sono fra le più alte – alcune superano i 350 metri –, ma non intimidiscono Jahnke, che sa affrontarle con disinvoltura. Guida da quasi un decennio escursioni in fuoristrada in alcune delle aree più selvagge dell’Africa meridionale ed è diventato uno strenuo difensore di questo territorio.

È stata la forza della natura a portare i diamanti alla Namibia dal Sudafrica. Per cento di milioni di anni sono stati trascinati dalla corrente del fiume Orange verso il mare, lungo quello che è oggi il confine fra i due Paesi. Dalla foce del fiume, la fredda corrente del Benguela proveniente dal Polo Sud ha trasportato queste gemme verso nord, lungo la costa della Namibia, dove depositi diamantiferi sono stati scoperti per la prima volta nel 1908 vicino a Lüderitz.
 

In un certo senso, i diamanti sono stati i migliori amici del deserto perché indirettamente lo hanno preservato da ogni tipo di mutamento da parte dell’uomo. A pochi mesi dalla scoperta, infatti, è stata dichiarata zona proibita quasi metà della costa della Namibia: 720 chilometri a partire dal confine con il Sudafrica in direzione nord. I limiti di sicurezza erano ferrei, solo i minatori potevano entrare in quel territorio. E poiché la zona si estendeva verso l’interno per un centinaio di chilometri, il deserto irregolare che ora stiamo attraversando è rimasto praticamente intatto, e poco esplorato, a partire dal 1908.

Dopo aver lasciato la zona proibita ci spostiamo ora nel Sossusvlei, un’area di depressioni riarse di argilla orlate di dune alte centinaia di metri: sono le più alte e famose del Paese tanto che compaiono sulle cartoline e sulle copertine delle guide.
Molti anni fa questa zona era ricca di biodiversità con piante e animali, nella lingua locale Sossusvlei significa «luogo dove si trova e si raccoglie l’acqua», ma poi il fiume ha cambiato il suo corso e ora la depressione in cui ci troviamo, la Dead Vlei, ha solo cespugli riarsi e alberi secchi vecchi di 900 anni.
Poco lontano da noi vedo altri escursionisti che, dopo aver raggiunto con fatica il ciglio delle dune, si lanciano giù di corsa, gridando e ridendo, alcuni rotolano, altri si lasciano scivolare o saltano con grandi falcate, ognuno in mezzo alla propria piccola slavina di sabbia che qui ha il colore dell’albicocca matura.

«È ora di andare» ci dice il pilota, Conrad Brain, virando il Cessna sopra le dune. Mentre ci alziamo compiendo un cerchio per allontanarci capisco il perché: una tempesta di sabbia è in arrivo e una bianca nube rotolante si sta sollevando lungo la valle verso Sossusvlei.
 

Volare sul deserto è un’ottima maniera per accorciare le grandi distanze della Namibia e per osservare come la potenza delle forze naturali abbia plasmato questa terra. La mancanza di precipitazioni è la sventura di gran parte del Paese (piove, poco, solo tra novembre e marzo). Dall’alto, la mappa è chiara: lungo la costa, fiumi irregolari scorrono a fatica verso il mare attraverso le dune o il terreno riarso. E benché la maggior parte di loro sia secco durante l’anno, e a volte anche per anni di fila, sono un prezioso corridoio per la fauna selvatica che si sposta stagionalmente fra l’interno e le fredde spiagge atlantiche. Un’altra ancora di salvezza arriva dal mare: è la nebbia, che si leva come un lungo muro, alto e dai contorni nitidi, in attesa che il calore crescente l’attiri verso l’interno sopra le dune di un territorio arido e assetato. In alcuni anni, la nebbia è la sola fonte di umidità per tutte l’area desertica.

Sorvoliamo NamibRand, una delle più grandi riserve private di tutta l’Africa. Consiste in più di duemila chilometri quadrati di estensione e fu creata oltre vent’anni fa da un intraprendente imprenditore locale, Albi Brückner, votato all’ecoturismo. L’aereo atterra e noi ci avviamo per un giro al tramonto in un paesaggio caratterizzato da prati gialli e cielo azzurro; raggiunto un punto d’osservazione da cui si possono scorgere centinaia di orici (antilopi) che dilagano attraverso un pendio lontano, insieme a giraffe, leopardi e, ultimamente, ghepardi, che sono stati reintrodotti nel NamibRand.

Al tramonto torniamo indietro lungo una ripida pista fino ad addentrarci in un boschetto di nodosi alberi di aloe, ognuno con un aspetto così espressivo che sembra di stare in una stanza piena di gente con storie da raccontare. Non c’è vento stanotte, non una luce, non un suono. Mi dondolo all’indietro e guardo un cielo vasto come l’oceano tramutarsi in velluto blu e apparire la spruzzata argentea della Via Lattea, così serena nella mia Africa personale.
(traduzione di Elena Del Savio)

Fotografie di: Frans Lanting