Inchiesta - Tassa di soggiorno

Marco Bulgarelli/Luz photo

Dopo anni di eclissi è tornata la tassa di soggiorno: si paga sulle notti trascorsi nelle diverse strutture ricettive delle località turistiche e dei comuni capoluogo, ed è diversa da comune a comune. Presto potrebbe essere estesa a tutti gli oltre seimila comuni italiani. Ma rimane un dobbio: a cosa serve questa tassa? A rinpiungare le casse comunali o a promuovere il turismo. Viaggio in un balzello quasi mediavale.

Se la coppia Massimo Troisi Roberto Benigni avesse girato oggi Non ci resta che piangere il tormentone «Quanti siete? Dove andate? Un fiorino» sarebbe stato diverso: «Quanti siete? Quante notti vi fermate? Un euro». Ma anche due, tre, quattro, fino a un massimo di cinque. A tanto infatti ammonta il contributo massimo che le amministrazioni possono richiedere secondo il decreto legislativo n. 23 del 14 marzo 2011 che ha dato facoltà ad alcuni Comuni italiani (capoluoghi, unioni di Comuni e Comuni classificati dalle Regioni come turistici) di istituire la tassa di soggiorno. Un’imposta che periodicamente ritorna.

La prima volta venne introdotta «per grazia di Dio e per volontà della nazione» da Vittorio Emanuele III: era il 1910 e si applicava nelle sole località di cura termale. Nel 1938 il Re la estese a tutti i comuni a vocazione turistica. «E come tale rimase in vigore fino al 1989 quando venne abolita: così com’era era largamente evasa e agli occhi di tutti serviva a mantenere in piedi enti turistici locali senza qualità» spiega Stefano Landi, ex Capo del dipartimento turismo della Presidenza del Consiglio. Oggi, come uno spettro che si aggira per l’Italia, rieccola. Così come è stata concepita la tassa di soggiorno ha un che di gabella medievale. La legge prevede che ogni amministrazione abbia, oltre alla facoltà di istituirla, anche libera scelta nel definire l’ammontare e la durata di pagamento. Così capita che in alcune località si paghino poche decine di centesimi e per non più di cinque notti consecutive, in altre fino a cinque euro e per dieci notti, ma non negli ostelli; in altre si paga solo durante la stagione estiva, ma in tutte le strutture. Una giungla. E meno male che secondo le stime dell’Anci (Associazione nazionale Comuni d’Italia) solo poche decine di Comuni l’hanno introdotta. Ma in questi mesi sono in tanti a discuterne, anche perché è nell’aria (doveva essere introdotta con il decreto sulle semplificazioni fiscali a marzo) l’estensione della normativa a tutti i Comuni, turistici o meno. Del resto la maggioranza delle Regioni non ha mai realizzato le tabelle che specificano quali Comuni lo siano effettivamente per cui alcuni l’hanno introdotta perché ne avevano potestà, altri perché volevano e dunque sarebbero a rischio ricorso. In tutto questo le irregolarità fioccano: in un paese calabrese hanno fatto pagare la tassa anche un bambino di dieci mesi; a Roma si sono verificati casi di residenti (esenti) che si sono visti addebitare la tassa. E a Venezia c’è chi ha riscosso i soldi dai turisti, ma non li ha mai versati al Comune.

Al di là dei furbetti la questione è un’altra. A cosa servono questi soldi: a rimpinguare le casse comunali messe a dura prova dai mancati trasferimenti o a sostenere il settore turistico? La legge su questo è ambigua: parla di finanziare interventi a favore del turismo, ma anche dei servizi pubblici locali. «Nessuna obiezione sulla tassa di soggiorno, purché sia una tassa di scopo per il turismo e non serva a coprire altri deficit», sostiene Franco Iseppi, presidente del Tci. «Penso sia utile se questi ricavi vengono destinati alla promozione del turismo», conferma all’Ansa il ministro del Turismo Piero Gnudi. «La tassa dovrebbe inserirsi in una politica di valorizzazione territoriale che si possa trasformare in obiettivi concreti e realizzabili come la riqualificazione dell’efficienza urbana, l’apertura di un museo, il restauro di un’opera» aggiunge Iseppi.

La tassa allora avrebbe senso solo laddove si abbia bisogno di risorse per sostenere l’economia turistica del territorio. E i Comuni di questi soldi dicono di averne bisogno. «Per noi era ed è indispensabile» spiega il vicesindaco di Venezia, Sandro Simionato. «La nostra è una città particolare e già abbiamo difficoltà a tenerla in piedi, mentre le risorse e i trasferimenti sono a zero». Qui gli introiti (8 milioni di euro nei primi quattro mesi) servono «a pagare gli straordinari a vigili in occasione del Carnevale e la festa del Redentore, a contribuire agli eventi, a ripulire gli arenili, a finanziare la Fenice» aggiunge Simionato. Ma se Venezia, come Roma e Firenze, è un prodotto unico che non teme concorrenza, altrove gli albergatori lanciano l’allarme sul calo di competitività che la tassa comporta. «Ma questi ritocchi di prezzo non cambiano il mercato. Piuttosto hanno di che lamentarsi per il regime Iva, che in Italia rimane più elevato che all’estero» aggiunge Landi. Fatto è che a oggi tra le principali destinazioni marittime o montane pochissime l’hanno introdotta. Eppure l’imposta può avere effetti collaterali positivi per gli stessi albergatori: a Venezia, per esempio, sta contribuendo a fare ordine nel settore. «Fino a marzo abbiamo svolto 133 controlli e abbiamo sanzionato 89 strutture. Di queste 86 erano extra alberghiere: alcune, ignote all’Apt, operavano abusivamente» spiega Simionato.

Ma non ovunque ha la stessa utilità. Nel Foggiano un amministratore ha proposto di utilizzarne i proventi per allungare la pista dell’aeroporto Gino Lisa. Scalo che, secondo le statistiche di Assaeroporti, nel gennaio di quest’anno ha accolto ben 262 passeggeri. E allora, davvero, non ci resta che piangere.

Fotografie di: Marco Bulgarelli/Luz photo