Romagna: le visioni di Santarcangelo

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Poeti, artisti e attori: da generazioni, intellettuali fuori dagli schemi  animano la vita della cittadina romagnola. Che ancora oggi è un sorprendente scrigno di bellezza, benessere e gioia di vivere

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Non è un paese per vecchi Santarcangelo di Romagna. Non per quelli  seduti in panchina con le mani in mano in attesa del gran finale. Qui, a dieci chilometri da Rimini, sui ciottoli del fiume Marecchia, che pavimentano le strade, scorre una comunità che ne inventa una più del diavolo per rendere più attraente la città. Perché Santarcangelo più che un borgo si sente metropoli dentro. Ecco i sorprendenti numeri di questo fazzoletto di terra di 22mila abitanti sulla Via Emilia, a nord della Repubblica di San Marino e del Montefeltro: 200mila visitatori  per  venti eventi annuali, 150 associazioni, 19 sportelli bancari, 31 tra ristoranti e pizzerie, una biblioteca di 83mila volumi – che quest’anno ha registrato 55mila prestiti – sei chiese, quattro conventi, quattro musei, uno sferisterio per il gioco del pallone a bracciale e del tamburello tuttora praticati. E poi parchi, palestre, piste ciclabili, teatro, cinema, agriturismi, fattorie didattiche e persino 150 grotte artificiali di arenaria, di cui due pubbliche, che costituiscono “the dark side of the moon” perché non è stata chiarita del tutto la loro funzione. In una di queste è stato appena aperto il Teatro Condomini: libreria-vineria per degustare romanzi e bottiglie, un luogo dove i libri sanno di vino e viceversa.

Un’effervescenza di menti, cuori, cose e idee che, oltre al dna laborioso delle genti di Romagna, deve la sua origine a un passato d’eccezione che si rinnova tra le stradine tortuose e gli slarghi del centro storico arrampicato su un poggio, il monte Giove. Quello che forse dà il nome al “sangue romagnolo”, il Sangiovese, che come diceva con ironia Ersilio Tonini, arcivescovo emerito di Ravenna, «è l’unico santo verso cui la comunità ha una devozione particolare».

«Tutto comincia nei primi anni del secondo dopoguerra quando si registra nello stesso momento la presenza di un gruppo di giovani intellettuali e artisti che in seguito si distingueranno a livello nazionale in poesia, cinema, letteratura, pittura e televisione» racconta Giuseppe Zangoli detto Pino, presidente dell’Ufficio di accoglienza turistica di Santarcangelo che ha una scenografica sede color rosso pompeiano ricavata in un mattatoio. I giovani sono Tonino Guerra, Lello Baldini, Flavio Nicolini, quest’ultimo tuttora in vita. E poi Nino Pedretti, Rina Macrelli, Gianni Fucci – entrambi viventi – cui si aggiungono i pittori Federico Moroni e Giulio Turci.

«Un vero rinascimento che trova nel letterato Augusto Campana lo spirito guida e a cui si darà il nome di Circolo del giudizio, e’ circal de giudeizi, perché esprimeva opinioni su tutto. Era il tempo della ricostruzione e dei sogni, si stava all’aperto per darsi coraggio» spiega Zangoli. Comincia a comporre poesie in dialetto Tonino Guerra: l’aveva già fatto per dar conforto a un gruppo di romagnoli con lui nel campo di prigionia in Germania nel 1944. «Un giorno – ricorda Zangoli – mi racconta del momento in cui descrive in rime baciate un piatto fumante di cappelletti e uno dei conterranei alzando il dito gli dice: “Posso avere il bis?”». Seguiva Lello Baldini che trasformava in versi le chiacchiere ascoltate nel bar dei genitori, il Caffè Trieste, ritrovo del Circolo del giudizio. Per lui, che diventerà uno dei più grandi poeti italiani degli ultimi cinquant’anni, il dialetto era più vicino alle cose rispetto alla lingua italiana: «Se conto i numeri in italiano li sento sull’attenti, se li conto in dialetto sono in libera uscita» usava dire Baldini.

 

Davvero formidabili quegli anni. Poi i “patacca”, così chiamati con affetto dai santarcangiolesi, lasciano il paese e si trasferiscono chi a Milano chi a Roma. «Mio padre Lello – ricorda la figlia Silvia – approda a Milano e lì, tra l’insegnamento e il giornalismo (per anni è stato redattore della pagine culturali di Panorama), continua a parlare e comporre versi in dialetto. Sono cresciuta con questo bilinguismo e con lui che pretendeva un vernacolo perfetto. Diceva sempre: “Se lo si intona male è come una musica stonata allora è meglio parlare in italiano”». «Nonostante l’emigrazione il legame con il paese – continua Zangoli – non si è mai spezzato, tanto che quando Tonino si afferma come sceneggiatore Santarcangelo diventa una tappa obbligata per tante star del cinema italiano e internazionale con visite continue di Fellini – il film Amarcord è tutto di Guerra – che gioca in casa perché di Rimini, Michelangelo Antonioni, Elio Petri, i fratelli Taviani. Questo periodo di creatività e bellezza non si è mai sopito, tanto che le amministrazioni degli anni Settanta stilano il piano regolatore del centro storico, uno dei primi in Italia, degli stessi anni è la nascita del Festival internazionale del teatro in piazza, del Museo etnografico e della biblioteca, la terza più grande della Romagna».

 
Oggi il paese fa parte del circuito delle città slow e delle città del vino, (www.cittaslow.org e www.cittadelvino.it) slogan della modernità cui ben si amalgama il passato che, all’ombra della Rocca malatestiana del 1447, diventa presente capace di inventare il futuro. Così ci si sente nel visitare il museo “Nel mondo di Tonino Guerra”, esposizione permanente degli oggetti creati dall’eclettico artista romagnolo in grado pure di dipingere, scolpire e modellare la ceramica. L’artefice è il figlio Andrea, compositore di oltre un centinaio di colonne sonore per film di vario genere. I pezzi sono leggeri come l’aria che per Tonino l’è cla roba lizira che sta dalonda la tu testa: ecco i vasi per un fiore soltanto, le lanterne di Tolstoj, le scatole, la stufa dei pianeti sognanti, gli acquerelli, il cavallo di Ulisse e poi la sezione multimediale per rivedere i film da lui sceneggiati e le poesie in dialetto con la dolcezza dell’accento di Romagna.

Tonino Guerra oggi non c’è più, le sue ceneri sono a Pennabilli. Non c’è più neanche Baldini, di cui nel 2015 ricorrono i dieci anni dalla morte; e neppure Pedretti, ma le loro strofe impresse su maioliche sparse per il paese vivono con loro, senza retorica. Perché l’arte non muore mai, casomai si trasforma e oggi ha il nome del regista Maurizio Zaccaro, degli attori Daniele Luttazzi, Fabio De Luigi, Samuele Sbrighi e Liana Mussoni, dei poeti Anna Lisa Teodorani, Germana Borgini ed Ettore Mussoni: un sottofondo di anime artistiche che porta avanti il testimone e lotta affinché la “visione” non si affievolisca.

Una visione percepita anche da una comunità inglese, i Mutoyd, che dal 1991 ha scelto un prato a tre chilometri dal paese per esercitare la sua creatività: il recupero dei rifiuti utili – ferro, ottone, rame – trasformati in pezzi artistici come maggiolini, libellule e cavallucci marini. Qualcuno ha cercato di cacciarli, ma i santarcangiolesi con un referendum hanno ribadito la loro fiducia agli artisti che ora stanno progettando per il Comune un eco albero di Natale con bottiglie di plastica e sculture luminose con fanali di auto e vecchi cd. «Un giorno Guerra mi dice: “Come sarebbe bello avere davanti al balcone di casa un giardino con le farfalle”. E pianta un ciliegio in mezzo a piazza Ganganelli dove c’è un parcheggio. Poi fa costruire una fontana e cancellare un tratto della Via Emilia che passa proprio di lì per piantare altri alberi» conclude Zangoli. Eccole oggi le piante, la fontana e quel miracoloso mondo antico racchiuso in un fazzoletto di terra che continua a parlare in dialetto, ma che tutto il mondo capisce.       

Foto di Paolo Simoncelli