Inchiesta. Intervista all'antropologo Francesco Vietti

Intervista a Francesco Vietti, antropologo e coordinatore scientifico del progetto Migrantour

Qual è il punto di partenza teorico di Migrantour? 
«Il contributo culturale portato dai migranti nelle città costituisce una risorsa per il territorio, sottovalutata o denigrata. Eppure metropoli come New York, con Chinatown e Little Italy, si sono da tempo promosse come mete di turismo culturale proprio alla luce della loro varietà legata alle migrazioni. Un approccio che in Italia non è stato adottato. I quartieri d’immigrazione, passata e attuale, sono considerati poco attrattivi, pericolosi, non turistici. Migrantour prende le mosse da questa analisi proponendo nuove forme di turismo urbano interculturale».

Come si scelgono i percorsi? 
«Per evitare il rischio di rappresentare la diversità culturale legata alle migrazione in modo folcloristico e stereotipato, affidiamo ai migranti un ruolo centrale nella costruzione degli itinerari con una modalità partecipata. Gli accompagnatori partono dalla propria esperienza della città per poi allargare lo sguardo e raccogliere interviste e testimonianze di altri migranti e costruire una mappa mentale del territorio, in cui vengono evidenziati luoghi significativi legati alla migrazione e punti di interesse storici».

Come affrontate la complessità delle stratificazioni migratorie nei quartieri?
«Avendo presente che le migrazioni sono un fenomeno storico di lunga durata, non un’emergenza attuale. Il recente evolversi dell’urbanizzazione coincide in larga parte con quella delle migrazioni e la prima forma di immigrazione in Italia è stata dalle campagne
ai centri urbani, e poi il flusso dal Meridione al Nord. I percorsi Migrantour mirano a raccontare le migrazioni senza ridurne la complessità, narrando storie di vita emblematiche e facendo ricorso a fotografie e assaggi come strumento per avvicinare i più giovani a un tema cruciale».