Slovenia. Guerra e pace sull'Isonzo

Aldo PavanAldo PavanAldo PavanAldo PavanAldo PavanAldo PavanAldo Pavan

Un secolo dopo le grandi battaglie, torniamo, a piedi, sul fronte orientale e a Caporetto. Trasformato in un sentiero della pace di grande valore naturale

 C’era puzza, sangue e destino in quelle centinaia di chilometri di trincee che costituivano il complesso fronte dell’Isonzo nella prima guerra mondiale. Qui tra il 23 giugno 1915 e il 7 novembre 1917 si combatterono dodici battaglie. Morirono circa 500mila soldati italiani, altrettanti perirono dal lato opposto. Una parte di quel fronte, dal confine del passo Solarie/Solarji fino alle sorgenti dell’Isonzo, il val Trenta, sotto lo Šnita, si trova in Slovenia.  Sono i luoghi della disfatta del regio esercito, nel cuore delle linee del nemico di allora. Li abbiamo percorsi in cinque tappe. Ecco cosa abbiamo trovato esattamente un secolo dopo.

COLOVRAT/KOLOVRAT
Oggi, passi quel confine e quasi non te ne accorgi. Capisci che le cose non sono sempre state così giunto al passo Solarie/Solarji, ex valico di neanche mille metri d’altitudine facilmente raggiungibile in automobile da Cividale del Friuli. E, soprattutto, lo capisci da quel cippo collocato dall’altra parte della strada e dedicato a Riccardo Di Giusto, caduto il 24 maggio 1915 e con ciò detentore del ben poco invidiabile primato di vittima iniziale italiana della Grande Guerra. Certo, il confine a quei tempi non era quello tra Repubblica Italiana e Repubblica Slovena, bensì quello tra Regno d’Italia e impero austro-ungarico.

La storia ha qui lasciato la sua impronta indelebile nel sistema di trincee, camminamenti e caverne scavate lungo la dorsale del Colovrat. Seguendo il sentiero 746 del Cai giungiamo alla cima Na Gradu (1.115 metri), dove ci si dischiude il teatro della disfatta subita dagli italiani nell’ottobre-novembre 1917 e passata alla storia come la rotta di Caporetto. Gli Austriaci, invece, la ricordarono a lungo come das Wunder von Karfreit, il “miracolo di Caporetto”. Davanti a noi vediamo, distesa alla base del versante sloveno del Colovrat e chiusa a nord-est dai massicci della Cima Fredda/Mrzli Vrh e del Monte Nero/Krn, la valle dell’Isonzo/Soˇca, solcata dal fiume color smeraldo che durante la Grande Guerra fu teatro di 12 sanguinosissime battaglie. Riconosciamo la località di Tolmino, da dove gli austrotedeschi si riversarono insieme alle loro unità provenienti dalla conca di Plezzo sulle linee italiane, travolgendo la vicina Caporetto e le alture su cui ci troviamo. Nella conquista del Colovrat e del Monte Matajur si distinse un giovane e brillante sottotenente svevo di nome Erwin Rommel. Le postazioni fortificate del Colovrat sono state in buona parte ripristinate e rese un museo all’aperto transfrontaliero visitabile gratuitamente (ma portate con voi una piccola torcia elettrica). Alle nostre spalle, invece, si apre la pianura friulana, proprio come dovette aprirsi 98 anni fa alle truppe austro-germaniche che nei giorni successivi allo sfondamento entrarono in Italia, costringendo il regio esercito a ripiegare sulla linea del Piave.
Al termine della visita è possibile immettersi sul sentiero della Pace/Pot Miru scendendo in direzione di Tolmino (per circa una dozzina di chilometri) oppure della più vicina Luico/Livek (5 chilometri), in una tappa che offre molte possibilità agli amanti della mountain-bike.

 

OLMINO/TOLMIN
L’itinerario che consigliamo per il secondo giorno si sviluppa nelle vicinanze di Tolmino. Uscendo dal centro abitato e percorrendo la via Brežiˇc che costeggia il fiume Tolminka (un affluente dell’Isonzo) si giunge al vecchio cimitero di guerra austro-ungarico e poi, al termine di un sentiero che attraversa idilliaci campi costellati di meli, a uno spiazzo adibito a parcheggio. Da qui, prima delle celebri gole di Tolmino, si diparte il tratto del Sentiero della pace che conduce alla chiesetta di Javorca. I chilometri da percorrere sono sette, con un dislivello di circa 300 metri. Il tempio fu edificato dagli Austriaci nel 1916: nei suoi interni palesemente ispirati allo stile della Secessione viennese sono collocati pannelli in quercia recanti i nomi incisi a fuoco dei 2.564 militari dell’esercito imperial-regio caduti nell’area circostante. Nomi provenienti da tutti gli angoli dell’impero, che come noto comprendeva non meno di una dozzina di nazionalità.
Di ritorno da Javorca vale la pena di sostare presso i vicini alpeggi della malga di Polog, nel cuore della valle della Tolminka. Qui correva il confine tra i Regni d’Italia e di Iugoslavia, stabilito nel 1920 dal Trattato di Rapallo, come ricordano i bunker italiani in calcestruzzo abbandonati e ancora presenti sul luogo.

CAPORETTO/KOBARID
La tappa più logica per il giorno successivo è Caporetto, distante 16 chilometri da Tolmino e per raggiungere la quale consigliamo la ciclabile che consente di evitare la trafficata strada principale (sta per riaprire un vecchio sentiero da percorrere a piedi, scandito da chiese). L’ossario italiano, inaugurato nel 1938 da Mussolini, caratterizza il paesaggio di questa località, sovrastata dai suoi tre ottagoni concentrici che si stringono intorno alla chiesa tardo secentesca di S. Antonio. Pendant ideale alla visita dell’ossario è quella al Museo di Caporetto/Kobariški Muzej, in ulica Gregorˇciˇceva 8. Poco fuori dal centro abitato, al termine di un sentiero che tocca le opere fortificate dell’esercito italiano e attraversa l’Isonzo in una gola spettacolare amata dai kayakisti, si raggiunge la più bella cascata slovena, il Grande Kozjak. Immaginate un imponente anfiteatro naturale, scavato nel corso dei millenni dal ruscello che dà il nome a questa colonna d’acqua alta 15 metri. Se davvero esistono le vile e le krivapete, creature leggendarie del folklore slavo, questa deve essere la loro dimora. Sul versante culinario, a Caporetto si può godere di una notevole varietà di piatti sia di terra sia di mare. Da provare gli struc­coli/štruklji, dolcetti ripieni di noci a base di pasta non lievitata.

 

LEZZO/BOVEC
Il nostro tour procede in direzione di Bovec/Plezzo (460 metri), località montana raggiungibile attraverso il sentiero ciclabile che snodandosi per circa 9 chilometri porta da Caporetto a Trnovo. Da lì, si costeggia l’Isonzo per una quindicina di chilometri, passando per gli insediamenti di Log ˇCezsoški e di ˇCezsoˇca (Loga d’Oltresonzia e Oltresonzia). In alternativa è possibile prendere il pullman (o “corriera”, come in molti la chiamano ancora da queste parti), facendo attenzione agli orari, visto che il numero delle corse varia a seconda delle stagioni. Oppure il taxi.
Il nome italiano di Bovec è tristemente famoso per l’attacco sferrato dai tedeschi con gas asfissianti alla vigilia della battaglia di Caporetto: furono a centinaia i fanti della Brigata Friuli che perirono all’istante nella conca di Plezzo, sorpresi dalle granate al fosgene. La linea di difesa austro-ungarica era situata sul Monte Rombon e sulle vicine alture del Ravelnik, che con il loro museo all’aperto fatto di trincee, nidi di mitragliatrici e baracche ripristinate, costituiscono una delle tappe del Sentiero della pace. Da qui è possibile proseguire lungo il medesimo sentiero in direzione della vecchia fortezza austriaca di Kluže, distante poco più di 3 chilometri. La guida, Miloš Domevšˇcek, insiste cortesemente affinché ci spingiamo ulteriormente a nord per visitare quello che probabilmente è il più bel monumento risalente alla Grande Guerra dell’intera regione. L’imponente scultura del praghese Ladislav Kofránek è dedicata ai caduti sul Rombon e raffigura due soldati, uno austriaco e uno bosniaco, quest’ultimo riconoscibile dal fez. Si trova nel cimitero militare di Log pod Mangartom (Bretto), località situata a circa 6 chilometri da Kluže e tappa iniziale – o finale, a seconda del senso di marcia – del Sentiero della pace, che si estende tra le Alpi Giulie e il golfo di Trieste.

TRENTA
La nostra ultima tappa sono le sorgenti dell’Isonzo e la Val Trenta, nel cuore del Parco nazionale del Triglav. La località che presta il nome a questa valle stretta e profonda è posta a 620 metri sul livello del mare e dista poco più di 20 chilometri da Plezzo; al fine di risparmiare tempo ed energie suggeriamo pertanto di arrivarvi con il comodo pullman o, al limite, con un taxi. Ci troviamo ora nella terra dello Zlatorog, il mitico camoscio dalle corna d’oro custode di favolosi tesori nascosti sul monte Triglav/Tricorno; ma anche degli orsi, il cui numero è in costante aumento e che comunque noi, purtroppo o per fortuna, non abbiamo incontrato.

Le sorgenti del fiume distano circa quattro chilometri dal centro informativo Dom Trenta; per raggiungerle è necessario risalire il sentiero del Soˇca/Soška Pot fino al suo punto di partenza e poi proseguire lungo un percorso il cui tratto finale consiste in un sentiero attrezzato. Di chiara tipologia carsica, esse si presentano come la piccola apertura di una grotta dalla quale affiora uno specchio di acqua straordinariamente limpida. Da lì, l’ammaliante Isonzo inizia il suo percorso scaricandosi con crescente impetuosità sulle rocce sottostanti. Tornati a Dom Tremta si può decide di continuare a discendere lungo il sentiero del Soˇca che segue il corso dell’Isonzo, in direzione di Bovec. Non prima comunque di aver consumato un generoso panino recuperato presso un vicino spaccio e imbottito di bovški sir, formaggio dop della zona a base di latte di pecora (a differenza del più noto tolminc, che è base di latte di mucca). Il cammino si snoda tra boschi di abeti, faggi e larici, alpeggi e ponti sull’Isonzo che in certi tratti ha scavato veri e propri canyon nella roccia.

Su venti chilometri di cammino la strada asfaltata da percorrere è pari a soli 500 metri complessivi. È presente un unico tratto di sentiero attrezzato con corde, brevissimo, e assai poco impegnativo. La copertura della rete Gsm lungo tutto il sentiero è ottima; pertanto, ai primi sintomi di stanchezza, dopo quasi cinque ore di marcia è stato un gioco da ragazzi chiamare un taxi, che con efficienza asburgica nell’arco di mezz’ora è arrivata al punto concordato (Camp Soˇca, uno dei numerosi campeggi sparsi per la valle). Chissà se anche in voi persisterà vivido il ricordo dello scrosciante gorgogliare delle acque dell’Isonzo, con la sua potente carica relativizzante le piccole preoccupazioni della quotidianità.

Fotografie di Aldo Pavan