Il viaggiatore. Tutto l’odore del Messico

Negli anni Venti, lo scrittore David Herbert Lawrence soggiornò per due volte nel Paese centroamericano e «fu la più grande esperienza del mondo»

«Il Messico ha un lieve odore fisico particolare, come ogni essere umano», scrive David Herbert Lawrence. «Ed è un curioso, inesplicabile profumo in cui si sente la resina, la terra calda, il sudore e l’urina». L’autore dell’Amante di Lady Chatterly soggiornò due volte nel Messico in fermento degli anni Venti. Faceva molto caldo quando aveva attraversato il deserto, passando dal canyon del Rio Grande. «Ma nel momento in cui ho visto il sole luminoso e fiero brillare dalla sua altezza sul deserto, qualcosa nella mia mente si è fermato». A Taos lo aspettava un’ammiratrice, una ricca americana che, cosa scandalosa per l’epoca, conviveva con un indiano. Lawrence, anzi Lorenzo, come lo chiamavano gli intimi in omaggio al suo amore per l’Italia, era entusiasta di quel nuovo mondo selvaggio. Malgrado la sua fragile salute, aveva imparato ad andare a cavallo. Le strade erano piste sconnesse o rigagnoli melmosi. Ma lui continuava a esplorare avidamente i dintorni. I minuscoli paesi si somigliavano tutti. A un tratto tra le casupole fangose si alzava bianca una «grande, solitaria chiesa desolata».
Gli indiani non si lavavano ed emanavano «un insopportabile odore umano e sulfureo», ma bastava non avvicinarsi troppo e ammirare le loro danze «metà diavoleria, metà gioco». Lawrence lavorava nella veranda di un piccolo ranch che gli era stato regalato dall’ammiratrice. Di tanto in tantosi fermava per ascoltare il richiamo roco dei pappagalli o per fissare una scimmia.
«Si burla di noi e ci teme. Noi ridiamo di lei e ne abbiamo paura». Per i messicani anche loro erano strani. Li vedevano, sosteneva Lawrence, come «grandi scimmie bianche», incapaci di godersi l’ozio. Avevano bisogno di tante cose, mentre agli indigeni bastava una vecchia coperta e una tazza di chili.

Si spinse fino a Città del messico, dove rimase impressionato dalle feroci divinità azteche del museo. «Avevo girato il mondo alla ricerca di qualcosa di natura religiosa che fosse abbastanza potente da turbarmi». E finalmente l’aveva trovato.
Da Guadalajara passò al lago di Chapala, «tra quelle cruente montagne messicane dagli azzurri pendii», dove sua moglie venne spaventata da un enorme serpente emerso dall’acqua a pochi passi da lei. In quello strano clima lo scrittore ballò per la prima e l’ultima volta, prima, incerto e poi sempre più rapido. A Oaxaca, «una cittadina molto calma dalla bellezza distante», dove gli indigeni erano piccoli, vivaci e molto gentili, aveva affittato una villa elegante. Si era immerso felice nelle calde sorgenti di Manby. Il suo corpo bianchissimo sembrava trasparente, ma non tradiva la debolezza che lo spossava.
A tremila metri l’aria era purissima. L’aveva scelta per migliorare lo stato dei suoi polmoni, ma proprio lì ebbe un peggioramento e gli venne diagnosticata la tisi. Eppure non era pentito di quel viaggio. «Penso che il nuovo Messico sia stato per me la più grande esperienza che il mondo visibile mi ha concesso. Di sicuro mi ha cambiato per sempre».