Il Viaggiatore. Il tempo e i graffitari

Incisioni rupestri, impronte di aborigeni, messaggi d’amore a Pompei: tutto diventa arte. Basta aspettare qualche secolo

Qualche volta i murales e i graffiti diventano importanti. Se capita è merito del tempo che nobilita anche quelli più banali, e quando superano secoli e millenni diventano persino documenti preziosi. Ricordo bene quando mi capitò di scoprirne uno antico di oltre 20mila anni. Ero nel territorio aborigeno dell’Arnhem Land, nell’Australia del Nord, alla ricerca di dipinti preistorici, e per un imprevisto rimasi solo in quel labirinto di rupi rosse e di paludi infide, assediato da mostruosi serpenti delle rocce, supercoccodrilli e megacanguri carnivori che l’ansia rianimava per me dagli antichi dipinti sulle pareti di pietra. Il caldo e la stanchezza facevano il resto. In cerca di un angolo d’ombra, e per calmarmi un po’, mi sedetti sotto una sporgenza della roccia. Aspettai ore, sempre più inquieto, finché sentii il rumore dell’elicottero che tornava a prendermi. Raccolsi zaino e borraccia e solo allora vidi che sulla pietra, pochi centimetri dietro la mia testa, c’era una bella mano dipinta “in negativo” – con la tecnica dello stencil – d’epoca preistorica (nella foto in alto). Forse di una donna, viste dimensioni e delicatezza del gesto, e sembrava volermi salutare. Un esperto d’arte preistorica australiana mi spiegò che queste impronte scoperte a centinaia furono lasciate dai nostri antenati probabilmente per dire: «Io ci sono», «Io sono stato qui». Insomma, per marcare il territorio con le loro mani, proprio come fanno i graffitari nostrani quando imbrattano muri e monumenti con sigle e firme per dirci che esistono anche loro. l’antica voglia di lasciare un segno del proprio passaggio è ben documentata a Pompei dove l’eruzione del Vesuvio del 24 agosto del 79 dopo Cristo, sigillò centinaia di scritte e graffiti presenti sui muri. La campagna elettorale che era in corso è ben documentata: «Votate per Vettio Fermo alla carica di edile. Ne è ben degno», «Pasquio raccomanda Lucio Popidio Ampliato alla carica di console», «La candidatura di Vettio è sostenuta da tutti i vecchi morti di sonno», oppure: «È un giovane attivo e pieno di energie».

Ma non c’era solo la politica. Un tipo entusiasta delle arti di una bella prostituta, la raccomandò a tutti su un muro: «A Nocera, presso porta Romana, nel quartiere di Venere, chiedi di Novellia Primigenia». Naturalmente non mancano innamorati e cuori infranti, spesso delusi e vendicativi: «A che serve avere una Venere, se è di marmo?», «Virgula al suo Terzio: sei un porco», «Lucilla ricava dal suo corpo denaro sonante», «Uno ama, un altro è amato: io me ne infischio»; ma qualcuno aggiunse: «Chi se ne infischia ama». Uno scanzonato un po’ surrealista fece sapere che «Marco ama Spendusa e Rufo ama Cornelia Elena. Ma ora devo andarmene, ho fretta». Moltissime scritte, troppe per qualcuno che comunque aggiunse anche la sua: «Mi meraviglio, o muro, che tu non sia ancora crollato sotto il peso di tante stupidaggini». Passarono i secoli mentre carcerati, soldati, crociati, innamorati e fedeli di tutte le religioni lasciavano tracce sui muri, con sagome di mani, di piedi, caricature, invocazioni, ingiurie, cuori trafitti, battute folgoranti, vere sciocchezze, oscenità. E così pietre e intonaci hanno registrato la vita in tutte le sue pieghe, testimoniando che neppure i personaggi illustri seppero resistere alla tentazione di incidere la loro vanagloria sulla roccia, in cerca di eternità. Uno per tutti: il celebre avventuriero-egittologo Giovanni Battista Belzoni che scoprì un ingresso nella piramide di Chefren lo scrisse in bella vista nella camera funeraria del faraone. Ma incise il suo nome in diversi altri monumenti egiziani, non lontano da quelli di Rimbaud e di Byron. Ma sono proprio le firme dei due poeti o quelle di oscuri omonimi?