Maremma al galoppo

Giacomo FeGiacomo FeGiacomo FeGiacomo FeGiacomo FeGiacomo FeGiacomo FeGiacomo FeGiacomo Fe

L’irresistibile fascino del trekking a cavallo. Ce lo racconta Valerio Magrelli che è montato in sella nel parco di Vulci. Tra boschi, laghetti e ruderi etruschi. E confessa il piacere, ma anche la paura (e le precauzioni)

Ho scoperto il cavallo da ragazzo. Sono caduto subito, eppure ha continuato a piacermi. Non ho mai preso lezioni, ma ho avuto amici pazienti che mi spiegavano come non cadere, o almeno come farlo con eleganza. Quando ho iniziato, negli anni Settanta, lo sport era considerato un tradimento della politica – sport e letteratura, per essere precisi. Quanto all’equitazione, la sola idea suonava di per sé offensiva, per via del suo classismo (niente di più sbagliato, per chi si limitava a montare “in affitto”, ossia montando cavalli a noleggio). Se i miei compagni di scuola mi avessero visto indossare un cap, sarei andato incontro a un autentico suicidio sociale. Fu così che, per anni, mi aggirai per boschi e viottoli, senza neanche un minuto di preparazione. L’amore giovanile culminò nello spavaldo acquisto, in un mercatino dell’usato, di un paio di stivali neri e fiammanti, che solo più tardi scoprii appartenere ai carabinieri in motocicletta. Comperarli e smettere, fu tutt’uno. Ripresi solo trentacinque anni dopo, come se niente fosse. È come in bicicletta: una volta appreso, non si scorda più. Ma il cavallo si muove da solo, e questa è la sua bellezza, simile alla planata di una barca a vela. Bellezza e paura, anzi paura al quadrato, poiché l’animale è molto più atterrito di chi tiene le briglie. La prima cosa da imparare, è che si tratta di creature timorose, terrorizzate da strisce pedonali, tombini, buste, ruspe, uccelli, ruscelli, fuscelli, come si legge in un strano e doloroso libro di Grandin Temple, La macchina degli abbracci (Adelphi). 

Così, sempre pedinando il solito amico (l’unica volta che lo lasciai, mi ritrovai a terra), sono tornato tra canneti, valloni, sassaie. Si chiacchiera, si tace, e ogni tanto, scegliendo con cura il terreno, si galoppa – esperienza stupefacente, nel senso che appartiene alla famiglia delle sostanze stupefacenti. Concludo la confessione illustrando la mia armatura. Infatti, giunto ai sessant’anni, prudenza vuole che nel vestiario figurino un busto da motociclista (causa lombaggine), la cosiddetta “tartaruga” (fascia di protezione simile a un giubbotto anti-proiettili), un casco da polo (in pratica, da moto), nonché ginocchiere, gomitiere e polsiere usate da mio figlio per pattinare. Va peraltro segnalato come si vada diffondendo l’air-bag. Sì, proprio quello presente nelle nostre auto: basta staccarsi dalla sella, e oplà!, il giubbotto si gonfia e noi, felici, rimbalziamo per terra. Insomma, non so quanto andrà avanti, fra vertebre scricchiolanti, reumi e acciacchi, ma per essere bello, è bello davvero. Fine della digressione. Ma dove andare, vestito di tutto punto? Ebbene, proporrò una gita speciale al Parco archeologico e naturalistico di Vulci, in provincia di Viterbo, fra Montalto, Tuscania e Marciano. Per farlo, occorre chiedere il permesso (telefonando al numero 0766. 879729; www.vulci.it). Basta disporre di un cavallo proprio e accordarsi con un accompagnatore autorizzato (anche lui ovviamente a cavallo). L’area da visitare è sterminata: 158 ettari che ospitano le rovine della grande città etrusca distrutta dai Romani nel 280 a.C., nonché una necropoli, di circa 30mila tombe, molte delle quali ancora inaccessibili. Come testimoniano i sontuosi corredi funebri, ora disseminati nei musei di mezzo mondo, Vulci fu una delle più grandi città-stato dell'Etruria, e conobbe un forte sviluppo marinaro e commerciale con Grecia e Oriente. Le strutture visibili risalgono soprattutto all’epoca romana, ma non mancano tracce etrusche, quali ad esempio la cinta muraria, eretta con blocchi di tufo e conservata in più punti. 

L’attuale ingresso, posto in corrispondenza della Porta Ovest (una delle cinque originali), immette sul decumano, che attraversa la città in direzione ovest-est. È però tempo di risalire a cavallo. Dopo aver sostato presso fosse, tumuli, tombe a cassone, a camera o a corridoio, è venuto il momento di rialzare la testa. Difatti, la natura si impone prepotente. L’ambiente palustre ha favorito il proliferare di numerose specie vegetali e animali. Che vista portentosa! Siamo su una specie di altopiano verde, spazzato da una brezza leggera, con ampi viali erbosi che attraversano un’immensa piattaforma calcarea. Il mare si intravede da lontano, mentre cavalchiamo lungo piste deserte. Di questa regione si innamorò D.H. Lawrence che nel suo Luoghi Etruschi, composto verso il 1927, passa dall’amore per il popolo di Porsenna, all’odio per l’imperialismo romano (prima latino, poi fascista). Così, assistendo a una cerimonia littoria, gli viene da osservare: «Perché non salutano all’etrusca piuttosto che alla romana?». Per Lawrence, è stato notato, la civiltà etrusca non scomparve, ma, come un fiume carsico, continuò a irrigare la cultura dell’Italia centrale: a suo parere, negli affreschi di Giotto si intuiva l’eredità artistica di un mondo le cui figure dipinte dimostrano «una fede profonda nella vita, un’accettazione totale della vita». L’ideale è una visita primaverile, ma anche l’estate riserva non poche sorprese. Scendendo da un boschetto, per esempio, si sbuca davanti a un’immagine incantata: il laghetto del Pellicone. È proprio qui che, nel film Non ci resta che piangere (1984), Roberto Benigni e Massimo Troisi giocano a scopa con Leonardo da Vinci. È sempre qui che, pochi anni più tardi, Aldo, Giovanni e Giacomo sguazzano indisturbati in una celebre scena di Tre uomini e una gamba (1997). E il bagno, in questa specie di cerchio magico, ha veramente qualcosa di speciale, naturalmente cinematografico e spettacolare. Quando il giro finisce, poi, si trovano ancora molte cose da vedere. Basta uscire dal Parco archeologico, che ci si imbatte nel Castello di Vulci, col suo piccolo ma interessante museo. Edificata nel XII secolo dai monaci cistercensi su quella che era nata come un’abbazia (distrutta da incursioni saracene), la fortezza fu gestita per un certo periodo in collaborazione con quei cavalieri Templari oggi portati in auge da Dan Brown, autore di Il codice da Vinci e Angeli e demoni. Proprio davanti al monumento spicca il “ponte del Diavolo” (III secolo a.C.), costruito dai Romani su fondamenta etrusche. Con i suoi 30 metri di altezza su una gola selvaggia, il suo arco ci riporta al fantastico set medievale dell’Armata Brancaleone che Mario Monicelli girò appunto da queste parti proprio mezzo secolo fa. E come non ricordare, noi a cavallo, il battagliero Gassman? Con il suo giallo destriero Aquilante, questo don Chisciotte dei poveri sembra ora continuare a salutarci, mentre cala la sera e lentamente faccio ritorno a casa sul mio fedele, dolce Ronzinante.  

Foto di Giacomo Fe