Argentina/1. Ritorno nel labirinto

Fabrizio AnnibaliFabrizio AnnibaliFabrizio AnnibaliFabrizio AnnibaliFabrizio AnnibaliFabrizio Annibali

Dopo 20 anni una giornalista di Touring riscopre la sua Buenos Aires. Quel che resta e come è cambiata una delle capitali più affascinanti del Sud America

«Dos medialunas, por favor». Le petite Madeleine in salsa argentina sono questi due piccoli croissant (mezze lune appunto), morbidi e burrosi che fanno il loro dovere e, oltre a rifocillare, mi regalano il primo vero assaggio di Buenos Aires dopo quasi due decenni. Era dal 1999 che mancavo e la scusa per sbarcare in Argentina allora erano ricerche per la tesi di laurea. In tasca lire, dollari e qualche traveler’s cheque, il medioevo monetario in trasferta. Zaino in spalla d’ordinanza e un indirizzo: Estados Unidos all’incrocio con la Bolivar, quartiere San Telmo. Avrei trascorso lì le successive settimane a studiare e scoprire la Parigi del Sud, com’era definita nelle guide. Fosse stata più brutta la città, la tesi sarebbe venuta meglio, ma la pianta ortogonale di Buenos Aires è come un invito non scritto a ricoprire tutti i quadrati, ad attraversare un altro isolato, a completare e riempire le caselle. E ora, dopo tutti questi anni, mi ritrovo a fare lo stesso.

La mia prima impressione è che la città nelle ultime due decadi sembra rimasta cristallizzata nel suo decadentismo di classe, tra eleganti rovine e aspirazioni di grandeur. Un mix che, allora come oggi, ha un magnetismo inspiegabile. O forse spiegabilissimo. Ci si sente a casa, come in Europa, ma è chiaro che si è nel Sud del mondo, ci sono i condomini lussuosi e le case diroccate che un tempo dovevano essere anche loro di lusso (probabilmente non vengono demolite di proposito, mantenute come memento), le persone parlano spagnolo, ma con un accento che tradisce l’origine italiana di molti di loro. «Non Tiffany, ma quasi» come definì Buenos Aires lo scrittore nordamericano Truman Capote. Mentalmente continuo il gioco del “trova le differenze” tra ieri e oggi però, un passo dopo l’altro, diventa più difficile, con una memoria intrisa di nostalgia che si dimostra ingannevole. I tassisti indossano la maglia di Messi (quella di Maradona è nell’armadio) e hanno aggiunto il santino di Papa Francesco accanto a quello di Evita Perón o Carlos Gardel (il re del tango), tracce dell’evoluzione dell’orgoglio nazionale. Mappa alla mano il reticolo di strade è rimasto invariato: per attraversare le 18 corsie dell’Avenida 9 de Julio ci vogliono ancora tempo e pazienza, soprattutto se nei paraggi si svolge una manifestazione (molto probabile). La pedonale Lavalle è sempre la regina del cambio blu, ovvero in nero (l’euro ora però è più prezioso delle altre valute), in Plaza Dorrego a San Telmo e al Caminito della Boca ci sono i tormentati tangueros che ballano. Più di altri Paesi l’Argentina ha subito tracolli politici e finanziari che l’hanno letteralmente portata dalle stelle alle stalle nel giro di una notte. Coincidenza ha voluto che mi trovassi a Buenos Aires sia durante le elezioni del 1999 (quando vinse un celebratissimo e poi odiatissimo Fernando De La Rua) sia in quelle dello scorso autunno (vinte dall’ex sindaco della capitale Mauricio Macri, anche lui amato e odiato). In mezzo impossibile dimenticare la crisi iniziata nel dicembre 2001. Mentre il mondo era distratto dai postumi dell’11 settembre newyorkese l’apparentemente ricca Argentina si sgretolava, le banche bruciavano miliardi di pesos dei risparmiatori che si trovavano senza nulla, se non le padelle e le pentole vuote da usare come tamburi di protesta nelle piazze. Sino a qui la cronaca di una gestione economica ignobile che ebbe ripercussioni in mezzo mondo, Italia compresa (basta ricordare i bond argentini).

Per capire quale assurda bolla scoppiò quell'anno mi incammino sul Puente de la Mujer. Progettato dall’archistar spagnolo Santiago Calatrava, il costoso ponte pedonale fu inaugurato pochi giorni prima del tracollo economico. L’affascinante opera architettonica collega la città “vecchia” a quella “nuova” allora in piena costruzione, il mirabolante Puerto Madero. Decine di palazzi, grattacieli, spazi pubblici e privati all’insegna del lusso e della modernità. Nessuno si poteva permettere di vivere lì allora e non molti possono adesso. Pare che il calciatore Leo Messi possieda un appartamento, ma non lo usi spesso. Forse si sente solo. Oggi i porteños (gli abitanti di Buenos Aires) ci scherzano filosoficamente facendo anche battute sulle forme ardite del Puente de la Mujer. Jonathan Misrahi è un giovane imprenditore disincantato dalla politica ma ottimista. Da sei anni gestisce, insieme ad alcuni amici e soci, Biking Buenos Aires, una società che organizza tour in bici alla scoperta della città. Decido di seguirlo. In un attimo da San Telmo, lungo una serie di inattese piste ciclabili, mi guida verso la Boca, e poi nella nuova scintillante Puerto Madero. «Dalla Buenos Aires popolare a quella impopolare, in tutti i sensi», dice ridendo, «Però qui è ottimo per pedalare, il traffico è scarso, non ci vive nessuno» e giù un’altra risata. Eppure questa zona ha un suo fascino e non lo nega nemmeno lui. I vecchi dock del porto sono stati ristrutturati e trasformati in uffici, showroom, ristoranti, mentre poco distante si sviluppa la riserva ecologica affacciata sul Rio de la Plata. Il luogo ideale per riprendere fiato lontano dal caos del centro.

È ora di riscoprire anche il centro di Buenos Aires in effetti. Un centro non centrale, ma diffuso che ha nella Plaza de Mayo un punto di riferimento ideale, storico e simbolico. La Casa Rosada dalla quale si affacciava Evita Perón, le bandiere giganti che sventolano, i paseaperros, o “passeggiatori di cani” che portano a spasso labrador e barboncini in un ingarbugliato intrico di guinzagli, le sagome dei foulard delle madri e delle nonne di Plaza de Mayo disegnati per terra. Una cartolina già vista, ma imprescindibile in un viaggio della memoria. Come la gita alla Recoleta, il cimitero-museo, dove ogni luogo di sepoltura è circondato da statue, lapidi, angeli di marmo che rendono incredibilmente non lugubre o macabra la visita. Tutto intorno la Buenos Aires chic ed elegante, quella delle boutique e della chirurgia estetica (negli ultimi anni il turismo al botulino è una delle maggiori fonti di reddito per l’Argentina), dei ristoranti alla moda e delle gallerie d’arte. Non lontano ci sono poi i parchi di Palermo, l’altro quartiere chic, hipster e alternativo a seconda della via che si imbocca. Molti affollano le sale del bellissimo Museo de arte Latinoamericano de Buenos Aires, il Malba, le cui collezioni sono ospitate in spazi luminosi e moderni; un altro segnale di una città che non si è fermata del tutto, ma che anzi ha fatto passi avanti in direzioni diverse, dalla gastronomia alla moda, dal design al cinema. Proprio il cinema, soggetto principale della tesi di laurea, mi aveva condotto a queste latitudini alla fine dello scorso millennio. La notte della matite spezzate di Hector Olivera, Garage Olimpo di Marco Bechis, il mastodontico documentario La republica perdida di Miguel Pérez. Tutte fonti utili per conoscere un Paese, per sentirlo vicino, senza però mai capirlo del tutto. Per questo allora la mia tesi di laurea cambiò radicalmente al ritorno in Italia. Buenos Aires era diventata il mio labirinto, anche se meno cupo e inquietante di quello descritto da Borges. Eterna come il mare e il vento, secondo la definizione del Dante Alighieri argentino, ma anche capace di far perdere il senso dello spazio e del tempo. In effetti succede lo stesso da Tiffany.