Atene: tentativi di ritorno al futuro

Giuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe CarotenutoGiuseppe Carotenuto

Il nuovo rinascimento della capitale greca passa attraverso la cultura contemporanea. Per sfuggire alla crisi puntando sull’arte

Una salita all’Acropoli, un gyros (specialità greca) e via veloci in fuga verso il porto per prendere il primo traghetto per un’isola dell’Egeo. Atene sconta il fatto di essere la capitale di un Paese con un mare che richiama a sé milioni di turisti ogni anno. D’altronde è blu, le isole sono bianche e l’insalata greca costa poco. Persino Mark Twain, nel suo viaggio mediterraneo trasformato nel buffo diario Innocenti all’estero, dopo essersi inerpicato fino al Partenone e dopo aver rubato un po’ di uva da un vigneto poco distante scrisse: «Abbiamo visto tutto quello che c’è da vedere» e si è imbarcato per le isole. Atene non è nemmeno la classica meta di un weekend lungo fuori stagione. Se la crisi economica le ha sicuramente stroncato le gambe, un diffuso pregiudizio la fa spesso definire brutta da chi non ci ha nemmeno mai messo piede o quasi. Una cosa è certa: è la città europea più onestamente europea, ma ha anche un suo lato quasi mediorientale. Non sarà mai organizzata e scintillante come Copenaghen e nemmeno festaiola come Barcellona, eppure Atene è un laboratorio umano, sociale, economico, creativo e storico che non ha rivali e che vale la pena di scoprire. È stata la culla della civiltà, ora è la culla dell’accoglienza, ha dichiarato il fallimento economico, ha puntato sulla sinistra radicale per riemergere, ha manifestato e poi accettato spesso con fatica le reprimende del Nordeuropeo (quello che ad Atene sale sull’Acropoli e poi scappa con il primo traghetto su un’isola sperando di non far cadere lo sguardo su un gruppo di migranti).
Ora il laboratorio ateniese sta tentando altre strade che coinvolgono singoli cittadini, investimenti pubblici, iniziative private e, probabilmente, il senso di colpa dell’Europa più ricca. Dallo scorso aprile centinaia di pacifici tedeschi hanno invaso le strade e le piazze della capitale in occasione della quinquennale d’arte contemporanea documenta 14. L’evento, nato a Kassel in Germania nel 1955, per la prima volta esce dai confini nazionali e sbarca nella culla della civiltà per “imparare da Atene” come recita lo slogan della manifestazione. Centinaia gli artisti coinvolti che hanno portato la loro creatività in musei, piazze, strade, fondazioni, bar in una girandola di sculture, video, installazioni e performance “costringendo” il pubblico a confrontarsi con la complessità ateniese, bella o brutta che sia. Come in ogni occasione importante non sono mancate polemiche tra chi vede nell’operazione una sorta di post colonialismo culturale e chi continua a sostenere che il ritorno economico non valga l’impegno (eredi forse dell’eresia del «con la cultura non si mangia»). Certo è che documenta 14, in città fino al 16 luglio, ha dato slancio all’inaugurazione più volte rimandata dell’Emst, il nuovo museo d’arte contemporanea, ha aperto porte di edifici misconosciuti agli stessi ateniesi come il Conservatorio (la sede espositiva probabilmente più emozionante) e il Politecnico, ha stimolato musei e fondazioni private a inaugurare nuove aree espositive come il Benaki che, nella sede non lontana dalla centralissima piazza Syntagma, espone una straordinaria collezione d’arte islamica e nella nuova area di Pireos Street punta invece su video e giovani artisti.

Una vasca piena di olive fa bella mostra di sé proprio all’ingresso dell'Emst. La didascalia, non senza una buona dose di ironia, recita: “Il pagamento del debito greco alla Germania con olio e cultura”. L’opera di Marta Minujín è una provocazione, ma anche un buon incipit di una travolgente serie di lavori ispirati al passato, come le statue stampate in 3d che riproducono miti greci dello spagnolo Daniel García Andujár, ma anche al presente. Il presente dei popoli in movimento che la stessa Europa cerca di bloccare, metaforicamente raccontato in Tripoli Canceled di Naeem Mohaiemen, un video realizzato su un vecchio aereo parcheggiato all’aeroporto di Atene nel quale il pilota annuncia la partenza di un volo che non decolla mai. L’approccio politico delle opere è pressoché ovunque, indicando una tendenza emersa in tutte le grandi kermesse d’arte contemporanea compresa l’attuale edizione della Biennale di Venezia. Il ruolo politico dell’artista è nel dna di documenta fin dalla sua prima edizione e ora gli artisti non vogliono e forse non possono farne a meno assolvendo al ruolo di narratori e interpreti del proprio momento storico. D’altronde camminare per le strade di Atene è anche questo. Le serrande di molti negozi sono abbassate, i profughi sono tanti, ma altrettante sono le esplosioni di cultura, non solo classica, che si leggono sui muri ricoperti di coloratissimi graffiti o nei concerti a cielo aperto o ancora nelle espressioni di creatività diffusa legate non solo a documenta. Gli ateniesi accogliendo così tante persone che scappano dalla guerra e da situazioni disperate è come se avessero messo in prospettiva la propria di situazione. Negli ultimi anni le gallerie d’arte sono aumentate considerevolmente e spesso sono spazi indipendenti messi in piedi da giovani che di prospettive non ne hanno molte altre. L’assenza di un mercato vero e proprio rende però incredibilmente stimolante il loro lavoro. Anche molto più onesto e disinteressato. In qualche modo più puro.
Difficile immaginare cosa potrebbe pensare oggi Mark Twain del caos calmo di Psiri, il quartiere delle botteghe e dei locali, del mercato delle pulci di Monastiraki, tra oggetti autenticamente vintage ed evidenti truffe per turisti creduloni, della movida hipster del Gazi, la zona intorno ai gasometri trasformata in Technopolis, dell’eleganza sofisticata delle belle case di Kolonaki o delle manifestazioni costanti in piazza Syntagma. Gli ateniesi suoi contemporanei non gli piacquero per nulla, quasi fossero degli usurpatori di un luogo mitico e mistico e c’è da scommettere che farebbe fatica a capire anche quelli di oggi. Hanno attraversato la peggiore crisi economica immaginabile mettendo in discussione, per forza di cose, anche i valori del mondo contemporaneo, dal consumismo agli sprechi. Al caffè freddo da sorseggiare per ore in un bar coi tavolini all’aperto sotto l’Acropoli non si rinuncia, ma a un’auto nuova, una felpa firmata, forse anche alle vacanze sì.  

Il mini corso di vela per fortuna è gratuito e anche se non si solca il mar Egeo, bambini e ragazzi apprezzano lo stesso, come tutti i principianti d’altronde. Il fatto che si veleggi in una vasca artificiale lunga un centinaio di metri fa anche questo parte della filosofia un po’ obbligata del less is more, meno è di più. La vasca si trova al Centro culturale della fondazione Stavros Niarchos al Pireo che si raggiunge con un servizio navetta gratuito da piazza Syntagma. Il centro è stato recentemente inaugurato ed è un progetto faraonico ma elegante di Renzo Piano. Da una parte c’è la sede dell’Opera nazionale, dall’altra, ancora in fase di allestimento, la biblioteca nazionale in grado di ospitare milioni di volumi e centinaia di lettori, studenti e ricercatori. In mezzo una grande piazza con tavolini al sole e sopra le due strutture un parco sul tetto con vista sul mare da una parte e sulla città (Acropoli compresa) dall’altra. Un’architettura ardita, ecocompatibile, accogliente, dove, vela a parte, le famiglie vanno per godersi il verde, chi ama correre per allenarsi e i velisti in erba per imparare appunto i primi rudimenti. Niarchos, armatore e uno degli uomini più ricchi del mondo, alla sua morte, nel 1996, lasciò parte della sua eredità per creare una fondazione filantropica e culturale che oggi investe in numerose iniziative in tutta la Grecia.
Il suo collega Aristotele Onassis fece lo stesso e ai suoi lasciti si deve il Centro Culturale Onassis, sempre ad Atene, che ospita concerti, balletti e spettacoli teatrali. Percorso simile anche per il magnate del cotone Emmanouil Benakis che lasciò in beneficenza molte proprietà e dracme che furono trasformati dal figlio anche in un museo che oggi ha raddoppiato la sede (che ospita anch’esssa documenta 14). Riconoscimento di un ruolo culturale fondamentale per il mondo dall’esterno; intraprendenza locale; investimento di grandi ricchezze private per uno scopo comune. Atene è il laboratorio di un esperimento dal destino ancora incerto, ma senza dubbio originale e interessante sul quale vale la pena di puntare. Una salita ripida con qualche rallentamento come quella per raggiungere la cima del colle Licabetto (c’è anche la funivia, per i pigri). Una salita accidentata in alcuni momenti, ma in cima, al tramonto, la luce su Atene prende le sfumature perfette e l’applauso ci sta tutto. Con buona pace di Mark Twain.

Foto di Giuseppe Carotenuto