Troppi turisti! Che fare?

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Da Barcellona a Venezia è stata l’estate delle proteste contro l’eccesso di visitatori che assediano alcune città e sconvolgono la vita degli abitanti. Esiste una ricetta per coniugare accoglienza e sostenibilità?

 Il turismo è come il colesterolo, c’è quello buono e quello cattivo. Come riconosce l’articolo 1 dello Statuto del Touring Club Italiano il turismo è un’attività che si contraddistingue per «un alto valore sociale, culturale ed economico» perché porta alla «conoscenza dei paesi e delle culture del mondo favorendo reciproca comprensione e rispetto fra i popoli». Non solo, il turismo genera lavoro e benessere. I calcoli variano, ma grossomodo ogni 30 turisti si crea un nuovo impiego nel settore. Considerando che ogni anno viaggiano oltre 1 miliardo di persone il conto è presto fatto: il turismo è la prima industria mondiale e impiega circa il 10 per cento della forza lavoro. Fin qui il lato buono. Quello cattivo è finito sulle pagine dei giornali nei mesi scorsi. Con la Spagna capofila, questa è stata l’estate delle proteste contro i troppi turisti e i loro eccessi. A Barcellona – prima che gli attentati sulle Ramblas sconvolgessero la vita – si sono registrati assalti a due pullman scoperti che scorrazzano i turisti. E nel quartiere di Gràçia sono comparsi striscioni: «Il turismo uccide il quartiere». A Maiorca si sono registrate azioni simboliche «contro i turisti, non più benvenuti». Mentre in Sardegna sono stati costretti a porre il numero chiuso alla spiaggia di Cala Biriola, nel Comune di Baunei sulla costa orientale: massimo trecento al giorno. Sulla riviera ligure numerosi sindaci hanno regolamentato l’accesso alle spiagge libere per evitare bivacchi e picnic. A Venezia la polemica sul turismo è all’ordine del giorno da anni. Ma se prima a essere chiamate in causa erano le navi da crociera che con il loro passaggio mettono a repentaglio la stabilità della laguna, ora l’attenzione si è spostata sui turisti sporcaccioni che si esibiscono tra calli e rii. Un’ulteriore ferita per la città che ogni anno perde abitanti e guadagna stanze in affitto e attività per turisti. Ma non sono solo le città europee a soffrire. In Thailandia hanno deciso che con la nuova stagione l’isola di Koh Tachai, nel sudovest del Paese, resterà chiusa ai turisti: mettono a rischio la sopravvivenza della barriera corallina.

Gli anglosassoni lo chiamano overtourism. In italiano una termine univoco non si è ancora affermato: assedio turistico, sovraturismo, turismofobia. La parola conta relativamente, quel che conta è che alcune città rischiano di collassare sotto il peso degli arrivi. Così quel che prima era visto come una benedizione si trasforma in maledizione. Del resto, se nel 1950 c’erano 25 milioni di viaggiatori internazionali e nel 1995 si era a 536 milioni, oggi siamo a quasi 1,3 miliardi. Solo che in questi 67 anni non risulta siano state scoperte nuove terre. Rispetto al 1950 c’è un mondo intero che si è aperto al turismo, vero. Però se nuove mete si aprono alcune – basti pensare alla costa Sud del Mediterraneo – si chiudono, mentre milioni di cinesi e indiani accedono al mercato. Il vero problema è che tutti vogliono vedere alcune di quelle vecchie. L’homo turisticus nel suo complesso dimostra di non essere creatura dotata di grande fantasia: va dove lo portano e una volta arrivato nelle mete obbligatorie si concentra nel fazzoletto di vie più battute. Così, complice il boom delle compagnie low cost, il calo dei prezzi degli alloggi legato alla diffusione di Airbnb (che sconvolge il tessuto sociale delle città, altro problema) si assiste a una pressione senza precedenti su alcune località di moda. Un esempio? La piccola (42mila abitanti) Dubrovnik: la città croata è un caso paradigmatico. Venticinque anni fa cercava di risorgere dalle bombe della guerra iugoslava. Oggi, complice il successo della serie tv Game of Thrones in parte girata tra le sue mura, accoglie un milione di visitatori spalmati nei mesi estivi, quando si concentrano gli attracchi delle navi da crociera e gli arrivi delle compagnie low cost, con l’aeroporto passato dai 50mila passeggeri del 1995 ai
2 milioni della scorsa stagione. Il sindaco Mato Franković ha deciso di limitare gli accessi al centro storico: non più di 4mila al giorno. Per farlo ha deciso di installare le telecamere ai cinque ingressi della città vecchia: «Perderemo soldi nei prossimi due anni, ma in futuro ne guadagneremo molti di più».

 

Perché al di là di ogni considerazione, è tutta una questione di numeri e di soldi. Utilizzando gli arrivi come unica statistica per giudicare il successo le destinazioni  stanno distruggendo quelle stesse attrazioni e paesaggi, naturali e umani, per cui sono diventate famose. Alcune città rischiano di rimanere vittime del loro successo: troppa gente nello stesso posto e nello stesso momento. «Sovraffollamento e congestione non sono sempre causati dal turismo in senso tecnico (ovvero da coloro che pernottano nella destinazione) ma dall’escursionismo, ovvero da coloro che “usano” le località per un limitato numero di ore arrivando il mattino e andandosene la sera, mettendo a dura prova i luoghi, proprio perché esercitano una pressione concentrata nel tempo e nello spazio senza lasciare beneficio alcuno. È questo il tipo di overtourism di cui soffrono molte destinazioni nazionali» spiega Massimiliano Vavassori, direttore del Centro Studi Tci. Per cui occorre studiare a fondo la questione. «E mettersi nella giusta prospettiva per trovare una soluzione che in linea di principio dovrebbe scoraggiare una fruizione affrettata e impattante (escursionismo) per una che meglio si può integrare con la comunità residente e con il l’offerta locale (il turismo)» prosegue Vavassori. Ma regolamentare il sistema si può, qualcuno ci sta provando. Seguiremo i casi più importanti, raccontando le esperienze italiane e straniere che in futuro potranno cambiare le regole del gioco, consapevoli che il turismo può rivelarsi un’arma a doppio taglio.