Il viaggiatore. È Samoa la sua isola del tesoro

All’apice del successo Robert Louis Stevenson scelse di vivere a Upolu, dove divenne il cantastorie degli indigeni

Cara zia, questo luogo supera in splendore i nostri sogni più folli. Non ho mai visto niente di più strano. Il fascino di Samoa non ha niente di spettacolare», scriveva Fanny, la moglie di Robert Louis Stevenson, il Natale 1889. Non sapeva ancora che quell’arcipelago li avrebbe ospitati per anni. Stevenson amava quella lingua di terra al largo del Pacifico perché era lontana dal XIX secolo, perché era «un miscuglio di tutte le epoche, le razze, i delitti e le virtù». Certo c’era qualche inconveniente: la frequenza degli uragani, i cacciatori di teste e l’instabilità politica. I visitatori arricciavano il naso di fronte al cottage nel villaggio di Vailima – sull’isola di Upolu –, sempre in disordine sotto lo scomodo tetto di lamiera. Lo scrittore, magrissimo, gli occhi brucianti di febbre, si presentava vestito di un vecchio pigiama. Un ospite piuttosto formale notò con raccapriccio che Stevenson aveva due calzini di colori diversi, uno ocra e l’altro porpora. «Invece di comprare tanta terra, gli Stevenson avrebbero fatto meglio a comprarsi del sapone!». Anche lui però come gli altri era destinato a cadere sotto il fascino Robert Louis: il suo amore per le privazioni, la mancanza di comfort e la durezza della vita samoana lasciava tutti ammirati e assai stupiti.

Stevenson però non rinunciava a certi lussi. Aveva speso una somma notevole per farsi costruire un camino, del tutto inutile all’Equatore. D’altronde per lui una casa senza focolare non era una casa, anche se il camino inondava le stanze di fumo ogni volta che si tentava di accenderlo. Nei giorni di festa i sette domestici venivano vestiti con un perizoma scozzese del clan Royal Stewart. Malgrado le stranezze, la sua vita era ben regolata. Si alzava prima delle sei. Faceva colazione con una tazza di tè e uova fritte e cominciava a scrivere. Lavorava a letto per tre ore, poi andava a zappare per un’ora. Alle undici un breve pasto, prima di tornare alla scrittura e al giardino. Alle cinque e mezza, durante la merenda leggeva le lettere degli amici, da Gustave Flaubert a Henry James. Poi faceva venire l’ora di cena. Spesso dopo cena lo scrittore e gli amici si riunivano nel salotto, una vasta camera foderata di legno, in cui organizzavano dei concerti domestici. Lui suonava il flauto e la moglie il banjo mentre qualcuno sedeva al modesto pianoforte o metteva in funzione l’armonium.

Il più strano degli arredi era un’immane cassaforte in cui lo scrittore conservava il suo lavoro. Quando l’isola era stata funestata da una guerra civile, i capi tribù suoi amici gli avevano affidato i loro beni per proteggerli dai saccheggi. I samoani apprezzavano molto Tusitala, il narratore di storie, come lo chiamavano. Un’opinione non condivisa dagli europei del posto, in lotta tra loro per il predominio sull’isola da lui amata. «Luoghi incantevoli, sempre verdi; clima perfetto; perfette figure di uomini e donne, con fiori rossi tra i capelli. E nient’altro da fare se non studiare oratoria ed etichetta, starsene seduti al sole e raccogliere i frutti mano a mano che cadono dall’albero».