Viaggiare leggeri. Viaggi “esperienziali” con troppi selfie

L’evoluzione, non sempre perfetta, del turista contemporaneo, tra anglicismi e qualche ostilità

Già dalla fine del Settecento, quando si affermò la pratica del viaggio di formazione in Europa per i giovani signori, si profetizzava che lo spirito originale del Grand Tour, come esperienza individuale di confronto con le arti e le culture del passato, sarebbe stato rovinato “dagli inglesi”, ovvero dai primi viaggi organizzati del pioniere dal turismo James Cook. Oggi si direbbe che il mito del viaggio subisca l’ultima offesa, piuttosto che per opera “degli inglesi”, per via proprio “dell’inglese”. Sono davvero troppi, e talvolta odiosi, i vocaboli dell’anglo-globalizzazione che ricorrono soprattutto nel marketing turistico, ovvero nel campo della commercializzazione delle località e delle strutture ricettive. Ma gli operatori professionali, in fondo, sono i più giustificati a usare certi termini astrusi, immersi come sono in un mondo di workshop (= seminari di formazione) per imparare a sviluppare format (= modelli) di turismo “esperienziale” (traduzione forzata di experential tourism) per “customizzare” (customization vuol dire personalizzazione) l’offerta.
Il peggio, forse, è l’anglodipendenza di esperti e osservatori.
Un saggio del sociologo Marco d’Eramo, che si propone di svolgere un’interessante “indagine sull’età del turismo”, viene evocativamente intitolato dall’editore Feltrinelli Il selfie del mondo, dato che il turista tipo di oggi va in giro a scattare immagini di se stesso con il telefonino, a farsi appunto dei selfie (da self= sé).
Bene, passi che il raffinato studioso accetti di ricorrere all’anglicismo tanto in voga, ma che il lavoro di d’Eramo venga poi interpretato “come un invito a vivere ancora il viaggio come occasione di self-improvement” (citazione testuale dall’editoriale di una nota rivista), beh, fa un po’ cadere le braccia: per l’uso dell’espressione inglese che sta per auto-miglioramento e miglioramento della propria posizione, nonché soprattutto per il fatto che il libro in questione sia una critica radicale della società viaggiante.

P { margin-bottom: 0.21cm; } E se nessun aristocratico, oggi, si permette più di definire i gruppi dei turisti comuni “la lebbra bianca degli hotel” (come fece sul finire dell’Ottocento John Ruskin, pittore, poeta, scrittore, esteta vittoriano di prim’ordine), capita d’imbattersi in piccole e grandi pubblicazioni che si rivolgono ironicamente al lettore-viaggiatore e visitatore, appellandolo con un orribile dear intruder (= caro intruso).
Ma, in fondo, niente è così urtante come la mania degli insiders tips (= consigli dai ben informati) che pervade lo stile novello delle guide turistiche: va sempre a finire che, soprattutto quando si parla di mondi lontani, tra il Terzo e il Quarto e anche oltre, l’insider in questione è il solito occidentale ricco e annoiato, che ha fatto del cosiddetto “sotto-consumo ostentativo” (ovvero di fare mostra di non essere più vittima del consumismo banale) una tale bandiera da trasferirsi lontano, e in un Paese povero, improvvisando magari qualche attività parallela al turismo.
Altro che insider, in genere è il classico personaggio che finge pure con se stesso di non essere considerato solo un ennesimo “sciur padrun da li beli braghi bianchi”, come cantavano già due secoli fa le sagge mondine tra Novara e Vercelli...