Transnistria, un tuffo nel passato sovietico

La repubblica della Transnistria è un piccolo fazzoletto di terra moldiva oltre il Dniester, formalmente indipendente anche se non riconosciuto da nessuno, ma sostenuto economicamente da Mosca

Dicono che la Transnistria sia l’ultimo Paese davvero comunista rimasto al mondo, ma forse non è vero. Di certo chi ci viene, e non sono molti, lo fa per la curiosità di vedere come mai sarà un Paese architettonicamente ed esteticamente congelato ai tempi dell'Unione Sovietica. Anche se l’autoproclamata Repubblica della Transnistria è rimasta congelata non tanto per ideologia ma per povertà. Qui non è tanto l’idea di essere comunisti a guidare le scelte, quanto la mancanza di risorse dovuta all’indigenza. La colpa? L’embargo sostanziale dovuto al fatto di essere un Paese inesistente: uno Stato de facto con tanto di esercito e governo, ma non riconosciuto ufficialmente da nessuno se non da altri Paesi che a loro volta nessuno riconosce, come Abkhazia e Ossezia del Sud. Insomma, un corto circuito della geopolitica. Tutto ebbe inizio nel 1992. Una guerra durata mesi e costata qualche migliaio di morti portò all'indipendenza di questa sottile striscia di terra moldava compresa tra il fiume Dniester e l’Ucraina.

Un Paese lungo meno di 250 chilometri e largo al più una quarantina abitato da 550mila persone incastrate in un anfratto spazio temporale dove la storia sembra essersi fermata agli anni dell’Urss. Del resto la guerra iniziò perché gli abitanti, in maggioranza di origine russa e ucraina, non si riconoscevano nella neonata Repubblica Moldava, ma volevano rimanere attaccati a Mosca. Come di fatto sono, poiché senza i cospicui aiuti di Putin, quasi un miliardo di dollari l’anno, lo Stato non si reggerebbe in piedi. Nel Paese c’è un’unica vera impresa, la Sheriff, che gestisce il 75 per cento dell’economia nazionale, quasi fosse un ministero. C’è poi un’università, una banca nazionale che batte moneta, una grande fabbrica dove si allevano storioni e si produce caviale, una distilleria di cognac, alcune fabbriche che producono per conto terzi cappotti e altri indumenti. E poi questo turismo mordi e fuggi: visti di 10 ore per chi arriva da Chișinău per respirare l’aria del passato. Perché i monumenti sono tutti ancora in piedi: stelle rosse, eroi dell’Armata Rossa, omaggi a militari di Paesi comunisti, e dunque amici, come Cuba; qualche statua di Ștefan cel Mare che nel XV secolo ha liberato il territorio dai Turchi. Ovunque bandiere rosse e verdi con la stella e bandiere russe, qui e lì qualche carro armato e poi lì, davanti al palazzo che ospita il Presidente, una statua di Lenin in granito (nella foto in alto a sinistra) nella posa di rito, con mantello e braccio a indicare, forse, il Sol dell’avvenire, che qui dicono sia ancora rosso di colore. Tocca andare a guardare.