Viaggiare leggeri. Salviamo l’Islanda dal distrut-turismo

Come guidatori della domenica e “selfisti” delle aurore boreali stanno banalizzando il fascino dell’isola

 

 Di recente si è parlato, nel mondo degli appassionati di avventura, dell’impresa fallita da uno degli extreme runners italiani più noti, Andrea Toniolo detto Bubu: il giro completo, in solitaria, dell’Islanda. Dopo aver corso tre giorni interi in pieno inverno, percorrendo ben 200 km con venti contrari anche da 70 km l’ora, il nostro Bubu si è dovuto ritirare per un banale incidente, avvenuto lungo una strada proibitiva e pressoché deserta: una macchina, arrivata a sorpresa in direzione contraria, l’ha urtato con lo specchietto e ferito, per fortuna senza gravi conseguenze. Lo stesso Toniolo, che l’inverno scorso era riuscito a raggiungere a piedi Capo Nord (partendo dal Veneto, in 84 giorni), ha poi dichiarato senza risentimento: «Negli ultimi anni c’è stata un’esplosione del turismo in Islanda.
E, lo sanno bene gli stessi islandesi, le loro strade e le loro strutture non sono progettate per un simile afflusso di persone. Spesso i turisti noleggiano un’auto credendo di doverla guidare in condizioni normali, ma non è così. Ci si trova in situazioni estreme senza nemmeno rendersene conto. Eppure molti guidano come se fossero in città. Non mi stupisco di quel che è accaduto».
Anche il sottoscritto ha rischiato un incidente analogo, sempre in Islanda e in inverno, nelle prime ore della notte, lungo una piccola strada – si noti bene – di un parco naturale. Una mostruosa jeep dotata di ruote gigantesche rialzate, con il suo carico di esploratori da vacanze di Natale, correva verso la cima di una collina, da cui si cominciava a intravedere l’ammaliante danza dell’aurora boreale.

 

Il vostro viaggiatore leggero, invece, cercava di allontanarsi dalla zona immediatamente limitrofa al lodge-caffetteria del parco, intorno a cui erano appostati nugoli di turisti.
C’è ben poco di più disarmante, oggi, in Islanda, di una gita organizzata per catturare lo spettacolo aurorale che incarna l’idea stessa del Nord. Nelle serate più indicate, grazie ai suggerimenti di un apposito servizio di previsioni meteo islandese, partono da Reykjavík centinaia di autobus, pulmini, automobili 4x4 e super-jeep diretti verso le zone meno abitate dei dintorni. Parcheggiano o accostano tutti insieme, divisi per ditte organizzatrici, negli stessi punti d’osservazione. I turisti più ricchi affittano appositi pick up con vetri panoramici persino sul tetto, e se ne stanno al calduccio con il thermos in mano; i comuni mortali, da 40 euro a testa per un posto sul pullman, si assiepano intorno a un punto di ritrovo, come la foresteria-bar di un parco. I tour hanno nomi come Northern Lights Mistery, ma il clima e il vento spazzano via ogni mistero, ogni desiderio d’iniziazione: di notte, nel periodo a cavallo del capodanno, quest’anno si stava intorno ai -10 °C, con 20 km all’ora di vento, quando va bene.
Appena s’accendono le prime luci danzanti le guide cominciano a chiamare a gran voce quelli che si attardano per servirsi un tè o una tisana. L’aurora boreale ha un arco di colori che solo l’occhio fotografico individua bene e completamente: quello umano coglie il tipico verdastro, ma gli sfugge, per esempio, la gamma del rosa. Sia quel che sia, il turista-tipo sembra interessato soprattutto al bollino da supermercato per la collezione sul profilo social-mediatico. E c’è persino chi, dopo un lungo appostamento fotografico al freddo, magari col treppiede, proprio quando comincia la tanto agognata danza delle luci, gira le spalle all’esperienza diretta che ha ispirato per secoli poeti e pittori, pur di mettersi in posa per il selfie di rito. Decisamente l’Islanda, fino a ieri terra estrema d’avventure, è diventata un caso da manuale del distrut-turismo che sta segnando la nostra epoca.