Torino. Un museo non mummificato

Nonostante la notorietà, pochi sanno come mai il più antico Museo Egizio al mondo sia proprio a Torino. Come per molti altri tesori della città, la nascita della collezione si deve ai Savoia, che l’acquistarono nel 1823 per una cifra equivalente a 700 milioni di euro da Bernardino Drovetti, piemontese di nascita e console di Francia in Egitto. Drovetti, dopo la caduta di Napoleone, si dedicò all’esplorazione dell’Alto Egitto in un’epoca in cui i reperti archeologici erano di proprietà di chi li trovava, mettendo insieme un tesoro proposto prima in vendita senza successo alla Francia. Fondamentali in seguito le acquisizioni dovute alle campagne di scavo fra il 1903 e il 1937 di Ernesto Schiapparelli e Giulio Farina. Attualmente, il museo di via dell’Accademia delle Scienze conserva circa 40mila reperti, dislocati in 12mila mq, disposti su 4 piani. Nonostante l’immenso patrimonio, il direttore Christian Greco spiega che: «Nessun museo egizio può presentare tutto il mondo Egitto. Fra la prima mummia e l’ultima sono trascorsi 3300 anni. La nostra collezione racconta una storia, la storia di questi reperti».
Infinite le chiavi di lettura e le possibilità di visita delle sale dove passeggiò anche Giuseppe Verdi in cerca di ispirazione per la sua Aida. Anche se le audio guide sono incluse nel prezzo del biglietto, una visita guidata può arricchire l’esperienza. Una volta al mese ce n’è una speciale con il direttore dopo l’orario di chiusura (museoegizio.it). Christian Greco è un direttore disponibile, che conquista con la sua passione e la sua capacità di divulgatore. «La verità assoluta non esiste – ci spiega – Quello che è stato detto 20 anni fa non vale più. L’archeologia è una scienza interdisciplinare e le nuove tecnologie portano continue nuove scoperte». Per questo il Museo Egizio è tutt’altro che un luogo polveroso e la nuova mostra Archeologia Invisibile (fino al 6 gennaio 2020), attraverso tac e ricostruzione con stampanti 3D, svela nuovi segreti del corredo funebre dell’architetto Kha e della moglie Merit.