Piemonte. Lago d’Orta, uno splendido isolamento

I grandi tesori di un piccolo lago: lungo appena 13 km, il lago d’Orta è un concentrato di sorprese, di storie e di misteri affascinanti. Il nostro viaggio fra Bandiere Arancioni del Touring, architetti milanesi, chef stellati campani, autori di bestseller per bambini e persino… pirati della Malesia

Dei laghi non ti puoi fidare. Passi una curva, un versante, percorri un sentiero e dove arrivi non somiglia a dove sei partito. Succede anche al lago d’Orta, nonostante sia il più piccolo dei laghi alpini, e l’unico piemontese. I milanesi (quasi) non ci vanno, i torinesi nemmeno. Uno splendido isolamento che in qualche modo ha preservato la bellezza di questi luoghi, e la loro identità.
Portabandiera del lago è Orta San Giulio, Bandiera Arancione Tci, sulla sponda orientale: da qui partono i battelli per l’isola di San Giulio. I turisti accorrono, parcheggiano, fanno un giro in centro e sul lungolago, fra le antiche case e i palazzi barocchi dagli eleganti balconi in ferro battuto. Se ne vanno in serata e del lago ne sanno meno di prima. «Abbiamo mezzo milione di visitatori l’anno, e a loro diciamo sempre di andare a vedere tutto il lago» racconta il sindaco Giorgio Angeleri. «Ci sono cose incredibili qui intorno. Abbiamo perfino un vulcano...»

In effetti nella zona di Varallo esiste un vulcano fossile, che 300 milioni di anni fa, all’epoca della Pangea, esplose e collassò. Per i geologi è un caso unico al mondo, vengono a studiarlo da oltreoceano.
Ecco: al lago d’Orta di tesori unici ce ne sono un’infinità: molti sono nascosti, altri sono sotto gli occhi di tutti. Come il Sacro Monte di Orta, Patrimonio Unesco assieme agli altri Sacri Monti alpini, che domina Orta San Giulio. Risale agli inizi del Seicento, è il cuore di una riserva naturale regionale ed è l’unico Sacro Monte dedicato a un Santo: San Francesco.
Molto più laica ma altrettanto unica è Villa Crespi, palazzetto neogotico alle porte di Orta San Giulio dove dal 1999 lo chef Antonino Cannavacciuolo ha il suo ristorante.

 

Lui, campano verace, ha sposato Cinzia Primatesta, una donna del lago, e ora vive qui. Acqua dolce e acqua salata insieme da vent’anni nella gestione del ristorante che gli ha portato prima una, poi due stelle Michelin. Successo e popolarità, amplificati dalla tv, che hanno anche un rovescio della medaglia: molto spesso lo chef viene fermato all’uscita del ristorante da fan appostati lì anche da ore per farsi una foto insieme. Anche questo chef che nei modi e nella mole ricorda Bud Spencer (e come lui, è amatissimo) ha contribuito alla notorietà del luogo. «La sua sola presenza porta qui 20mila persone l’anno», conferma Angeleri.
Accompagnati da Paola Fornara, giovane insegnante di Omegna e direttore artistico del festival cinematografico Corto e fieno («quella per il cinema è una passione trasmessa da papà», confida), siamo andati alla scoperta della sponda orientale: anche qui, appena vai in profondità, scopri tesori inaspettati.

 

Salendo verso Ameno, se volgi lo sguardo al lago, oltre a vedere l’isola di San Giulio che spunta dietro al Sacro Monte, laggiù in fondo si crea una quinta naturale fra le montagne: al centro, svetta il Monte Rosa. Questo spettacolo l’abbiamo visto al tramonto dal bordo di una piscina a sfioro, tra i vigneti. Siamo a Vacciago, frazione di Ameno, dove nel 2012 due fratelli, gli architetti Giancarlo e Matteo Primatesta (come la signora Cannavacciuolo, ma non sono parenti), hanno creato La Darbia, ristorante con annessi appartamenti. «Abbiamo preso un piccolo rudere e lo abbiamo ristrutturato e ampliato fin a realizzare il complesso attuale, che conta venti appartamenti e un ristorante da 45/50 coperti. Ogni anno facciamo qualcosa di nuovo. All’inizio pensavamo che avremmo avuto solo coppie da Milano e Torino per il weekend, invece abbiamo solo turisti stranieri che vengono qui d’estate anche tre settimane. Molti non si muovono nemmeno dall’appartamento. Altri invece fanno base qui e arrivano fino al lago di Como». Il posto dove sorge La Darbia è magico, seminascosto in un bosco: una vera oasi di pace. Un altro tesoro nascosto.

Una fitta rete di sentieri cinge il lago soprattutto sulla sponda occidentale, oggi più selvaggia nonostante sia stata, in passato, quella più industrializzata. Ma proprio là dove i capannoni delle manifatture Bemberg hanno per decenni scaricato i rifiuti della lavorazione dei tessuti nel lago, è nata e cresciuta una forte coscienza ambientale. Il lago ha rischiato di morire, ma per una volta l’uomo ha saputo riparare ai suoi errori, con un progetto di ripulitura mai messo in atto prima su uno specchio d’acqua così grande. Se da Gozzano a San Maurizio d’Opaglio convivono fabbriche e coscienza green, più a nord sulla stessa sponda ci sono luoghi incontaminati, piccoli santuari della natura, come racconta Paolo Minazzi, che è cresciuto a San Maurizio d’Opaglio e da tre anni è guida escursionistica ambientale. «Nei boschi sopra Nonio c’è una piccola radura con al centro un faggio a ombrello», dice. «Ѐ nella lista degli alberi secolari e sembra un enorme bonsai. Ha qualcosa di magico».

 

Il turismo escursionistico si è attrezzato, negli ultimi anni: sono nati diversi centri di noleggio mountain bike e si stanno diffondendo anche le bici elettriche. «Accompagno spesso i turisti lungo l’Anello azzurro, un sentiero di 12,6 km che costeggia tutto il lago e tocca luoghi bellissimi come Ronco e Oira, due caratteristici villaggi di pescatori immutati nel tempo. Oggi la sfida è preservare questi luoghi ed evitarne lo spopolamento», conclude Paolo.
Ameno è un paesino con meno di mille abitanti appena oltre lo spartiacque: siamo sopra il lago, ma non lo vediamo. In compenso possiamo vedere il lago Maggiore. Nella vetrina di un parrucchiere, in bella mostra, libri usati di tutte le dimensioni alternati a statue di Pinocchio e altri oggetti in legno. Silverio, il titolare, si affaccia: «Si entra gratis, i libri costano un euro, sfogliarli 10 centesimi», sorride. Da anni raccoglie libri  che la gente butterebbe via, e dà loro una nuova casa e una nuova vita. Ma che posto è questo? Un posto di gente straordinaria.

 

Come Davide Vanotti, insegnante e scrittore, che con la moglie Enrica Borghi, artista contemporanea (sue le palle di Natale per Luci d’artista a Torino), porta avanti il progetto Asilo bianco: dal 2005 i due organizzano in paese eventi, simposi, mostre. Hanno invitato e ospitato artisti provenienti da tutto il mondo, dalla Svezia fino a Cuba. «Per noi l’arte contemporanea è questo, qualcosa che unisce una comunità e al tempo stesso la apre all’esterno», dicono. Assieme mi raccontano l’incredibile passato di questo paese, quasi «uno Stato libero e autonomo» fin dal IV secolo, quando il vescovo di Novara venne quassù e ne fece una sorta di regno personale – e infatti nella sola Ameno ci sono ventitrè chiese. Quantità, ma anche qualità: la parrocchia di S. Rocco, nella vicina Miasino, fu realizzata da Francesco Maria Richini, l’architetto del Duomo di Milano e della Pinacoteca di Brera.
«Questo è un giacimento culturale da preservare», dicono. 

Oggi Ameno è un paese di vie minuscole che si aprono su palazzi immensi, con ballatoi, porticati, cortili interni. Non case di villeggiatura della buona borghesia piemontese, ma proprio palazzi nobiliari o appartenenti a famiglie che hanno fatto la storia d’Italia. La famiglia Tornielli era tra le più illustri di Novara; di loro proprietà era il palazzo omonimo, oggi sede del Comune, l’annessa chiesa e il parco antistante. Quello che era il cortile del palazzo è oggi la piazza comunale, mentre il parco, ormai separato dalla villa, ha mantenuto l’impianto originale neogotico, con gigantesche quinte teatrali affrescate a trompe l’oeil che si alternano a veri elementi architettonici come una ghiacciaia e una torre-belvedere. Oggi è un piccolo parco pubblico che non ha eguali al mondo.
E ancora: Carlo Nigra (1856-1942), architetto del Borgo Medievale di Torino e rettore del Politecnico di Torino, si rifugiò nella vicina Miasino in epoca fascista e a lui dobbiamo il recupero di quel gioiello cinquecentesco che è villa Nigra, oggi proprietà del Comune. Gli affreschi esterni sfoggiano l’originario splendore, mentre il giardino e le sale al pian terreno ospitano eventi e festival culturali.

La storia ci dice anche che questa era terra di confine fra il Regno di Sardegna e il Regno Lombardo-Veneto. Perciò quassù bazzicavano anche personaggi equivoci, spie e avventurieri. Come il marchese Solaroli, cui dobbiamo l’omonima villa con parco secolare a Miasino, più nota come castello di Miasino, che ha una storia recente travagliata ma che fra pochi mesi dovrebbe diventare uno spazio pubblico e fruibile dai cittadini. Il complesso è neogotico moresco, lo stesso stile di Villa Crespi, e racconta il gusto del suo “creatore”, il marchese Paolo Solaroli di Briona. Un personaggio da romanzo: partito nel 1823 prima per l’Egitto e poi per l’India al servizio della britannica Compagnia delle Indie, Paese da cui avrebbe a più riprese riportato opere d’arte di inestimabile valore, sposò una regina locale e divenne comandante dell’esercito del sultanato di Sardhana. Dal look eccentrico – in India aveva preso l’abitudine di tenere i capelli e la barba molto lunghi – avrebbe ispirato a Emilio Salgari, suo contemporaneo, il personaggio di Yanez nei romanzi di Sandokan. Chi l’avrebbe immaginato che un giro sulle sponde del lago d’Orta ci avrebbe portato fra i tigrotti della Malesia.

Fotografie di Susy Mezzanotte