Evergreen. Servono grandi o piccole opere?

Abbiamo davvero bisogno di grandi opere? O quello che ci occorre sono le piccole opere, la cura e la manutenzione quotidiana del territorio? Non siamo più nel Dopoguerra, quando si dovevano soddisfare bisogni primari elementari

L’eccezionale acqua alta che ha colpito Venezia lo scorso novembre ha fatto affiorare un tema che se ne stava temporaneamente in disparte: quello delle grandi opere di cui ci sarebbe un gran bisogno nel nostro Paese. Si dice che, se a Venezia fosse stato operativo il Mose, il sistema di dighe mobili contro l’acqua alta, la città non avrebbe subito danni e i turisti sarebbero stati soddisfatti. Può darsi, ma, non avendolo mai sperimentato prima, nessuno può essere sicuro al 100 per cento che il marchingegno avrebbe funzionato. Quello che sembra più sicuro è che l’eccezionale velocità di salita delle acque in laguna sia stata facilitata dall’opera incompleta. La risagomatura delle bocche di porto in cemento armato può aver reso più veloce la marea che non incontra più le asperità naturali del fondo che da sempre doveva superare.

Ma come cambierà Venezia con il Mose? Se l’acqua alta sopra i 110 cm fosse rara in città come era un tempo, il sistema di dighe mobili si metterebbe in azione solo eccezionalmente. In questo caso la spesa di sette miliardi di euro non sarebbe pienamente giustificata, visto che la pulizia dei canali e le piccole opere di sopraelevazione dei punti critici (che in città si facevano da sempre) raggiungerebbero da sole un buon livello di protezione. Ma se le maree incrementano, come stanno facendo a causa del cambiamento climatico che innalza il livello del mare Adriatico e concentra le precipitazioni, allora il Mose dovrà entrare in funzione molte volte. In questo caso il rapporto fra il mare e la laguna sarebbe compromesso al punto da rischiare la morte dell’ecosistema lagunare. In quel caso, però, anche la città non sarebbe più viva: Venezia ha un senso nel contesto, altrimenti la potresti avere anche a Las Vegas (dove ci hanno infatti provato). Cioè la laguna deve essere vitale e trarre dall’Adriatico la sua linfa.

Le grandi opere come il Mose portano la conseguenza di sclerotizzare il territorio su cui insistono, e rischiano di non produrre il beneficio cercato. Ma questo è un problema generale del nostro Paese: abbiamo davvero bisogno di grandi opere? O quello che ci occorre sono le piccole opere, la cura e la manutenzione quotidiana? Non siamo più nel Dopoguerra, quando si dovevano soddisfare bisogni primari elementari: all’alba del terzo millennio i benefici degli investimenti infrastrutturali sono molto minori che in passato.

In generale si ritiene che ci sia un legame infrastrutture-sviluppo, ma l’utilità delle opere pubbliche dipende dalla loro qualità e dal loro uso efficiente, e le infrastrutture trovano una loro ragione nelle strutture economiche regionali. Infatti ci sono aree che posseggono infrastrutture molto consistenti che permangono nel sottosviluppo e, d’altro canto, ci sono regioni scarsamente infrastrutturate che, invece, mostrano indici di dinamismo economico assai elevati. Possiamo discutere a lungo sull’utilità del Mose, ma il problema delle grandi incompiute è che rendono più fragile il territorio che dovrebbero favorire proprio nel momento in cui sono in via di realizzazione.