I Silenzi del Piccolo Tibet. L'oro rosso di Navelli

Max Rella

La coltivazione dello zafferno di Navelli è una antica tradizione contadina

Tra ottobre e novembre di ogni anno, da otto secoli, 20 ettari di terreno (ma in passato erano molti di più) si colorano di viola: sono i fiori di zafferano, che vengono raccolti la mattina presto, prima che il sole li apra. L’operazione dura quindici giorni, poi i fiori sfioriscono. Siamo sull’altopiano di Navelli, terra di mezzo tra la catena del Gran Sasso a est e il massiccio del Sirente-Velino a ovest: un paradiso in terra per questa spezia dal nome arabo (Zaafran) che solo qui, grazie al microclima della zona, al peculiare metodo di coltivazione e al terreno carsico, raggiunge una qualità superlativa. «È una produzione delicata – spiega Gianfranco Napoleone, uno dei soci della cooperativa Altopiano di Navelli, principale produttrice di Zafferano dell’Aquila dop –: una volta raccolti i fiori bisogna asportarne gli stimmi, che vengono sistemati su un setaccio della farina posto per la tostatura sulla brace di legna, meglio di mandorlo o di quercia. Gli stimmi così asciugati si macinano con un comune macinino per produrre la polvere rossa da confezionare in bustine, oppure si collocano interi in vasetti da un grammo o da mezzo grammo. Per ottenere un chilo di zafferano secco occorrono circa 250mila fiori e oltre 500 ore di lavoro».

Nel 2019 a Navelli ne sono stati prodotti 35 chili, che hanno impegnato una novantina di produttori i quali hanno confezionato circa 30mila bustine e 20mila vasetti: quelli da un grammo costano 22-23 euro. «In passato – prosegue Napoleone –, i produttori più anziani, in fase di dismissione della loro attività, hanno venduti i loro bulbi ad aziende toscane, umbre e sarde. Oggi per non disperdere questi preziosi semi il Consorzio per la tutela dello Zafferano dell’Aquila dop ha creato la Banca dello Zafferano che gestisce il sistema in modo oculato: ha acquistato i bulbi da chi non lavora più e li ha piantati in un campo di comunità, dove i soci li trasformano in prodotto finito. Inoltre, per invogliare le nuove generazioni, ha consegnato ai giovani del luogo mezzo quintale di bulbi, per allargare la coltivazione e cercare di preservare anche in futuro i saperi antichi legati a questa preziosa spezia».