Il viaggiatore. Chateaubriand, nobile in fuga

Nel 1791 lo scrittore bretone si rifugiò nel Nuovo Mondo con la scusa di cercare il passaggio a Nordovest. In realtà si allontanava dalla Rivoluzione Francese

Nel 1791, René de Chateaubriand era solo un nobile di provincia che, invece di emigrare a Coblenza come tanti aristocratici ansiosi di combattere la repubblica che li stava massacrando, aveva scelto un’altra strada: evadere dal tumulto della rivoluzione, in cui non si sentiva a suo agio, per andare incontro alla natura. Andare in America per incontrare i selvaggi, un’umanità intatta, studiare e descrivere quello che Rousseau aveva solo teorizzato era il sogno di quel ventitreenne con la bella testa troppo grande per il corpo minuto. Amava il mare e, sul piccolo brigantino che lo trasportava a Baltimora, si era fatto legare all’albero maestro per non essere trascinato via dalle ondate. Un giorno si intestardì a fare il bagno nell’Atlantico. Dopo avergli spiegato i pericoli, dai pescecani alle correnti, i marinai si rassegnarono a calarlo tra le onde con un paranco, per poi ripescarlo poco dopo, provato dalla lotta con i cavalloni, mentre le pinne degli squali si stavano avvicinando. Ma René era un uomo d’onore: aveva detto che voleva tuffarsi e lo avrebbe fatto, a costo di morire affogato.

Appena sbarcato in America fu ricompensato da una specie di visione. Un’adolescente nera bellissima e seminuda, «come una giovane Notte», gli era venuta incontro. «Fu una schiava a ricevermi nella terra della libertà». Una lettera di raccomandazione gli aprì le porte della modesta casa di Washington, che ascoltò pazientemente i progetti di viaggio del visitatore, per poi invitarlo a pranzo. «In quell’oceano di foreste, avendo per così dire la natura intera prosternata ai miei piedi», Chateaubriand fu preso da una specie di delirio. Dentro di lui «si operò una strana rivoluzione». Andava da un albero all’altro dicendosi: «Qui niente più strade da seguire, niente più città, case anguste, niente più presidenti della repubblica, niente re e soprattutto niente più leggi e uomini». Tranne qualche selvaggio che si teneva a rispettosa distanza. René, finalmente libero da ogni obbligo e legame, si sentiva felice. 

Non si saziava mai di contemplare la natura. Le foglie avevano ogni sfumatura immaginabile. «I suoni hanno destato altri rumori, la foresta è tutta un’armonia». Aveva visto la brutalità dei coloni, ma non aveva trovato il Buon Selvaggio: i pellerossa erano viziosi, egoisti e crudeli come gli uomini civilizzati. Ma nelle tribù dell’interno la legge dell’ospitalità era rimasta intatta e aveva fumato il calumet della pace con gli anziani, maestosi capi indiani. Era sceso lungo le cascate del Niagara rischiando più volte di cadere nell’abisso, intontito dal ruggito dell’acqua. Se l’era cavata con un braccio rotto, ma aveva proseguito la sua esplorazione. Un giorno, mentre si riposava vicino al fuoco del camino di una fattoria, lesse distrattamente il titolo della prima pagina di un giornale inglese: «Fuga del re». Mentre leggeva le notizie sulla guerra imminente tra le truppe della rivoluzione e quelle della reazione, capì che insieme a quella del re anche la sua fuga era finita.