Ogliastra. L'isola nell'isola

La regione aspra e poco battuta lungo la costa orientale della Sardegna non ha solo spiagge da sogno, ma anche suggestivi itinerari nell’entroterra, fra altopiani, grotte e guglie di roccia. Da (ri)scoprire in solitudine

«La Sardegna è così bella che, quando un sardo muore e va in Paradiso, comincia subito a criticarlo». È facile condividere la battuta di Lucio Salis quando vivi in Ogliastra. Un lembo di terra aspro e selvaggio che si è preservato nel tempo grazie all’isolamento e ai suoi abitanti. È definita l’anfiteatro sul mare ed è così che appare, racchiusa su tre lati da una corona di montagne che digradano verso le acque del Tirreno. Lontana da ogni luogo comune, fa riscoprire il piacere di ammirare e meravigliarsi. Già mentre il traghetto s’avvicina ad Arbatax la sua costa ammalia: sotto i voli di gabbiani corsi e falchi della regina si susseguono rocce calcaree che strapiombano a mare accigliate e imponenti.
Sono tra le falesie più alte d’Europa, plasmate dalla forza delle onde e modellate dal vento. Celano profonde cavità e sottili insenature, esibiscono spiagge bianchissime e archi pittoreschi. Un colpo d’occhio che stupisce e impressiona. Nella zona del porto turistico fanno bella mostra di sé le iconiche Rocce Rosse: giganti di porfido rosso che si stagliano sulle acque verde smeraldo e al tramonto si accendono come tizzoni. Una quinta naturale unica per il Rocce Rosse Blues Festival, l’imperdibile appuntamento della musica estiva sull’isola a cui partecipano artisti di fama mondiale. Da qui si raggiungono le lunghe spiagge del Sud, vere perle del Mediterraneo. Non ci lasciamo sfuggire la spiaggia di Cea, con i due faraglioni frequentati da impavidi tuffatori; la marina di Barisardo protetta dalla torre di avvistamento contro i corsari; la spiaggia di Coccorrocci, una lunga distesa di pietroline grigie, verdi e rosa dove vivono is coccorroccius (le lumachine di mare a cui deve il nome) e dove la colonna sonora è il rotolio incessante dei sassolini tondi trascinati dalle onde.

Dall’acqua salata del mare a quella dolce della sorgente Su accu e axina, che scende dalla montagna anche d’estate. A pochi chilometri da Coccorrocci, infatti, si giunge alle piscine naturali di Monte Ferru, inserite tra i Sic, i Siti di Importanza Comunitaria. Un’escursione da fare a piedi, muniti di scarpe chiuse e comode. La fatica è compensata da un bagno rinfrescante o dalla semplice visione di cascatelle e laghetti incastonati fra rocce di porfido rosso e oleandri in fiore. Ripartiamo alla volta di Baunei, un piccolo borgo aggrappato al Monte Santo a quasi 500 metri di altitudine, che si sviluppa attorno alla parrocchiale di S. Nicola. All’orizzonte, rilievi giurassici dalla forma particolare, chiamati “Tacchi”, sono avvolti dalla foschia di un temporale fugace. Dall’abitato seguiamo il nastro d’asfalto che si srotola tra la macchia mediterranea e s’inerpica fino all’altopiano del Golgo, un’isola di roccia vulcanica in un mare di pietra calcarea. Ogni curva apre la vista a panorami mozzafiato, mentre qua e là si scorgono capretti e asinelli in totale libertà.
A un tratto appare tra gli olivastri la seicentesca chiesa campestre dedicata a San Pietro, segno che siamo arrivati alla meta. Non lontano c’è il rifugio della cooperativa Goloritzé, dove facciamo base. Qui, per un caso fortunato, incontriamo il grande alpinista Mario Verin. A lui e all’amico Peppino Cicalò si deve la nascita del trekking Selvaggio Blu, un percorso molto impegnativo che va dalla guglia di Pedra Longa a Cala Sisine, snodandosi per circa 40 km tra le vecchie vie del Supramonte. Il racconto della loro impresa allieta la cena a base di culurgionis, fagottini di pasta ripieni di patate, pecorino e menta, e cannonau, il vino rosso isolano per eccellenza. Sapori d’altri tempi.
È l’alba quando Gavino, una guida della cooperativa, ci raggiunge per condurci a Cala Goloritzè, monumento naturale come la vicina voragine di Su Sterru, una buca profonda quasi trecento metri che si apre all’improvviso; originata, secondo la leggenda, dalla tremenda lotta tra San Pietro e il basilisco (in Sardegna noto come s’iscultone). L’escursione alla cala inizia in località Su Porteddu. Si parte in salita per poi scendere lungo un canalone incassato tra pareti a strapiombo. Un posto ricco di macchia mediterranea e cuili, antichi ovili realizzati in pietra e frasche. Sulla destra Punta Caroddi, alta 143 metri, terra promessa di arrampicatori solitari. Per noi che ne sfioriamo solo la base, la meta più ambita è quell’acqua turchese al di sotto della scarpata, da cui appare Cala Goloritzè con il suo arco di roccia proteso sul mare. Il profumo di rosmarino ed elicriso si mischia al salmastro: c’è di che rimanere storditi. All’arrivo Gavino ci mostra gli ispuligi de nie (pulci di neve), i minuscoli sassolini che formano la spiaggia.

Per scoprire il lato meno turistico e conosciuto dell’Ogliastra occorre avventurarsi sulla strada dei Tacchi dove, tra curve e salite, si delineano scenari da Far West. Presso Ulassai è d’obbligo una sosta alla grotta di Su Marmuri, tra le più estese in Europa: un chilometro di lunghezza e un’altezza media di 35 metri. Duecento scalini portano nelle profondità della terra dove la percezione dello spazio muta e le luci rompono il buio regalando un’infinita gamma di ambienti maestosi, ricchi di concrezioni e laghetti, in un susseguirsi di meraviglie sotterranee che ricordano mondi fantastici. La via si fa spettacolare quando attraversa la gola nota come Scala di S. Giorgio (altro monumento naturale) delimitata da muraglie rocciose alte fino a 100 metri. Si addentra in un magnifico bosco di lecci disseminato di peonie per poi incrociare il complesso nuragico di Serbissi, costruito sopra una grotta naturale con due ingressi. Dal piano superiore della torre si vede il tacco di Perda Liana (monumento naturale), destinazione finale del nostro itinerario.
Si lascia l’auto in località Pinningassu e si va a piedi alla scoperta di questo enorme totem di roccia calcareo-dolomitica che tocca i 1293 metri. Ospita aquile, mufloni e fiori cresciuti al riparo delle rocce per resistere ai forti venti che quassù non vanno mai in vacanza. Anticamente era considerato una delle porte dell’inferno: una credenza alimentata dal suo aspetto arcigno e affascinante insieme. Camminiamo sotto un sole radioso seguendo il sentiero quasi pianeggiante che gira attorno al monte, simbolo dell’Ogliastra. Un percorso per chi non ricerca imprese sportive, ma un modo di conoscere un luogo ancora intatto, quasi primordiale, con i suoi paesaggi e le sue atmosfere. L’ascesa è ripida, ma la meta vale lo sforzo: quando si arriva in alto, si gode un panorama immenso che abbraccia tutta l’Ogliastra.

Foto di Mara Giombelli