Riscopriamo la geografia. Chi ci dà la rotta per il mondo?

Secondo un’indagine OCSE ai giovani italiani manca una bussola per comprendere culture diverse dalla propria

«Quando gli uomini agiscono, agiscono in un mondo pubblico e comune. […] dati sentimenti, idee, desideri, che non hanno niente a che fare nulla con l’altro, come si possono controllare azioni che procedono da essi, in un interesse sociale o pubblico? Data una coscienza egoistica, come può aver luogo un’azione che tiene conto degli altri?». Questa riflessione del pedagogo John Dewey data ormai a più di un secolo fa (Democracy and education: an introduction to the philosophy of education, 1916), ma è ancora di una sconvolgente quanto allarmante attualità. Esattamente come l’analisi della società italiana che Pier Paolo Pasolini riesce a dipingere con anni di anticipo in un romanzo come Petrolio. Pensieri e opere sconvolgenti per la lucidità con la quale alcuni intellettuali hanno saputo non solo rilevare e descrivere taluni problemi organici alla società contemporanea, ma anche prefigurare i disagi che sarebbero derivati dal non curarsi di tali problemi. Allarmanti per le conseguenze nefaste che, per esempio, i mancati interventi sul piano educativo stanno producendo nelle giovani generazioni.

La globalizzazione è spesso presentata come un fenomeno tipico dell’età contemporanea e di natura prevalentemente economica, dimenticando così la lezione di studiosi come Fernand Braudel e Immanuel Wallerstein, che rivelano come il sistema dell’economia mondiale si regga certo su rapporti di potere finalizzati alla massimizzazione del profitto, eretti però su una trama di relazioni sociali (diseguali) e culturali che fanno dell’incontro e dello scambio il vero motore: capace certo di generare disagio sociale e radicalizzare inuguaglianze, ma anche volano per cambiare i rapporti di forza e determinare un differente equilibrio. È sulla capacità di riconoscere tali relazioni che si costruisce la capacità di autodeterminazione, intesa come «espressione della libertà positiva dell’uomo [e della donna ndr], e quindi della responsabilità e imputabilità di ogni suo volere e azione» (Oxford Languages), che mette in grado le persone, i più giovani in particolare, di esercitare appieno e al meglio la cittadinanza. Obiettivo che la scuola italiana prevede sia conseguito al termine della scuola primaria.

Purtroppo, avere falcidiato l’insegnamento della geografia prima nella scuola media (2004, 2009) e poi nella superiore (2010) ha posto una seria ipoteca sul futuro degli studenti italiani. In base infatti ai risultati di un’indagine Ocse, svolta nel 2018 e pubblicati a fine 2020, su un campione molto ampio di giovani di 15 anni in quasi 80 Paesi del mondo (Are students ready to thrive in an interconnected world? – Gli studenti sono pronti a crescere bene in un mondo interconnesso?), quelli italiani denunciano un preoccupante ritardo: ultimi tra i Paesi avanzati nel comprendere le prospettive degli altri e penultimi nell’interessarsi a culture diverse dalla propria, il 54 per cento di essi non condivide l’idea che le questioni possano essere analizzate da diversi punti di vista (media Ocse 37 per cento). Affrontando nodi concettuali come orientamento, osservazione, paesaggio, sistemi territoriali attraverso il linguaggio della geo-graficità, la geografia educa alla cittadinanza, perché, così come recitano i “programmi” di scuola, abitua «a osservare la realtà da punti di vista diversi, che consentono di considerare e rispettare visioni plurime, in un approccio interculturale dal vicino al lontano». Ma a queste, del tutto condivisibili e apprezzabili, affermazioni di principio, non corrisponde il necessario riconoscimento in termini di numero di ore di insegnamento e di reclutamento di docenti con adeguata preparazione. Ignorando che senza geografia non è possibile crescere cittadine e cittadini del mondo.

*Riccardo Morri è presidente Aiig, professore Geografia UniRoma1