La mia Locride, così lontana, così vi(Cina)

Storia di un viaggio a ritroso: da Hong Kong a Grotteria, tremila anime

 

La mattina, con qualsiasi tempo, la prima cosa che faccio è uscire sul grande terrazzo e guardare il mare, lo Jonio, in fondo alla vallata che si apre in lontananza. Uno spettacolo meraviglioso. La casa è orientata a est: guardando di fronte a me, guardo verso oriente. Ogni volta penso che, proseguendo dritto, per diecimila chilometri, arriverei più o meno da dove sono partito, da Hong Kong, a quell’Oriente che è stato la mia casa per quasi un quarto di secolo. Una volta ho cercato di fare un elenco dei Paesi dove ero stato per il mio lavoro di inviato e corrispondente, in guerra o in pace: ne contai 97, poi lasciai perdere.
Dopo aver trascorso infanzia e giovinezza in metropoli come Milano e Roma e gli ultimi anni in una megalopoli come Hong Kong, quando decisi di tornare in Italia non avevo nessuna voglia di città. Quindi scelsi di tornare a stare in Calabria, a Grotteria, un minuscolo paese che era la terra dei miei antenati, nella Locride, dove ancora avevamo una casa di famiglia, molto antica ma bisognosa di radicali ed estesi restauri. La casa era immensa, vecchia di almeno cinquecento anni. Il senso di appartenenza che sentivo nei suoi confronti era fortissimo. Tra quelle mura di pietra, a volte spesse anche due metri, in quei saloni, in quelle stanze erano nate, cresciute e passate tante generazioni di antenati. Oggi sono trascorsi molti anni, e Palazzo Lupis è diventato uno dei siti turistici e culturali di questa terra così difficile e così meravigliosa. Questa Locride di cui si sente parlare solo per l’arretratezza (oggettiva) del territorio e per i discutibili record criminali della sua mafia, la ‘ndrangheta.
Questa terra è però anche un concentrato di bellezze naturalistiche, culturali e gastronomiche da far invidia a destinazioni ben più note e blasonate. Un territorio che riesce a sorprendermi sempre, per esempio quando osservo le colline che digradano verso il mare, e ogni volta mi sorprendo di quanto siano verdi, e quanto siano distanti dall’immagine delle terre aride e assetate che di solito si associa al nostro meridione. Tanto verdi che mi ricordano la Nuova Zelanda...
 

Qui il turismo è ancora una chimera per gli operatori e una scelta consapevole per il viaggiatore. È vero, d’estate ogni paesino, ogni marina si riempie di gente, trabocca di vita e di suoni; ma per la maggior parte si tratta del ritorno di chi – originario di queste terre – se n’è dovuto allontanare per cercare futuro e lavoro altrove e, puntuale, ogni estate ritorna. Ma le attrattive sono tali e tante che ogni volta, quando ci capita di portare in giro gli ospiti – non molto numerosi per la verità e in maggioranza stranieri – che vengono al piccolo b&b aperto in alcune stanze del palazzo, è uno spasso vedere l’espressione genuinamente stupita dei loro volti: non si sarebbero mai aspettati di trovare tanto, è così bello, da queste parti.
Un itinerario possibile – e diverso ­– parte dai fasti di quella che fu la capitale della Magna Grecia, Locri Epizefiri, e dal piccolo ma ben tenuto museo a poca distanza dal centro dell’attuale Locri, che ne raccoglie i reperti. Una visita piena di fascino, che va oltre le sale ordinate del museo per allargarsi all’intera area archeologica, con l’antico teatro recentemente riaperto al pubblico e la visita del bellissimo Casino Macrì, un’antica masseria di famiglia che sorge proprio sopra le rovine della città magnogreca.
Poi il salto si fa lungo migliaia di anni, e ci porta a un altro museo, a Mammola, il Musaba, creatura dell’artista locale Nick Spatari, da poco scomparso. Un artista che ha le sue opere esposte al Moma di New York, che ha inseguito un sogno tutto particolare, quello di recuperare un’antichissima grangia medievale e farne un centro museale di arte contemporanea, tra installazioni degne di Jean Tinguely, mosaici espressionisti e costruzioni surrealiste: imperdibile.

Ci vorrebbe un libro per elencare tutti gli itinerari possibili e le attrattive degne di una visita, ma vale la pena accennare, in questo breve viaggio, alle case di alcuni personaggi che hanno reso celebre questa terra nei tempi e nel mondo. Quella del grande Corrado Alvaro a San Luca; un posto difficile, in un paese passato alla storia e alle cronache come capitale mondiale della ’ndrangheta. Lì si trova anche la fondazione omonima e il Parco Letterario Corrado Alvaro, ideato da Stanislao Nievo con il patrocinio dell’Unesco, con lo scopo preminente di far conoscere i luoghi immortalati negli scritti alvariani, in particolare l’Aspromonte. A poca distanza, a Sant’Agata del Bianco, c’è la casa natale di Saverio Strati, un esempio di come attraverso la cultura e il riscatto sociale e civile, come quello appunto di Strati – che da contadino, diventa operaio e poi scrittore – si può fare rinascere la Calabria.
E poi, infine, con un salto indietro nella storia di diversi secoli, nel semi-abbandonato abitato di Bovalino superiore, la casa natale del Beato Costanzo racconta una storia che parte da qui, dalla Locride, per andare fino a quel lontano Oriente dal quale sono arrivato anche io. Esempio di una fede salda al punto di non arretrare nemmeno di fronte alla terribile prova del martirio, subìto lontanissimo dagli uliveti calabresi della sua infanzia, dall’altra parte della Terra, sull’isola giapponese di Hirado, dove Camillo Costanzo, gesuita, fu condannato al rogo e arso vivo il 24 aprile 1622. Qualche anno fa il suo paese avito, Bovalino appunto, decise di restaurarne la casa natale per farne un piccolo museo dedicato alla memoria del Beato. Il professor Blefari (primario all’Ospedale di Locri ma soprattutto priore della locale confraternita di Maria SS. Immacolata) che si era speso moltissimo per il progetto, mi invitò all’inaugurazione. Fu un evento toccante, che in quella sera d’estate, sotto il cielo della Calabria, aggiunse un altro tassello a questo incredibile filo rosso che lega la mia terra d’origine e mi lega tanto alla lontana Cina.

Fotografie di Paolo Simoncelli