Il bicentenario. Tutti pazzi per l'Imperatore

È indiscutibilmente Napoleonemania. Anche se le difficoltà legate alla pandemia del Covid-19, che impediscono una programmazione certa di mostre ed eventi, rischiano di trasformare il bicentenario napoleonico in una novella Waterloo, qualcosa si sta muovendo. Ad aprire le danze dovrebbe essere Parigi con la grande mostra Napoléon n’est plus, allestita fino al 19 settembre al Musée de l’Armée (musee-armee.fr), mentre ai Mercati di Traiano di Roma fino al 30 maggio si può ammirare la rassegna Napoleone e il mito di Roma (mercatiditraiano.it) e l’anno prossimo nel Regno Unito dovrebbero iniziare le riprese del kolossal Kitbag (dal detto “Ogni soldato ha nello zaino il bastone di generale”) diretto da Ridley Scott, dedicato all’epopea di Napoleone. Il mondo antiquario e i collezionisti stanno impazzendo per le opere d’arte e gli oggetti legati al culto dell’imperatore (la chiave della stanza in cui morì a Sant’Elena ha raggiunto 92mila euro, un paio di stivali 117mila euro e una spada 6,5 milioni, l’arma più costosa mai venduta), ma l’Italia si distingue ancora una volta per un’occasione perduta. La mancata istituzione di un Comitato Nazionale, che avrebbe inquadrato in un’unica visione strategica le iniziative, non permette infatti di sfruttare efficacemente il grande asset del bicentenario e di creare una proposta di itinerari napoleonici in grado di cogliere quella tendenza a un turismo di prossimità (l’unico possibile a breve) emersa nel corso della pandemia. Una proposta che potrebbe essere molto utile anche per completare l’offerta e spingere il rilancio turistico di Milano, città napoleonica pesantemente colpita dalla crisi legata al Covid-19 dopo l’abbuffata dell’Expo, che l’aveva lanciata fra le più interessanti destinazioni italiane. Sono comunque allo studio la creazione di una serie di itinerari napoleonici ideati dalla Federazione europea delle città napoleoniche, di cui non fa parte però Milano, e da Route Napoléon, una proposta del Consiglio d’Europa che unisce 50 città in 10 Paesi la cui storia è stata influenzata da Napoleone, nel cui Regno d’Italia gli storici vedono l’embrione dello Stato unitario italiano.

Fra i libri pubblicati invece si distingue per originalità Napoleone il comunicatore, scritto da Roberto Race, giornalista e uno dei massimi esperti italiani di corporate strategy e relazioni pubbliche. Edito da Egea, il volume traccia un ritratto originale dell’imperatore, visto come una personalità poliedrica che incarna un modello ante litteram di leader. Il tema è quello della costruzione del consenso. «Il mio interesse per Napoleone, nato molti anni fa, è cresciuto grazie alla mia professione di comunicatore e consulente per la strategia aziendale, che mi ha permesso di darne una lettura moderna. Napoleone infatti è un uomo moderno, in grado di captare e catturare l’immaginario collettivo – spiega Race –. Per noi, che abbiamo visto come negli ultimi anni la comunicazione da marginale sia diventata fondamentale, è affascinante l’immagine di questo grande comunicatore, pur storicizzato e contestualizzato nell’epoca in cui visse. Di generali bravi nella storia ce ne sono stati tanti, ma poliedrici come Napoleone nessuno». Bonaparte è un brand sapientemente costruito. L’imperatore è stato un grande propagandista di se stesso. «Abilissimo nella costruzione del proprio mito attraverso una strategia vincente, tiene conto degli umori dell’opinione pubblica perché sa che il suo potere, conquistato sui campi di battaglia, è legato alla sua immagine e deriva dal consenso di ampi strati sociali. Prova ne è il Memoriale di Sant’Elena nel quale, lasciando ai posteri il proprio racconto di vita, la propria verità, da sconfitto esce vincitore. Bonaparte non è però solo un uomo di pensiero, è anche un uomo d’azione e un politico con una visione. Il suo è un truetelling, un racconto di cose fatte da quel decisionista qual è, e che sceglie di comunicare attraverso un’attenta politica culturale (l’egittologia, la pittura, la scultura...)», conclude Race. Al pari di un leader d’impresa, egli sa che conta più essere autorevole che autoritario e, da statista, ricorda che «non si può guidare un popolo senza indicare un futuro». Quella visione di futuro che sembra mancare ai leader dell’Europa di oggi.

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