Piemonte. Com'è verde la valle Anzasca

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Il racconto di un trekking sui sentieri sotto il Rosa. Tra antiche tradizioni, testimonianze e nuove scoperte

In una delle rare finestre previste tra una chiusura causa covid e un’altra entro in Piemonte e raggiungo Domodossola, seconda città dopo Verbania e quindi ‘quasi’ capoluogo di questo territorio. Qui ho appuntamento con l’amico Carlo Possa, di famiglia ossolana, ma residente a Reggio Emilia, dove tra l’altro è presidente della sezione del Club alpino italiano. Carlo, pur col piacevole accento emiliano, si sente ossolano e ha sempre tenuto i contatti con questa terra, tanto che ha una casetta in val Bognanco, ma oggi siamo diretti in valle Anzasca, ai piedi del Monte Rosa. Carlo frequenta Macugnaga e la sua valle da quando era bambino, accompagnato da suo padre, appassionato alpinista e oggi ho scelto lui come guida al territorio perché è anche un modo per passare una piacevole giornata insieme. Da Domodossola scendiamo in auto percorrendo in discesa la valle del Toce fino a Piedimulera, paese dal quale si imbocca la valle Anzasca. Siamo quasi al confine tra le Alpi Pennine e le Lepontine, ai piedi di grandi montagne, in un territorio che sempre è stato conteso tra lombardi e svizzeri, prima di diventare saldamente piemontese. A Piedimulera, 247 metri, ha inizio per la verità anche un bellissimo itinerario di trekking, la Stra Granda, che ricalca la mulattiera medievale, l’unica via che risaliva la valle, percorsa da montanari, emigranti e commercianti prima della costruzione della strada. E infatti proprio qui troviamo la segnaletica che indica l’itinerario che si può percorrere in tre tappe. L’imbocco della mulattiera ci incuriosisce e decidiamo di lasciare l’auto alla stazione e di provare a camminare per un tratto. I colori frizzanti dei boschi ci riempiono gli occhi e ne siamo estasiati, grazie anche alla bella giornata dalla temperatura quasi estiva. Superiamo la Torre Ferrerio dove si pagava il dazio e risaliamo la valle per guadagnare rapidamente quota e raggiungere i primi paesini aggrappati alla montagna su ripidi pendii. Qui le case delle borgate sono quelle tipiche dell’Ossola, tutte in pietra, dai tetti ripidi ricoperti da larghe lastre di beola poste quasi orizzontalmente; nel cuore dei borghi o talvolta appartate, troviamo forni frazionali, mulini, torchi e deliziose cappelle e chiesette, segno che la ventata della controriforma voluta da S. Carlo Borromeo fu intensa, a causa dei vicini vallesani che qui dominarono per diversi anni tra il Quattrocento e il Cinquecento tentando di portare la Riforma. Con la sconfitta del 1515 nella battaglia di Marignano, oggi Melegnano, l’intera Ossola rientrò nei domini milanesi e solo nel 1743 passò sotto i Savoia. Camminiamo così in salita, con molti tornanti, per un’oretta, superando Cimamulera, Morlongo e infine Meggiana, 560 metri, da dove decidiamo di tornare sulla carrozzabile.

La strada risale la valle dell’Anza, il torrente che scorre in basso, toccando vari paesi. A Pontegrande, Carlo mi indica i villaggi al di là del torrente: Bannio e Anzino, che mi consiglia di raggiungere per una visita. Bannio, 669 metri, è l’antico capoluogo della valle e vanta una curiosa tradizione che d’estate attira ancor oggi frotte di turisti. Qui infatti sopravvive l’antica Milizia territoriale, nata come corpo militare al tempo del dominio spagnolo del ducato di Milano, poi trasformata in epoca napoleonica anche nella divisa, con funzioni decorative in occasione delle feste religiose. E, ancor oggi, il 5 di agosto, in occasione della festa del santuario della Madonna della Neve, è possibile ammirare diversi uomini nella divisa del Piemonte reale che sparano a salve con i moschetti d’epoca. Carlo è stato a Bannio un paio di anni fa: «La voglia di salire al Colle Baranca che porta in Valsesia in mezzo ai colori dell’autunno era tanta. Il Monte Rosa, Macugnaga, la valle Anzasca sono capolavori unici, ma devi vedere Soi, sopra Bannio: c’è quella cosa che si chiama incanto. L’alpe Soi è proprio come vorresti che fosse la montagna: un luogo idilliaco. Raggiunto il Colle, dopo un cammino tra magnifici boschi, ti sembra di aver viaggiato con la macchina del tempo, di essere un viaggiatore inglese del Grand Tour, con le rustiche baite dell’Alpe Sella, i resti dell’incredibile villa Lancia e il bel lago a fare da cornice. Da qui puoi tornare a casa» mi dice scherzando Carlo, sapendo che in Valsesia ho casa, ma oggi le nostre mete sono Macugnaga e le pendici del Monte Rosa. Prima di raggiungere la testata della valle una sosta d’obbligo è a Pestarena, frazione di Macugnaga, famosa per le miniere d’oro coltivate fino a metà del Novecento. In località la Guia, a Fornarelli, si trova una miniera aurifera dismessa nel 1961, oggi visitabile dai turisti (tel. 340.3953869; minieradoro.it), sempre aperta in luglio e agosto per visite guidate. Macugnaga, 1327 metri, è l’ultimo paese della valle e il più famoso ed è toccata dal Sentiero Italia, il più lungo trekking del mondo. Interessante il suo toponimo che si confronta col paese di Maccagno sul lago Maggiore, con l’alpe Maccagno in alta Valsesia e con Maquignaz in val d’Ayas.

Nota località di soggiorno montano fin dall’Ottocento, Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, vanta una lunga storia e gode del fatto d’essere ai piedi del Monte Rosa. Inoltre Macugnaga ha un’altra particolarità, quella d’essere una località fondata nell’alto medioevo da coloni alemanni, i Walser, provenienti dal Nord delle Alpi. Abili costruttori, chiamati dai signorotti locali e dai monasteri che detenevano gli alpeggi d’alta quota delle valli attorno al Monte Rosa, riuscirono a insediarsi nell’unico territorio alpino ancora libero, le testate inospitali delle valli, costruendo insediamenti permanenti con case di legno e coltivando terreni ripidi e magri. Per saperne di più sui Walser e sulla loro lingua, il titsch, vale la pena visitare il museo a loro dedicato posto nella frazione Borca (tel. 347.9842329; museowalser.com). Macugnaga è peraltro ricca di piacevoli sorprese: uno dei suoi luoghi simboli è la chiesa vecchia e l’attiguo cimitero dedicato agli abitanti, ma anche a molti alpinisti e scrittori di montagna. Qui, tra le tombe, si trova quella di Silvio Saglio, dirigente del Tci e del Cai negli anni ʼ50-60, coordinatore delle guide alpinistiche dei Monti d’Italia, del quale il Touring conserva un poderoso fondo fotografico. Nei pressi della chiesa vecchia, al Dorf, si possono ammirare d’infilata le antiche baite in legno, retaggio dello storico insediamento walser. Infine una funivia sale all’alpe Bill e quindi al passo di Monte Moro per poter ammirare dall’alta quota il Monte Rosa. La tappa finale, proprio in cima alla valle, ci porta a Pecetto, 1427 metri, ultimo paesello da cui si può ammirare in tutta la sua magnificenza il Monte Rosa con la parete Est, che molti hanno definito l’unica parete himalayana delle Alpi. Il turista può salire in seggiovia al Belvedere e poi a piedi può ancora andare avanti e risalire la morena del ghiacciaio fino al rifugio Zamboni-Zappa, dove il Monte Rosa si può quasi toccare con un dito. Carlo ricorda che per la promozione in prima media i suoi genitori gli regalarono una vacanza di 10 giorni al Rifugio Zamboni Zappa all’alpe Pedriola e la tessera del Cai. «Quella vacanza – per un bambino di 10 anni di Reggio Emilia – fu un’esperienza fondamentale. Dieci giorni sotto il Rosa, tra le valanghe che scendevano dal canalone Marinelli, il ghiacciaio delle Locce a portata di mano (fu la prima volta che usai i ramponi e la piccozza), la mia cuccetta nelle belle camerette in legno del rifugio, i racconti di Saverio Lagger, guida alpina e gestore del rifugio... sono ricordi indimenticabili». Mentre si chiacchiera i raggi del sole si sono ritirati ormai solo più sulle alte cime. Le giornate non sono ancora lunghissime e dobbiamo tornare sui nostri passi. Torneremo in autunno per vedere il foliage. Dicono che qui a Macugnaga le sfumature di giallo, arancione e rosso siano infinite.

Susy Mezzanotte
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