Evergreen. Per un nuovo Rinascimento

L'opionione del divulgatore e Consigliere Tci sul nuovo Ministero per la riconversione ecologica

Ci sono tre tematiche che un nuovo, quanto mai opportuno, Ministero per la Riconversione (meglio che Transizione) Ecologica non può eludere, se l’obiettivo finale è davvero il mondo nuovo. Primo: azioni concrete contro il cambiamento climatico. Per questo bisogna puntare all’azzeramento delle emissioni clima-alteranti, ma in un tempo non infinito, né rinviabile: se oggi spegnessimo ogni combustione sul pianeta ci vorrebbe comunque mezzo secolo prima di vedere tornare le temperature dell’atmosfera ai valori attuali e non registrarne l’incremento. Per azzerare le emissioni, va azzerato ogni sovvenzionamento all’industria petrolifera: oggi le corporation mondiali godono di circa 400 miliardi di dollari di interventi pubblici, se solo se ne stornasse un terzo a favore delle energie rinnovabili, queste diventerebbero la prima fonte energetica del pianeta. Poi bisogna impedire che si cerchino ed estraggano ancora idrocarburi. Le major del petrolio e del carbone hanno la responsabilità morale e causale del cambiamento climatico ed è ora che paghino. Forse è impossibile una immediata cessazione delle attività, ma un declino gestito è doveroso, iniziando con la cessazione degli investimenti per il futuro, mentre, invece, pianificano incrementi del 35 per cento entro il 2030. Così si guadagnerebbero circa 18 milioni di posti di lavoro, tenuto conto di quelli perduti nel settore. Un altro punto cruciale è quello delle cosiddette grandi opere: tutti vogliono cantieri ovunque, ma non sarà il caso di vedere quelli che servono davvero? Alcuni certamente no, come quelli per il ponte sullo Stretto di Messina, che a nessuno dovrebbe nemmeno venire in mente prima di aver ristrutturato la rete ferroviaria del Sud e avere reso sicure le città dello Stretto rispetto al prossimo terremoto: oggi solo un quarto delle costruzioni di Reggio e Messina sarebbe in grado di resistere a un sisma come quello del 1908. L’Italia ha bisogno di piccole opere diffuse e di manutenzione attenta, non di cattedrali nel deserto. Il terzo punto è il consumo di suolo, che sommerge, sotto asfalto e cemento, un metro quadrato di territorio patrio al secondo. Così ci siamo trasformati nel paese del “brutto”, soffocando la Grande Bellezza residua. Un brutto che incrementa il dissesto idrogeologico e che crea il rischio. Un brutto abusivo, incrementato dalla jattura tutta italiana dei condoni edilizi, che dovevano servire a fare cassa. Il risultato è centinaia di migliaia di costruzioni abusive e una perdita secca per lo Stato, costretto a portare i servizi a proprie spese ai quartieri abusivi. Il consumo di suolo in Italia deve essere ridotto a zero, impegnando le stesse risorse nella ristrutturazione dell’esistente, senza aggiunta di volumi. Siamo il Paese delle energie rinnovabili e abbiamo insegnato al mondo come si crea il paesaggio armonico, è ora di guidare la transizione ecologica planetaria verso un Rinascimento contemporaneo per cui ci vuole molto coraggio.

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