Il Viaggiatore. Filippo, il Figlio del Dio Vulcano

Lo strano "culto del cargo" che ha come protagonista il principe Filippo d'Edimburgo, 99enne consorte della regina Elisabetta, elevato al rango di Figlio del Dio Vulcano dagli abitanti dell'isola di Tanna, nelle Vanuatu (ex Nuove Ebridi), 750 chilometri a est dell'Australia

Tra i tanti titoli onorifici che il novantanovenne duca Filippo di Edimburgo, principe consorte della regina Elisabetta II d’Inghilterra, ha collezionato, c’è quello di «Figlio del dio del vulcano» e come tale è adorato e celebrato dalla tribù Yaohnanen, a Tanna, un’isola della Repubblica di Vanuatu (ex Nuove Ebridi) che si trova 750 chilometri a est dell’Australia, nell’Oceano Pacifico meridionale. Come in molti altri miti, anche l’origine e l’epifania del sacro Filippo sono un po’ confuse. A Tanna credono che il marito della regina Elisabetta sia il figlio dalla pelle bianca del Dio del vulcano Yasur, e abbia un leggendario fratello conosciuto come il profeta Jon Frum (detto anche Jon Frum America) che cominciò a frequentare l’arcipelago nella seconda metà dell’Ottocento portando cibi a volontà e oggetti mai visti prima. Poi si ripresentò in grande stile durante la Seconda guerra mondiale, quando le truppe alleate combattevano contro il Giappone, facendo arrivare a Tanna soldati – bianchi e neri – e una quantità di aerei che scaricavano ogni ben di dio, da tutti chiamato Cargo (l’aereo e il carico).

I tannesi si accorsero rapidamente che il cargo finiva nelle mani dei soldati, che casomai ne regalavano un po’ anche a loro. Conclusero che era una vera ingiustizia. Secondo la loro credenza i cargo che arrivavano dal cielo erano regali dei loro antenati. Gli stranieri se ne appropriavano perché riuscivano a far scendere i cargo dove volevano loro parlando agli spiriti del cielo, con strani aggeggi che si mettevano sulle orecchie e costruendo grandi sentieri e torri di avvistamento. Per avere quello che veniva loro sottratto, gli isolani cominciarono a imitare in tutto e per tutto i soldati. Si vestirono con divise rabberciate, scavarono piste tra gli alberi, costruirono grandi aerei di legno e frasche per attrarre quelli che volavano in cielo e si misero in testa cuffie fatte con due mezze noci di cocco per parlare con gli antenati. Fecero del loro meglio, ma i cargo continuarono a scendere solo dove volevano i soldati. Per qualche anno andò così, poi anche peggio. I cargo arrivarono sempre meno e infine non si videro più. Proprio come il profeta Jon Frum, tanto che molti isolani cominciarono a dubitare di lui e degli antenati.

Finché accade un fatto straordinario. Era il 1974 e sull’isola arrivarono in visita la regina d’Inghilterra Elisabetta II e il principe Filippo, elegantissimo nella sua divisa della Marina. Gli isolani videro che i funzionari coloniali dedicavano più attenzioni alla donna che all’uomo in divisa, e questo ricordò loro l’antica storia del figlio di pelle bianca del Grande Spirito che, dopo un lungo viaggio, raggiunse una terra lontana e sposò una donna potente e riverita. La leggenda diceva anche che un giorno la coppia sarebbe arrivata a Tanna. Ecco chi erano i due visitatori: il figlio di pelle bianca del Grande Spirito e la sua potente moglie. La faccenda prese una piega più seria quando il principe Filippo accolse il consiglio del “Commissario residente” e inviò agli isolani una sua foto firmata, che fu accolta col rispetto dovuto al figlio di un dio, tanto che i suoi fedeli ricambiarono il dono inviando al nuovo profeta il tradizionale bastone ammazza-maiali. Seguirono altre lettere e altre foto. Nacque così il messianico Movimento del Principe Filippo, un’emanazione del culto del Cargo, e tutti gli anni, alla ricorrenza della visita dei reali, i tannesi organizzano parate militari con armi di legno e uniformi, oltre alle foto del profeta che non è mai più tornato sull’isola. Gli antropologi si domandano le ragioni profonde che portano alla nascita di nuovi «profeti». I culti del cargo sarebbero dovuti al profondo disagio di società arcaiche che, messe di fronte a una realtà sconosciuta, cercano di interpretarla con gli strumenti simbolico-rituali di cui dispongono.

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