Controcanto. Trexenta, terra felice

Nel cuore della Sardegna

«The drive takes only an hour, with luminous views of the Trexenta hills, full of olive trees and tall eucalyptus. Mandas is a stony little place, with on treeless main street.
When Frieda asked what one does in Mandas, the locals told her, “Niente! At Mandas one does nothing. At Mandas one goes to bed when it’s dark, like a chicken. At Mandas one walks down the road like a pig that is going nowhere». (*)
David Herbert Lawrence,
Sea and Sardinia, 1921 Thomas Seltzer (NY)

(*) «Il viaggio (da Cagliari, ndt) dura solo un'ora, con viste luminose sulle colline di Trexenta coperte di ulivi e alti eucalipti. Mandas è un paesino in pietra, con una strada principale senza alberi.
Quando Frieda chiese che cosa si fa a Mandas, i locali le risposero “Niente, a Mandas non si fa niente. Si va a letto presto, come le galline e si gironzola senza meta, come i maiali...»

Solo chi ha la Guida Rossa della Sardegna 1967 “vintage” può sapere, giunto a Senorbì, che vi è «a N., sulla collina la chiesetta di S. Mariedda, raro esempio di chiesetta campestre romanica del sec. XIII-XIV, ornata di archetti pensili e di un grazioso campanile a vela sulla piccola facciata». Ma la chiesa di S. Mariedda non è campestre, era la chiesa di Segolay, villaggio infeudato al valenzano Francesc Carroz e abbandonato dopo la peste della fine del Seicento, e il grazioso campanile a vela è attraente per la sua sproporzione (nella Guida Rossa 2005 «ornata di un ben proporzionato campaniletto»). Poco lontano, alla fine del viale che costeggia la ferrovia complementare della linea Cagliari-Mandas, quella che per Lawrence era «il trenino verde che correva su e giù tra valli e colline come un cagnolino ansimante»; il Duomo di S. Giorgio a Suelli «che della primitiva costruzione romanica (sec. XIII) conserva le arcate della facciata» e che «ebbe nel sec. XI un vescovo Giorgio poi santificato quale episcopus barbariae» (Guida Rossa 1967) e che ancora nasconde, nel Santuario di S. Giorgio Vescovo (Guida Rossa 2005), sotto il pavimento il corpo del santo.

La Trexenta ha, in entrambe le Guide Rosse, poche pagine che racchiudono i trenta paesi, a pochi chilometri uno dall’altro, non visibili per le colline tondeggianti di antichi vulcani che li nascondono, tra Senorbì e Mandas, sino ai bordi della Giara di Gésturi e del vallone di Goni, ieri nell’itinerario 19, tra Cagliari e Sorgono e oggi nell’itinerario 3.3 “la Trexenta e la Marmilla”. È stata una terra felice, stabile e solida, appena sopra i miasmi paludosi del Campidano dove si intrecciavano, nel Trecento,gli ultimi conati della occupazione pisana con lo scontro nuovo tra Aragonesi e i Giudicati, vinto dai primi. Feudatari catalani in ogni piccolo villaggio, nominati a Palermo dal viceré; feudi rimasti nei secoli sino all’estinzione del 1839 e dominati dalle stesse famiglie, di generazione in generazione, anche dopo la fine della guerra di successione austriaca e l’arrivo dei piemontesi. Si erano seduti lì, dimenticati a Barcellona o Valencia, in quella terra salubre, tra olivi, lecci, sugherete, querce, campi di grano duro, mandorleti, filari di vite; con i piccoli torrenti senz’acqua che diventavano rio mannu e i sentieri carraie in dolce declivio. Alle chiese romaniche sono succedute le chiese tardogotiche aragonesi e i paesi sono cresciuti attorno ai pochi palazzi e conventi. La stagione delle case con gli spuntoni del tondino di ferro per aggiungere un piano con la crescita dei figli è finita da tempo e i soldi dell’Europa hanno trasformato i centri storici in luoghi attraenti per turisti non di passo.
Fuori dai paesi, il panorama immutato di nuraghi, villaggi nuragici, domus de janas, templi a pozzo, fontane romane e basamenti di terme si accompagna alle straordinarie scoperte archeologiche del Tardo Neolitico. E tra le sugherete di Goni si stendono menhir e megaliti della civiltà protosarda; cabale non ancora disvelate del percorso del sole su cui la burocrazia turistica non riesce a metter mano, lasciando alla freschezza della scuola archeologica di Giovanni Lilliu e di Enrico Atzeni di descrivere l’originalità di quella cultura. La più diffusa guida turistica della Sardegna – che non è ahimè la Guida Rossa Tci – né da conferma quando descrive i menhir (in sardo, le perdas fittas) di Pranu Muttedu di Goni come la “Stonehenge Sarda", ancorché sia molto più antica dell’inglese.

 

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