Controcanto. Il Sentiero dei Fortini a Capri

Alla scoperta dei tesori isolani

«Quattromila abitanti coltivano l’Isola, ed erano in quel tempo fedeli al presidio inglese, forte di milleottocento soldati. Dovunque mai uomo ardito approdar potesse, l’impediva o fossa, o muro, o guardia; chiudevano il porto e la marina batterie di cannoni; cinque forti, uno ad Anacapri quattro in Capri, bene armati, difendevano ogniparte del terreno; la città era cinta di mura. Gli Inglesi credendo quel posto inespugnabile lo chiamavano “la piccola Gibilterra”»

Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1823, 4 volumi, Capolago, Tipografia Elvetica, 1834

La scintillante vita caprese, divisa tra le “barche” in fronte ai Faraglioni, gli aperitivi in piazzetta, le cene sotto i limoni e i bagni con obbligo di pranzo, con il corollario dell’Anema e Core dei perduti anni Cinquanta, è solo un aspetto, il più appariscente, dell’isola. Arrivano, come contorno, “gli americani”, giovani usciti dai college della Nuova Inghilterra che inseguono il mito della vita avventurosa dell’esistenzialismo californiano o della Florida e che di quella vita scintillante ne hanno già consumato il piacere nell’aspettativa di esserci. Ma Capri è una stratificazione in cui da quasi due secoli si sono succeduti vizi e virtù dei ricchi figli della rivoluzione industriale e nel contempo la crescita di una popolazione che ha trasmesso, di generazione in generazione, la vocazione al turismo in ogni sua sfaccettatura, senza ostensione, parte dello sfondo di rocce calcaree e pinete marine. Come dalle vetrate della sala del ristorante del Grand Hotel di Balbec di proustiana memoria gli ospiti erano l’oggetto dello sguardo curioso dei passanti che si recavano lungo la passeggiata, così le stradine che scendono dalla piazzetta o si protendono verso Marina Piccola sono percorse dagli sguardi della folla dei croceristi e dei turisti, che durano il tempo della vita di una falena. Pazienti in coda per il gelato o in cammino lungo le strade dei negozi di moda pieni di limoni e cocomeri stampati in colori vivaci, come carretti siciliani o delizie di Calabria.

Fuori dal circo, l’isola riprende la sua vita agreste e (quasi) solitaria, fatta di sentieri e giardini che ne permettono il giro, dal Salto di Tiberio al faro, dai faraglioni alle due marine. Il Sentiero dei Fortini è un’opera recente, un sentiero sontuoso e audace, variato nei paesaggi rocciosi e in quelli boschivi, con lunghe scale scavate per giungere ai forti, frutto delle provvidenze dell’Unione Europea, che mostra già i primi segni del tempo, finiti i soldi dell’Europa, con il protendersi della vegetazione sui blocchi di calcare che ne segnano il bordo, la ruggine sui corrimano delle protezioni nei punti scoscesi, la rottura o la frattura di alcune delle pagine maiolicate che, lungo il percorso, ne descrivono la flora e la fauna, i luoghi e la storia. Sì, perché, nella parte più deserta dell’isola, lontano dalla vita mondana, dalla Grotta azzurra verso il faro dove gli Inglesi pensavano sarebbero sbarcati i Francesi, le torri di avvistamenti contro i Saraceni erano diventati fortini di cannoni, ala alle cale profonde da cui gli assalitori potevano “volare” verso l’interno. I Francesi non ci sarebbero riusciti ma Gioacchino Murat sì. Più napoletano dei napoletani, aveva creato con il suo arrivo un esercito in cui la lingua dominante era quella campana e in cui l’astuzia dei pescatori aveva permesso una perfetta conoscenza delle vie di accesso, al riparo dei cannoni e lontano dagli occhi delle vedette di guardia. La conquistò con una breve battaglia sul primo forte, quello di Orrico, il 4 ottobre 1808. Il Governatore militare della Piccola Gibilterra, Sir Hudson Lowe, si arrese al generale Lamarque e Napoleone fece incidere nell’Arco di Trionfo di Parigi il nome di Capri tra le sue vittorie. Peccato che Sir Lowe, forse anche per la bruciante e fulminante sconfitta, era stato inviato a comandare l’isola di Sant’Elena e lì avrebbe sorvegliato il suo antico vincitore sino alla morte.

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