Valgrisenche, la valle degli orti e dei tessuti

Foto di Giacomo Fè

Torna alla vita, tra attività artigianali tradizionali e agricoltura, una vallata valdostana spopolata da uno sciagurato progetto idroelettrico oltre 60 anni fa

Ci sono luoghi che ti invitano a ritornare in un’altra stagione e in un altro momento. Non capita spesso ma succede. Ci si finisce per caso, di passaggio e con poco tempo, danno sensazioni straordinarie, attimi sufficienti per decidere di tornare. Lungo la statale 26 da Aosta a Pré-Saint-Didier verso il tunnel del Bianco non aspettatevi rondò monumentali. Il bivio per la Valgrisenche è segnato da un banale cartello anni ’80, scolorito e anonimo. Da Arvier, borgo fotogenico valdostano, la strada sale ripida con tornanti panoramici sfiorando cascate e chiesette arroccate. Si entra in una Valle d’Aosta “altra”: meglio fare il pieno perché in Valgrisenche non ci sono distributori, forse perché una volta arrivati sarà inutile. Servono invece buone scarpe, un binocolo e la curiosità di scoprire storie di persone che raccontano, un po’ in italiano e un po’ in patoué valdotèn – il dialetto locale –, leggende di contrabbando, di guerriglie francesi, di montagne, storie di tessitori di tre secoli fa e di chi oggi continua a tessere fili e visioni. Lungo l’unica strada della valle si susseguono le frazioni. Céré, per esempio, è rimasta così da sempre, non una casa in più, magari qualcuna in meno crollata sotto il peso del tempo e della neve; ha la sua chiesa, le sue stalle, in tutto 20 abitazioni. In Valgrisenche vivono più o meno 190 anime in 16 frazioni, sono evidenti le tradizioni della vita dei vagrézen, così si chiamano gli abitanti.
Poco cemento molti orti, gruppi di case sparsi con nomi francofoni: Revers, Prariond, Céré, La Béthaz, La Frassy, Planté, Darbelley, Chez-Carral, Gerbelle, Mondanges, Bonne, Menthieu, Rocher, Usellières, Surier e Village-de-l’Eglise, il capoluogo. Sette abitati invece sono stati cancellati e di questi cinque non esistono più. Era l’anno 1957 quando si scelse di costruire una diga per alimentare il “miracolo economico”. L’opera creò il lago di Beauregard (costeggiato oggi da una ciclabile) e stravolse la valle: le frazioni di Beauregard, Sevey, Suplun, Chappuis, Usellières, Surier e Fornet divennero paesi fantasma. La diga si rivelò subito parzialmente inutile, problemi di fragilità della sponda sinistra del lago costrinsero a ridimensionare la produzione a un decimo; tra 2011 e 2015 è stata in parte demolita e portata dai 132 metri di altezza originari agli attuali 50.

L’acqua del lago si abbassa e i paesi riemergono, come Fornet che parla di sé con le sue rovine, le case, la chiesa romanica e il suo campanile che dopo tre secoli e un allagamento restano in piedi. C’era pure la prima scuola della valle. Sembra impossibile che solo 60 anni fa si sacrificasse tutto questo, distruggendo il patrimonio forestale e causando l’emigrazione di un terzo della popolazione. Joseph-Bernard Gerballaz, rettore della zona dal 1881 al 1921, nel suo diario Vie quotidienne à Valgrisenche ha lasciato straordinarie annotazioni sulla vita a Fornet, il clima, i raccolti, il passaggio dei soldati sabaudi e le scorribande dei contrabbandieri che da Cogne trafugavano minerali verso la Francia per il Col du Mont, lo stesso valico usato dalle truppe francesi quando nel 1794 provarono a violare il confine, respinte lassù dal capitano Chamonin. Non sono solo i paesi e le storie che riaffiorano, ci sono anche le tradizioni, questa è a memoria d’uomo la valle dei tessitori, il pays des tisserands. Le prime notizie della lavorazione del drap – il tessuto della Valgrisenche – hanno oltre tre secoli, quando quasi tutte le famiglie erano impegnate nella tessitura, svolta nella stalle: uomini, donne e bambini, tutti assieme. Il sabato i drap erano portati al mercato ad Aosta a dorso di mulo e venduti. Era la sussistenza e la caratteristica dei vagrézen.
Oggi mantengono viva la tradizione tessile Luana Usel, Emy Maguet e Renza Perron, socie della cooperativa Les Tisserands, e Aloyan Aslik, la sarta che con loro realizza capi su misura. «Facciamo tante cose con la lana, dalle coperte e giacche su misura alle divise delle guide alpine della Valgrisenche e del Cervino, ma il nostro compito come associazione è soprattutto quello di mantenere viva la tradizione della tessitura. Jean Sulpice Frassy, figlio dell’ultimo tisserand negli anni ’60 teneva corsi gratuiti di tessitura per tutta la popolazione e ha fondato la cooperativa nel ’69. Oggi siamo una realtà di sole donne, una specie di resistenza e resilienza al femminile». Mentre Luana racconta, Emy armeggia su un telaio dove dal filo grezzo nasce il tessuto rustico, il drap. «Paghiamo i tosatori qualcosa di più della media perché tutta la filiera sopravviva – dice mentre controlla la tensione del telaio – teniamo corsi didattici per le scuole e ogni settembre e organizziamo Mo’delaine un festival nato per raccontare a tutti la materia prima, la lana. Nell’atelier delle tessitrici, nella frazione capoluogo, la metropoli della valle (qui ci sono almeno 60 case), trovano spazio e protezione i telai storici, un banco da lavoro, un punto vendita e un museo della tessitura. Nel paese c’è però un’altra chicca, il cimitero, perché c’è camposanto e camposanto. E quello della Valgrisenche parla attraverso i poetici epitaffi di Édouard-Clément Bérard, il parroco della valle che tra ’800 e ’900 dedicava ai suoi trapassati fedeli poesie e versi da cui trapelavano vizi e virtù di una comunità, trasformando un cimitero alpino in una sorta di antologia di Spoon River. Nel camposanto di Valgrisenche, tra parole, fiori di montagna, ceramiche sbiadite e croci di legno protette ogni inverno, con molto rispetto si può rendere omaggio – e lettura – ai defunti che qui riposano in eterno.

Più a valle un altro abitato, Revers, una decina di case di legno, un ruscello (la Dora di Valgrisenche, che qua ha scavato un canyon) e poi tanti orti dove Michel Bovard, ventiquattrenne, dopo il diploma di agrotecnico ha deciso di rimanere, coltivando ortaggi che poi vende o utilizza nel suo bistrot poco lontano. Mentre controlla le fragole chiacchiera «È un mestiere come un altro il contadino, certo qua in valle è più complicato, di sole ce ne è poco e d’inverno si produce zero, comunque rimanere qua, crearsi un’opportunità per farlo, è un modello che oggi diversi giovani hanno abbracciato». Alessio Breda e Chiara Motta, lui 47 anni e lei 36, per esempio si sono conosciuti in un giornata di scialpinismo al rifugio Mario Bezzi della Valgrisenche e non se ne sono più andati, oggi gestiscono un bar in paese e un b&b/ristorante a Usellières, una delle frazioni che esattamente 70 anni fa furono abbandonati a causa della diga. «Perché una persona scelga di vivere e lavorare qua non servono grandi motivi. A patto che ti piaccia la natura dolce dell’estate e prepotente dell’inverno; quando nevica siamo isolati, ma ci piace così e piace anche a chi arriva quassù in cerca di paesaggi glaciali canadesi. Qua di fronte con la neve scendono i cervi ogni giorno» dice Alessio mentre sceglie un vino dalla cantina ricavata in una cella di stagionatura vecchia quasi 300 anni.
Ed è così, sempre per caso, che ti ritrovi ad assaggiare vini e formaggi a chilometro praticamente zero a un tavolo con alpinisti famosi, falegnami e imprenditori. Sarà una scelta di famiglia restare nella Valgrisenche, perché anche Roger Bovard (fratello più anziano di un anno di Michel) ha deciso di non andare via, è una guida alpina, uno di quelli che per capirsi sono in grado di portare quasi tutti sul Cervino o sul Monte Bianco. Mentre allaccia i ramponi racconta: «È una fortuna abitare qui se ti piace l’alpinismo. Già da piccoli ci portano in alto poi c’è a chi piace più e chi meno; a me è piaciuto subito tantissimo. In “Valgrisa” ci sono palestre di roccia e la via ferrata Bethaz Bovard, di fama internazionale, e poi sentieri che per decine di chilometri consentono a tutti di fare escursioni, da Bonne si parte per il ghiacciaio del Rutor. Ecco, la montagna mi permette di restare qua dove sono nato; abbiamo alpinisti famosi a livello mondiale, come Marco Camandona e Ezio Marlier, che hanno dato ottimi consigli a noi guide».

In Valgrisenche, poi, ci sono cose che si vedono e altre nascoste, come le 7mila fontine che stagionano a 1700 metri di altitudine nel magazzino più in quota della Valle d’Aosta. Ricavato nelle gallerie dalla polveriera del forte militare di Vieux, opera sabauda del 1889 che con altre fortificazioni difendeva l’Italia dalla fantomatica invasione francese che proprio da qua doveva passare. Ci fu invece una “invasione amica” che provocò malcontento: migliaia di soldati del Regio esercito che aspettavano un nemico invisibile; un’edizione improbabile del Deserto dei Tartari di Buzzati. Se dal Col du Mont non sono passati molti soldati d’Oltralpe, il valico è stato percorso nel medioevo da un manipolo di valdostani per recuperare la cassa con le reliquie di S. Grato, rubate dalla cattedrale di Aosta e ritrovate in Savoia. Al ritorno si fermarono stremati sulle sponde di un lago alpino, un gioiello turchese ghiacciato per la maggior parte dell’anno. Di lì il nome di lago di S. Grato: si raggiunge con un sentiero che parte dalla strada lungo la sponda del lago di Beauregard. La salita non è difficile, termina proprio sulle sue sponde dove una cappella dedicata al Santo in estate è meta di pellegrini.
In questo vallone prende anche il suo nome la Valgrisenche. Si dice che pastori francesi portassero le vacche al pascolo sui pendii del Col du Mont e ogni giorno una mucca grigia si allontanasse dal recinto, per poi tornare in gran forma e ingrassata; così la seguirono fino a una valle bellissima, ricca di ruscelli e di praterie fiorite che in onore della mucca (grigia) fu battezzata “Valgrisa” o Valgrisenche. Altri meno romantici la chiamano così per la via della posizione al centro delle Alpi Graie. La Valgrisenche è forse la vallata più selvaggia e meno antropizzata di tutta la Valle d’Aosta. Architetture, flora, fauna e montagne sono praticamente immutate. Grazie anche a quel cartello scolorito e anonimo al bivio di Arvier, che lascia tutto quasi fermo a mezzo secolo fa.

Foto di Giacomo Fè
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