Mangiare per strada. A Beirut

Parlare e scrivere chissà perché sono due attività che vanno a braccetto. I grandi ristoranti sono recensiti da grandi guide, i cuochi miglori raccontano la loro visone del mondo in biografie profumate (o smadonnano in tv, di recente) e gli scrittori più attenti a quel che accade attorno a loro non mancano di inserire particolari culinari nei loro romanzi. Al punto che alle volte, mi viene in mente Vasquez Montalban quando raccontava in controluce la Barcellona di Pepe Carvalho per dirne uno scontato, uno legge un romanzo e finisce di chiuderlo perché è roso dalla fame o, ancor meglio, programma le prossime vacanze decidendo in base all'appeal culinario di un luogo di cui si è invaghito grazie alla pagine di un libro.
Tutta questa lunga premessa per dire cosa? Che sul sito di Granta, la rivista britannica dedicata al New Writing, si possono leggere alcuni deliziosi racconti che parlano di cibo. Ma essendo Granta una rivista aperta al mondo, e legata a quel particolare tipo di scrittura che invece che guardare il proprio ombelico prova a raccontare tutto quel che circonda lo scrittore, ecco che i racconti si concentrano sul cibo di strada. Quel particolare sapore che invade le vie di una città e la rende inconfondibile e irreplicabile, oltre che esclusiva degli stomaci forti. I racconti spaziano su tutte le latitudini possibili, dalla Colombia a Beirut, dall'India al Nevada. Questo, di Anna Ciazadlo, è ambientato in Libano, nelle strade di Beirut e racconta dell'esperienza piena di sapore di assaggiare un man’oushi, qualcosa di molto simile a una pizza sottile sottile condita prefiribilmente con Zaata r(un insieme di spezie mediterranee con cui si condisce l'insalata e non solo), dal suo fornaio di fiducia, Abu Shadi.

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