Medardo Rosso a Milano

Non si può girare attorno a una scultura, affermava Medardo Rosso. Né più né meno di quanto si possa girare attorno a un quadro. Infatti, per lo scultore torinese – ma trasferitosi dodicenne a Milano, con la famiglia – non esistono un secondo o un terzo piano. C’è solo il primo, una superficie su cui cade la luce, “vera essenza dell’esistenza” per l’artista. Tutto è luce, che nell’arte riesce a far dimenticare la materia. “Nello spazio – affermava – nulla è materiale. Ciò che importa per me, nell’arte, è far dimenticare la materia.”

Nella mostra che si apre oggi alla Galleria d’arte moderna di Milano (fino al 31 maggio), è però possibile transigere. Anzi, si è incoraggiati a farlo: perché l’allestimento, con le sculture – bronzi, gessi e cere su gesso – in piccole vetrine singole collocate al centro delle sale, invoglia a girarci attorno. Per capire e apprezzare, come dichiara la conservatrice della Galleria d’arte moderna e curatrice della mostra, Paola Zatti, come questo grandissimo artista, vero scultore impressionista, trattasse la materia. E il titolo della mostra, La luce e la materia, sintetizza l’approccio all’opera di Medardo; il cui interesse, più che nel soggetto della scultura, si concentrava sulla sua resa materica, in una ricerca che lo impegnò per tutta la vita. Una materia plasmata, incisa, che espone alla luce una superficie dalla marcata accentuazione dei lineamenti. E non stupisce che questa sua ricerca venisse approfondita anche con l’uso del mezzo fotografico, di cui l’artista aveva una notevole conoscenza tecnica. Come testimoniano le numerose immagini da lui scattate esposte in mostra, la fotografia per lui fu una forma di espressione artistica a tutti gli effetti, parallela a quella, continua, di rielaborazione delle sue sculture. Ma anche strumento per nuovi studi sulla materia e sulla luce, il modo per individuare, sosteneva, il “punto di vista unico, l’esatta visuale e le perfette condizioni di luce” per osservare un’opera scultorea. E ritrovare così la stessa emozione provata dall’artista nel crearla.

Sono una trentina le sculture in mostra, per lo più teste o piccoli busti, provenienti da molti musei importanti italiani e stranieri. Fra queste, le opere degli esordi, "domestiche" e quasi caricaturali: presentate a Brera, le prime, poco più che ventenne. Come il Birichino, il Sagrestano e la Ruffiana, di cui sono presenti diverse versioni in bronzo e gesso patinato. La parte di opere più cospicua risale alla produzione parigina, dopo il 1889, quando Medardo Rosso si trasferisce nella capitale francese. Sono tante piccole teste di bambini, ma anche di donne e, splendido, il ritratto di Henru Rouart, amico, collezionista e mecenate: in gesso, bronzo e cera nera su gesso. La lunga permanenza a Parigi, se pure mette l'artista in contatto con una temperie artistica vivace e cosmopolita – conosce fra gli altri Émile Zola, Edmond de Goncourt, Edgard Degas – non gli da tutte le soddisfazioni che la sua genialità dirompente rispetto agli schemi in voga avrebbe dovuto assicurargli. Trova ostacoli, difficoltà a inserisri nel circuito artistico, anche a seguito dell'ostilità di Auguste Rodin, che lo ammira ma lo teme, forse, come rivale, e non smetterà di boicottarlo. Lascia spesso al città, viaggia a Budapest, a Vienna, a Londra, a Berlino, per partecipare a numerose mostre, collettive e personali. E anche in Italia, dove incomincia ad essere apprezzato: addirittura, il Manifesto dei pittori futuristi lo esalta come una delle più significative espressioni dell'arte italiana. E nel 1910, a Firenze, gli viene dedicata una mostra personale, la prima in italia "dell'impressionista Medardo Rosso". Nel 1922 torna infine definitivamente a Milano, ed entra sotto l'ala protettrice di Margherita Sarfatti, giornalista, critica d'arte, mecenate e collezionista. E soprattutto grande amica di Mussolini. Grazie a lei Ledardo Rosso assurge a fama e onore, con incarichi, riconoscimenti, mostre. Morirà nel 1928, in seguito alle complicazioni di una brutta ferita procuratasi maneggiandole lastre fotografiche di vetro, mentre lavorava nella sua stanza-studio al Grand Hôtel et de Milan. Il funerale è pagato dal Comune di Milano e l'artista è sepolto al Cimitero Monumentale. Sulla tomba, una sua testa di bambino, Ecce puer.

www.mostramedardorosso.it

 

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