All'Opera di Firenze, Fare musica insieme. In ricordo di Claudio Abbado

Nella sua intensa, e acclamata, vita dedicata alla musica, Claudio Abbado non è stato solo un grandissimo, appassionato artista. È stato anche un formidabile aggregatore. Di fervidi ascoltatori, certo, a volte entusiasti e devoti come fan, che lo seguivano itinerando per tutti i teatri del mondo in cui dirigeva. Ma anche di musicisti altrettanto appassionati, giovani soprattutto, con cui ha costituito più di un’orchestra per la gioia di suonare insieme.  Crescendo così centinaia di giovani talenti. Dalla European Community Youth Orchestra, creata da Abbado nel 1974, all’Orchestra filarmonica della Scala, fondata dal maestro nel 1982, quando era direttore musicale del teatro milanese, alla Gustav Mahler Jugendorkester, da lui composta nel 1986 – e intitolata al grande compositore tedesco che fu la sua passione – e da cui formò poi la Mahler Chamber Orchestra, nel 1997. Fino all’Orchestra Mozart, nel 2004: che purtroppo, per mancanza di fondi, non gli è sopravvissuta.

La settimana scorsa a Firenze, nel nuovissimo Teatro dell’Opera sede del Maggio Musicale Fiorentino, alla Stazione Leopolda, una mostra fotografica che si intitola appunto  Fare musica insieme ricorda questa grande capacità di Abbado di raccogliere attorno a sé, da tutto il mondo, i migliori interpreti del suo tempo. L'ingresso è libero, durante gli spettacoli, fino al 28 giugno.

La mostra è curata dall'esperto photo-editor Alfredo Albertone, che ha inteso rendere un omaggio al maestro e ai musicisti amici che lo hanno accompagnato in tanti anni di far musica insieme, das Zusammenmusiziren, come la chiamava Abbado. Un’attività che ha condotto il maestro e i suoi orchestrali attraverso oltre tremila occasioni di incontro, fra concerti sinfonici, di musica da camera e opere liriche, in tutto il mondo, per quasi 50 anni. Realizzata con l’apporto di Opera di Firenze/Maggio Musicale Fiorentino, di Contrasto – che ha realizzato anche il bel catalogo – e della Fondazione Claudio Abbado, la mostra racconta la lunga esperienza artistica di Abbado con oltre 200 immagini, proposte in sequenza cronologica: dagli esordi nel 1964 fino all’agosto del 2013, pochi mesi prima della scomparsa. Gli autori sono fra i grandi fotografi contemporanei. Alcuni, come Silvia Lelli e Roberto Masotti, e Marco Caselli Nirmal, famosi per le loro riprese teatrali; altri, come Gianni Berengo Gardin, Cesare Colombo, Mauro Vallinotto, Giorgio Lotti, Ugo Mulas, indiscussi autori di fotografia di reportage. Accanto a loro, le immagini di scena dagli archivi del Festival di Lucerna, del Teatro alla Scala, di Contrasto/Magnum Photos, e dalle storiche raccolte Getty e Corbis.

Nella lunga teoria di immagini, esposta in vari ambienti del foyer al piano terra del teatro, ci sono i palcoscenici e gli allestimenti, il prima e il dopo gli spettacoli, i momenti di studio della partitura e di dialogo con l’orchestra, la musica e gli applausi, le prove e le prime, la ribalta e i camerini. Ma anche i sorrisi e i momenti di concentrazione, quasi sofferti, del maestro, il suo gesto lieve ma pieno di forza, la sua capacità di coinvolgere, di aggregare, di galvanizzare allo stesso modo orchestrali e pubblico. Eccolo sul podio, giovanissimo e carismatico, con un maglione nero, nelle prime prove al Teatro alla Scala nel luglio del 1965, nella bella sequenza di Cesare Colombo; e di contro, in frac, oltre vent’anni dopo sempre alla Scala, in una serie di scatti di Lelli e Masotti. E infine, ecco il suo volto, smagrito e intenso, al concerto del 22 agosto 2013 al Festival di Lucerna, ritratto da Priska Ketterer, e subito dopo il gesto magistrale delle sue mani, mentre sembrano evocare la musica dall’aria, riprese da Marco Caselli Nirmal. E poi le immagini di gruppo, in mezzo alle “sue” orchestre. Sue non solo perché ne era stato lui l’artefice, ma anche perché, sotto la sua direzione, erano diventate grandi compagini dalla perfetta intesa corale. Eccolo quindi, fra i tanti da lui diretti, ripreso sul podio con i Wiener e i Berliner Philharmoniker, con la Lucerne festival Orchestra, con la venezuelana Orquesta Sinfónica Simón Bolivar: di fronte all’omaggio del pubblico plaudente in piedi, o nel momento di raccolto silenzio al termine dell’esecuzione, mentre si spegne l’ultima nota. Un racconto struggente, coinvolgente, per ricordare la statura artistica, e umana, del grande maestro. Di cui molti, da più di un anno, si sentono orfani.

Martine FranckCesare Colombo

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