Bologna, Biennale Foto/Industria

Nel vasto Salone di Ercole di palazzo Pepoli Campogrande a Bologna, sotto l’alta volta affrescata nel 1660 da Domenico Maria Canuti appena distinguibile nell’oscurità, scorrono le drammatiche immagini a colori di Edward Burtynsky (il fotografo canadese del quale in questi giorni è in corso a Milano una mostra sull’acqua). Nella sequenza dal titolo Paesaggio industrializzato grandi foto dai colori forti – ed orizzonti vasti, e inquadrature frontali – mostrano i luoghi dell’attività produttiva in diversi Paesi del Mondo, e come spesso molte sue procedure abbiano influito in modo devastante sull’ambiente. Con le sue immagini l’autore, semplicemente mostrando le conseguenze di queste attività sul paesaggio circostante, lancia di fatto una denuncia. Accompagnate dall’incalzante colonna sonora di Vincent Lepage compaiono cave di marmo a Carrara e in Portogallo, pozzi petroliferi in Azerbaijan, raffinerie in Canada, saline in Spagna, acciaierie in Cina, canali di irrigazione in California, cantieri per la rottamazione delle navi in Bangladesh... e poi svincoli di grandi arterie autostradali, discariche, fabbriche dismesse, montagne di scorie, fiumi di sversamenti di petrolio. Immagini a loro modo grandiose, in cui la perfezione tecnica e compositiva– come la cava di pietra in India, un enorme pozzo rettangolare con le pareti incise da gradini in spasmodica simmetria, che pare una grafica di Escher – si fa ammirare, proprio quando la realtà raffigurata spinge all’orrore.

Quella di Burtynsky è una delle 14 mostre allestite in occasione di Foto/Industria, la Biennale di fotografia dedicata al lavoro e ideata dalla bolognese Fondazione Mast, che aveva esordito via nel 2013. Questa seconda edizione della rassegna, inaugurata ieri a Bologna, unica nel pur vasto panorama italiano dei festival fotografici – e che come la prima è diretta da un curatore di altissimo livello qiale François Hébel – analizza del lavoro ogni aspetto, dalla creazione del prodotto alla distribuzione, allo smaltimento, e presenta l’attività del “produrre” nelle sue diverse fasi, che costituiscono altrettanti temi delle mostre: Post-produzione, Produzione (in cui rientra la mostra di Burtynsky), Produttori, Pausa, Prodotti. Le mostre, distribuite in tutta la città – prevalentemente in centro – e negli spazi espositivi della Fondazione Mast, sono spesso ospitate in ambienti spettacolari: luoghi d’arte sacra e profana sedi di istituzioni culturali cittadine, contenitori dalla forte personalità ma non intrusivi, in quanto lasciati in ombra, rispetto alle opere in mostra.

Così accade per le immagini dello spagnolo Pierre Gonnord, che per il tema Produttori e con il titolo (Altri) lavoratori ha ripreso, in fotografia e in video, gli ultimi minatori delle Asturie e i lavoratori agricoli a giornata di Estremadura, Andalusia e Rioja: zingari nomadi che si spostano a cavallo con le loro famiglie – donne, bambini, vecchi e giovani – e si accampano in bivacchi di fortuna ai margini delle fattorie e degli impianti estrattivi. I loro grandi, drammatici ritratti, volti seri, provati dalla fatica e anneriti dalla polvere, risaltano nella semioscurità della chiesa di S. Maria della Vita, fra tele del Settecento, argenterie sacre, soffitti dipinti e sculture, fra le quali cui il celeberrimo gruppo del Compianto sul Cristo morto, la grande terracotta quattrocentesca di Niccolò dell’Arca, uno dei tesori d’arte di Bologna.

Sono invece di Pellegrino Tibaldi e della sua bottega gli affreschi che ricoprono le pareti della Sala di Susanna a palazzo Poggi, sfondo semioscuro su cui risaltano le immagini del francese Léon Gimpel (Luci e luminarie, Prodotti). Sono piccole inquadrature realizzate nel 1921 con la tecnica dell’Autocromia, il primo procedimento di fotografia a colori inventato dai fratelli Lumière. Ed è la Ville Lumière il soggetto, raffigurata nel suo splendore notturno acceso dalle luci e dalle innovative insegne al neon: negozi, fontane, edifici, la Tour Eiffel...

Sempre per il tema Prodotti, una riscoperta per il grande pubblico. Nel Museo della Storia di Bologna, le piccole stanze bianche al piano superiore di palazzo Pepoli ospitano la mostra Nuova oggettività e industria, che presenta il lavoro di Hein Gorny. Fotografo industriale e commerciale molto noto e ricercato nella Germania degli anni Trenta – ha lavorato fra gli altri per Pelikan e Bahlsen – ma fino a oggi praticamente dimenticato, che riprende gessetti, biscotti, gomme per cancellare, bottoni per colletto e puntine da disegno con rigore da Bauhaus e attenzione compositiva quasi maniacale. La stessa precisione spasmodica negli accostamenti materici e, in questo caso, anche cromatici, si può cogliere nelle opere del cinese Hong Hao, cui è dedicata, per il tema Post-produzione, la mostra Le mie cose, Fondi allestita nelle sale del Mambo, Museo d’arte moderna di Bologna. Si tratta in realtà di collage digitali, più che di normali riprese: a partire dal 2001, per12 anni – lasso di tempo che nel pensiero tradizionale cinese costituisce il periodo di trasmigrazione in cicli di destini diversi – il fotografo ha quotidianamente scansito gli oggetti consumati quotidianamente, archiviandoli nel computer come un diario visivo... una vita trascritta dai rifiuti. Con questi file ha poi ideato grandi composizioni, in cui confezioni varie, pacchetti di sigarette, batterie, cacciaviti e infiniti oggetti fra i più disparati si incastrano perfettamente creando grandi e minuziosi mosaici.

Sempre per la serie Post-produzione, e con un approccio macro, la mostra di David la Chapelle (Land Scape) alla Pinacoteca Nazionale presenta un aspetto inedito del famoso fotografo di moda. Le sue enormi immagini, che da lontano paiono reali scenari industriali – solo virati tramite colori da luna park –, visti da vicino rivelano nei dettagli di essere costituiti da fiammiferi, cannucce, lattine di alluminio, bottiglie di plastica e cartone ritagliato e dipinto a tinte accese. L’unico elemento reale, o quasi, in questi scenari surreali sono gli sfondi, cielo e mare, che accolgono fantastiche raffinerie, distributori di benzina, centrali elettriche.

Molto reali – all’opposto – sono invece le foto che Gianni Berengo Gardin ha realizzato nella sua carriera e durante “la sua lunga frequentazione con fabbriche, aziende, laboratori” – come ricorda Giovanna Galvenzi, curatrice della mostra nella sezione Produttori – dalla fine degli anni Sessanta a oggi. Nelle sue immagini, esposte a palazzo Paltroni (Fondazione del Monte), le macchine come strumento appaiono importanti e risaltano, se non altro per dimensioni, ma sono gli operai i protagonisti in “primo piano”, con il loro impegno e la loro fatica. E il titolo della mostra, L’uomo, il lavoro, la macchina, rispecchia in pieno lo sguardo di questo fotografo (forse l’autore italiano oggi più noto) sul mondo industriale.

Anche per l’americano Neal Slavin il fattore umano è preponderante, perfino se i Produttori non sono ritratti nell’atto di coprire il ruolo ad essi affidato. Conosciuto negli anni Ottanta per aver completamente rinnovato il concetto di foto di gruppo aziendale, Slavin ha realizzato composizioni piene di carattere e non prive di ironia, in cui le maestranze sono colte in situazioni che simboleggiano, più che tecnicamente riprodurre, la loro attività. Nella mostra Ritratti di gruppo, allestita nello Spazio Carbonesi, incontriamo i redattori del New York Times, i custodi di Stonehenge, i bagnini di un parco acquatico, il personale di un albergo, i becchini di un cimitero, gli addetti di un istituto di bellezza, i broker della Borsa, i venditori di hot dog, i quasi 140 dipendenti del duca e della duchessa del Devonshire schierati sulla scalinata del palazzo...Tutti accomunati, pare, da un lieto orgoglio di appartenenza all’azienda.

Nelle stesse sale, ma per il tema Produzione, Luca Campigotto racconta nelle grandi immagini della sequenza La poesia dei giganti l’attività delle grandi navi e degli scali commerciali e di linea. Ricche di dettagli eppur scenograficamente allusive, spesso realizzate in contesti notturni che ne aumentano la drammaticità, sono state scattate fra gli anni Novanta e pochi mesi fa nei porti di Genova, Marghera, New York e nell’arsenale di Venezia: enormi chiglie, vasti magazzini, sterminate distese di container allineati, gru, che pur nella loro mostruose dimensioni fanno assumere alle immagini del nostro affermato autore una connotazione che possiamo chiamare lirica.

Ma a loro modo poetiche sono anche le immagini di O. Winston Link, di cui la mostra Norfolk and Western Raylways conclude la sezione Produzione. Qui le protagoniste sono le ultime locomotive a vapore, ritratte fra il 1955 e il 1959 con grande affetto, si direbbe, dal fotografo americano prima che scomparissero per lasciare definitivamente il posto ai motori elettrici. Sotto i soffitti di legno a cassettoni dipinti di Casa Saraceni (Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna) le enormi macchine sbuffanti ci appaiono ritratte quasi come memorie famigliari mentre scorrono nei paesaggi abitati della Virginia, sullo sfondo di cinema all’aperto, villaggi rurali, interni privati, stazioni di servizio, passaggi a livello, empori, bagnanti nelle acque di un fiume. Un modo per dire che i vecchi treni erano ormai diventati onnipresenti compagni di vita.

Infine, i tempi della Pausa, sezione rappresentata da due mostre. La prima, Office Romance (al Museo internazionale e Biblioteca della Musica,) presenta il lavoro dell’americana Kathy Ryan. Che fotografa non è – mentre però dirige da 30 anni il servizio fotografico del New York Times Magazine – ma ha voluto diventarlo: Nel momento in cui tutta la redazione del famoso quotidiano americano si è trasferita dallo storico palazzo di Times Square al nuovo edificio di Renzo Piano, Kathy Ryan ha incominciato a scattare con il sui iPhone, innamorandosene presto. Le sue immagini sono proiettate, anche qui, sotto antiche volte decorate a fresco, nella saletta al piano terra che ospita il Laboratorio musicale Mariele Ventre: nel suo percorso narrativo incontriamo scorci di grattacieli sullo sfondo di una fotocopiatrice, un mazzo di fiori su un tavolo, una taglierina, o infine una drammatica immagine della città, dietro i vetri rigati di pioggia.

Molto meno poetica l’ultima mostra della sezione, del coreano Jason Sangik Noh, presentata alla Villa delle Rose. Nemmeno lui è un fotografo, bensì un chirurgo oncologo e il suo progetto, Biografia del cancro, è qui presentato in Europa per la prima volta. Come Gianni Berengo Gardin anche Jason Sangik Noh ha scelto, per rappresentare il suo soggetto, di sottolinearne la condizione umana. E così, in questo suo diario medico per immagini ai referti scritti, ai grafici, alle strumentazioni chirurgiche, ai vetrini colorati di tessuto tumorale ha affiancato elementi della vita quotidiana dei suoi malati, ritrovando oltre il rigore scientifico uno sguardo empatico.

Infine, nei grandi spazi espositivi della Fondazione, Urs Stahel, il curatorepermanente  della collezione e della Photo Gallery Mast ha allestito altre due rassegne. La prima presenta i finalisti della IV edizione di GD4Photoart, concorso fotografico riservato a operatori under 40 e mirato all’attività di ricerca sull’immagine dell’industria, sulle trasformazioni da essa prodotte nella società e sul territorio e sul ruolo del lavoro per lo sviluppo,economico e produttivo. Accanto allo spagnolo Óscar Monzón, vincitore con il lavoro Maya, una street photography sociologica in cui reali situazioni urbane improntate al consumismo sembrano fare da sfondo a situazioni cinematografiche, sfilano gli altri tre finalisti. Lo spagnolo (ma che vive ad Amsterdam) Marc Roig Blesa con un inedito progetto narrativo per il Werker Magazine (la Rivista del lavoratore); il francese Raphaël Dallaporta, con le composizioni che hanno per soggetto le antenne radar; e gli indiani Madhuban Mitra e Manas Bhattacharya, con la ricerca sui negozi di fotocopie in India, piccoli centri di aggregazione sociale.

La seconda mostra, che conclude la rassegna ma che potrebbe benissimo aprirla, è Dall’album al libro fotografico, ovvero il ritratto che nei decenni (a partire dalla fine dell’Ottocento) l’industria italiana ha cercato di dare di sé. Attraverso 120 libri e album dalla collezione di Savina Palmieri (appassionata raccoglitrice milanese di pagine introvabili) esce una panoramica completa non solo della storia dell’industria in Italia ma anche della fotografia industriale. Dagli albori costituiti da eleganti album realizzati in poche copie, con immagini altamente ritoccate e ripulite per trasmettere un immacolato messaggio promozionale, fino ai grandi volumi fotografici realizzati dai maggiori fotografi italiani, da Ugo Mulas a Gabriele Basilico, da Aldo Ballo a Gianni Berengo Gardin. Sopra alle vetrine, che custodiscono 120 gli album e i libri, le immagini proiettate consentono di “sfogliare” i preziosi volumi. Potrebbe essere una mostra propedeutica all’intero programma di questa biennale, anche grazie al testo introduttivo di Cesare Colombo: una chiave di lettura per capire l’evoluzione del linguaggio della fotografia industriale nel nostro Paese.

Foto/Industria

Bologna, sedi diverse

Fino al 1° novembre

www.fotoindustria.it

Edward BurtynskyPierre GonnordLeon GimpelHein GornyHong HaoDavid La ChapelleGianni Berengo GardinNeal SlavinLuca CampigottoO. Winston LinkKathy RyanJason Sangik NohÓscar Mónzon

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