Cartoline da Parigi - Paris & Johnny

PARIS & JOHNNY

di Carla Diamanti

Mi sveglio prestissimo, nonostante sia sabato mattina. E nonostante il “ponte” dell’8 dicembre, sconosciuto in Francia ma impresso nel mio DNA nazionale.

Migliaia di persone mi hanno preceduto. Di più, hanno passato la notte in bianco. Sono tutti in prima lungo la rue Royale e davanti alla chiesa della Madeleine, dove questa mattina la Francia intera renderà l’ultimo omaggio a Johnny Hallyday.

Difficile raccontare lo spazio che la scomparsa di questo idolo transgenerazionale occupi sui media, per le strade, negli occhi della gente. Più facile fare la cronaca di quello che sta accadendo in questi momenti nella capitale. Da ieri treni, auto, motociclette da tutto l’Esagono hanno riversato nel centro migliaia di persone pronte a sfidare il freddo della notte per assicurarsi un posto nei pressi del colonnato ricoperto a metà da una gigantografia di “Johnny”. Tutti lo chiamano per nome, mentre mi unisco alla folla facendomi spazio fra chi ha conquistato un posto che non intende lasciare. Capelli bianchi accanto a bimbetti di pochi anni. Tutti cantano, tanti piangono. Il moto perpetuo invade la piazza, che continua a riempirsi all’inverosimile. Per raggiungere il palco con i musicisti di Hallyday, che fino alla fine della cerimonia continueranno a suonare musiche orfane della voce, bisogna passare attraverso uno dei varchi di sicurezza dove ogni borsa deve essere sottoposta a controllo.

La famiglia alla mia sinistra è arrivata ieri da Lione: padre, madre e un bambino di una decina di anni che conosce a memoria tutte le canzoni. La signora davanti, anche lei arrivata da lontano, cerca uno spiraglio per consegnare a qualcuno le sue rose da deporre ai piedi della scalinata. Ci si scambiano informazioni, ci si concentra insieme sui volti noti che cominciano ad arrivare in chiesa e che scorrono sul maxischermo. Ecco Sylvie, Marianne, Laura, Daniel. Tutti per nome, quasi amici. Sicuramente famiglia. Anni di scena e di vita che la piazza ricorda, condivide, insieme alle canzoni più note. Assomiglia a una festa, ed è sicuramente il funerale rock & roll che lui avrebbe voluto. Centodieci milioni di dischi, concerti, spettacoli, storia. Johnny è un tatuaggio sul cuore di un popolo. Que je t’aime, que je t’aime, que je t’aime. Lo ricorderà anche l’omelia, riassumendo così il sentimento che accomuna non soltanto il milione di persone che si sono riversate stamattina a Parigi.

Ci hanno raccontato dei cinquecento bikers selezionati in tutto il Paese per fare da corteo d’onore al feretro una volta che sarà arrivato all’Étoile. Ci hanno mostrato le immagini di Johnny sulla sua Harley Davidson blu, quella che è lì per salutarlo un’ultima volta all’uscita dalla chiesa. Ci hanno anticipato il discorso del presidente Macron e delle personalità dello spettacolo che gli erano più vicine. Siamo stati avvisati che per l’evento sarebbero state chiuse strade, sistemati cecchini sui palazzi, chiuse le buche delle lettere. E abbiamo compreso che davanti ai mostri sacri nazionali spariscono anche tutti gli altri, perché un pezzo di Sting messo in sottofondo durante la pausa dei musicisti è stato sonoramente fischiato e immediatamente sostituito. On veut du Johnny” ha urlato la piazza. Johnny e basta. Uno che ha segnato epoche, raccolto consensi, accompagnato generazioni, incarnato il mito e la Francia stessa, che ha fatto trattenere il respiro e seguire passo passo l’ultima fase della sua vita, segnata dalla lotta. I suoi ritorni in patria, le sue cure per farcela, le sue ultime apparizioni in scena e poi le prime, quando traghettò oltreoceano il rock americano.

Pantaloni di pelle, braccia scoperte, guanti tagliati, pizzetto e occhi indimenticabili. Un modello che è facile riconoscere persino in uno studio medico o legale, quando sotto il camice di un professionista si vede spuntare uno dei simboli importati e sdoganati proprio da lui. Oggi in piazza ce ne sono tanti: tatuati, vestiti con giubbotto e bandana, cappello ricoperto di spillette, aria di chi conosce la strada. Tutti qui, a rendere omaggio al mito prima che parta per l’ultima volta verso l’isola di St. Barth, il suo buen retiro antillese dove amava tornare sempre più spesso.

Inutile fare paragoni oltre confine. Non va mai bene farli. Ora soprattutto, visto che la Francia è orfana. Mercoledì mattina, dopo l’annuncio dato dalla moglie Laetitia, sembrava che la gente vagasse senza meta, persa, confusa, disordinata. Le sirene di mezzogiorno che come ogni primo mercoledì del mese risuonano nella capitale per ricordare a tutti (ma soprattutto alle scolaresche) di esercitarsi all’emergenza, per una volta sembravano suonare a proposito. Un’emergenza emotiva, quasi come fosse crollata la Tour Eiffel. Inutile fare un paragone o ripercorrere decenni di storia della musica. Che fosse piaciuto o no, Hallyday è un simbolo. E come tale negli ultimi giorni ha oscurato Jean d’Ormesson, Trump e il suo spostamento della capitale israeliana a Gerusalemme, guerre, profughi o notizie meravigliose.

Non è il momento delle analisi, delle critiche, dei ricordi spiacevoli. Oggi è il momento dell’addio e soprattutto del grazie. “Merci Johnny” dice lo striscione appeso alle finestre di un palazzo. “Merci Johnny” diceva ieri con centinaia di lampadine accese la Tour Eiffel.

Grazie. Per tutti i cuori che continuerai a fare battere.

 

 

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