Il Trentofilmfestival e la montagna: divorzio vicino?

Dal 1952 si tiene a Trento a cavallo tra la fine di aprile e i primi di maggio il Festival di Trento, oggi chiamato Trentofilmfestival. Di queste 66 edizioni ne ho viste 44 e credo quindi di avere una certa esperienza per commentare la manifestazione. Certo, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta..., all'inizio era un evento molto locale anche se gli ospiti stranieri non sono mai mancati, ma pochi giornali ne parlavano oltre il confine provinciale.. per non parlare della televisione... L'evento durava sette giorni e le pellicole in celluloide si vedevano solo al vecchio Teatro Sociale. Si sono succeduti molti direttori in 66 anni e molti di questi ho avuto la fortuna di conoscerli, da Grassi a Piero Zanotto, da Emanuele Cassarà a Roberto Bombarda... Poi negli anni Novanta la prima grande svolta: il trasloco dal vecchio teatro al nuovo Auditorium S. Chiara. La modernità del luogo ha influito nella crescita dell'evento: alla rassegna dei film è stata affiancata la mostra dei libri di montagna, i giornalisti sono aumentati, il nome Trentofestival usciva finalmente dai confini nazionali. Un'altra notevole spinta in avanti l'ha procurata la direzione di Maurizio Nichetti, anche se nel contempo è iniziata ad aprirsi la forbice tra la montagna (che era prevalentemente l'alpinismo) e il cinema d'autore. Nichetti ha lanciato il festival nel panorama internazionale: gli eventi si sono moltiplicati e la stessa settimana di eventi è diventata troppo corta. I giorni da sette sono diventati dieci e i film iscritti si sono decuplicati...

Pochi giorni fa si è conclusa la 66esima edizione e il successo strepitoso si è ripetuto. Sale del cinema esaurite, pubblico in piedi, molti eventi concomitanti. Oggi chi passa qualche giorno in città deve decidere se andare al cinema, seguire una tavola rotonda o assistere alla presentazione di un libro o visitare una mostra. Alcuni eventi si incastrano, ma altri sono proprio nelle medesime ore. Il dono dell'ubiquità non l'abbiamo ancora avuto. Il festival cinematografico si è trasformato in un grande contenitore di eventi vari. Più d'uno che incontro a Trento durante la settimana mi confessa infatti che non ha avuto il tempo di vedere nessun film: tra un convegno al mattino e una tavola rotonda nel pomeriggio, resta solo la sera. Ma la sera c'è spesso la serata alpinistica al S. Chiara, con celebri ospiti internazionali, spesso con Messner.. non si può perdere.. E i film? Non si vedono più...

Anche quest'anno è andata così. E va a finire che i film, se si è giornalisti si possono vedere davanti a un bel monitor nella saletta attrezzata, sentendo il parlato in cuffia. Un passo in avanti perché in un giorno si possono vedere 10-15 film, ma non c'è più la socialità che offriva una volta il vecchio teatro quando ci si ritrovava al termine della proiezione e si commentavano a caldo le opere.

L'altro aspetto non certo nuovo, ma recente, del Trentofestival è dato del tema delle opere ammesse. Un tempo erano l'alpinismo e l'esplorazione: oltre alle montagne si vedevano le imprese astronautiche e quelle marine di Cousteau a bordo dell'indimenticabile Calypso. Oggi è ammesso il tema sociale e quindi non ti devi stupire se ti trovi come Gran Premio Città di Trento del 2018 il film Senorita Maria, la falda de la montana, di Ruben Mendoza. Il film, di 90 minuti, racconta la storia di Maria, transgender, nata ragazzo indio, discriminata dalla nascita, che vive emarginata in una baracca al limite della foresta andina che circonda un villaggio (Boavita) della Colombia. Il film è stato premiato per la storia commovente di questa persona emarginata dalla società che trova solo nella religione (che peraltro la rifiuta) e nella natura ragione di vita. Credevo d'essere uno dei pochi critici su questa scelta della giuria, ma ora leggendo altri articoli, mi sto rendendo conto che, pur in punta di piedi non sono pochi i critici oggi a eccepire. Era un film da ammettere al Festival? Secondo me no, ma nel momento in cui è stato ammesso il premio è arrivato perché la giuria giustamente si è lasciata commuovere da questa storia di grande umanità.

Ormai non mi stupisco di queste scelte e finché sarà ammesso il tema sociale con la montagna molto, molto sullo sfondo, saranno queste pellicole a essere premiate. Ma non era questa l'idea dei fondatori quando negli anni Cinquanta idearono l'evento. Anche nel recente passato il Gran Premio più volte è stato assegnato a film dove la montagna era incidentale. Ricordo quell'opera girata al seguito dei terroristi turchi del Pkk. La montagna era presente perché ospitava i loro campi di addestramento... Eppure vinse alla grande. E ci furono altri casi ancora più recenti.

Eppure il Trentofestival è e resta un evento che ha soprattutto nel suo dna l'alpinismo. La controprova sono infatti le serate alpinistiche al S. Chiara (quest'anno ben tre) sempre con il tutto esaurito. Senza dimenticare che socio fondatore del Festival insieme al Comune di Trento è il Club alpino italiano associazione nazionale che si occupa di montagna a tutto campo, ma soprattutto di alpinismo, sci alpinismo, speleologia, ciclo-escursionismo ed escursionismo.

Tornando ai film di questa edizione non ho difficoltà a dichiarare che nella saletta video ho visto solo i film di alpinismo e di arrampicata (anche perché quelli “sociali” si vedono anche negli altri festival, mentre quelli alpinistici si vedono solo qui..).

MI sono piaciuti quindi diversi film, a partire da quello che ha vinto la Genziana d'oro, premio del Cai: parlo di The dawn wall, di Peter Mortimer e Josh Lowell. Film emozionante che racconta la vita di Tommy Caldwell, dal suo rapimento in Afghanistan con l'uccisione drammatica del suo rapitore per guadagnarsi la salvezza e la libertà fino all'apoteosi dell'apertura in libera proprio della Dawn wall, parete di 915 m, ritenuta impossibile da scalare in libera, sulla maestosa parete di granito del Capitan, nello Yosemithe park. Il film racconta l'ossessione di Caldwell, i sette anni trascorsi per studiare ogni tiro della via, le centinaia di tentativi prima di raggiungere il risultato finale. Film certamente bello, ma esageratamente lungo: 100 minuti. Troppi, troppi, troppi.

Desidero poi segnalare il film su Chris Bonington (Bonington mountaineer), dedicato al celeberrimo alpinista britannico (già ne vidi uno su di lui un paio d'anni fa girato dagli italiani), poi Break on through che racconta l'incredibile impresa di una ragazza di 19 anni, Margo Hayes che, prima al mondo tra le donne, ha superato in libera una via di 9a+. Film emozionante, da vedere, anche perché racconta tutto in soli 20 minuti.

Altri film che hanno trovato in Trento la giusta risonanza e molto apprezzati dal pubblico e da noi giornalisti specializzati sono stati Finale 68, che racconta la scoperta 50 anni fa dell'arrampicata sulle rocce di Finale Ligure con le testimonianze degli alpinisti di allora, tra cui Roberto Titomanlio e Gian Luigi Vaccari, e Itaca nel sole. Cercando Gian Piero Motti. Quest'ultimo film grazie agli interventi dei vari Camanni, Gobetti, Gogna, Manera e Alberto Re riesce a tracciare e a ricostruire il pensiero e la vita del cosiddetto “Principe”, l'alpinista e scrittore torinese che aveva cercato nella roccia e nelle vie da superare l'antidoto al suo malessere, ma che purtroppo non riuscì a sconfiggere tanto che si suicidò a soli 36 anni.

Bello anche Holy mountain, nuovo film attesissimo di Reinhold Messner regista, che ricostruisce la vicenda del 1979 in cui sull'Ama Dablam, montagna sacra dell'Himalaya, un giovane Messner abbandonò la sua impresa sportiva per correre in soccorso e salvare da morte sicura Peter Hillary, figlio di Edmund, il conquistatore dell'Everest. La vicenda umana creò scalpore a quel tempo e il film ne ripercorre la vicenda anche con filmati e suoni registrati originali. Un altro film dal titolo orribile, ma interessante è stato La congenialità – the attitude of gratitude: opera che racconta la forte amicizia tra due giganti dell'alpinismo odierno: Simone Moro e Tamara Lunger: il film scopre il grande affiatamento che fa di questa coppia di alpinisti una delle cordate italiane più forti del momento, specie sugli Ottomila in inverno.

Infine Notes fron the wall. È l'ennesima spedizione degli alpinisti belgi Nicolas Favresse e Sean Villanueva O' Driscoll, questa volta impegnati alle Torri del Paine, sulla parete Regalo de Mwono. Per chi ha visto i film precedenti come Asgard jamming e China jam è un po' una ripetizione. Ma lo spirito goliardico di questi ragazzi con cui affrontano queste vie estreme su placche di granito di montagne lontane ci offre comunque quel sano buonumore che molte altre pellicole, ahimè, non riescono a trasmetterci.

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