Trento, 67° Festival della montagna: cronaca di un grande evento

Trento, 5 maggio. Si sono appena spenti i fari di questa grandiosa, splendida 67a edizione del Trentofilmfestival e sono pronto a darvi i miei commenti su questo evento che anno dopo anno sta crescendo sempre di più. Basta dare qualche numero: 127 film proiettati, 144 eventi realizzati, innumerevoli gli addetti ai lavori provenienti da tutto il mondo, tra registi, giornalisti, alpinisti, scrittori, critici, curiosi e appassionati.
Che dire di questa edizione? Ho visto decine e decine di film e devo dire che molti meritano sicuramente i più bei aggettivi, tra l’emozionante, il grandioso, lo spettacolare, l’incredibile.

Una prima selezione di film dedicata ai grandi nomi dell’alpinismo
Allora desidero cominciare a raccontarvi di alcuni film che mi hanno particolarmente colpito, legati tutti a nomi famosi: Kammerlander, Habeler, Hillary, Kennedy, Maraini.

Inizio da Manaslu, Berg der Seelen, film sulla vita di Hans Kammerlander, il grande alpinista che dopo la tragedia che lo vide protagonista (ubriaco al volante uccise anni fa un ragazzo in val Pusteria) non ha più pace e racconta come è tormentato nel suo animo per quanto ha fatto; il film coglie l’occasione per riprendere la sua ultima impresa, la salita al Manaslu, un po’ l’addio alle grandi montagne della sua vita. Ne esce un ritratto molto umano di un uomo tormentato dal dolore e dal rimorso. E a proposito di grandi alpinisti mi è piaciuto molto, anche se di formato televisivo, Peter Habeler, ich will die Welt von oben sehen, il film che racconta come Habeler, per festeggiare i suoi 75 anni vuole scalare con David Lama (appena scomparso, ahimé) la Nord dell’Eiger. Il documento, molto ben girato ci ripresenta la parete Nord per antonomasia, ci ricorda la sua storia, i suoi caduti e nel contempo ripercorre la carriera alpinistica formidabile di Habeler indimenticabile compagno di cordata di Messner sugli Ottomila senza ossigeno.
The ascent of Everest è invece un nuovo film che utilizzando materiale girato nel 1953 durante la storica spedizione britannica al Tetto del mondo, ripercorre tutte le fasi dell’impresa con diversi commenti di sir Edmund Hillary ripresi poc otempo prima della sua morte, avvenuta nel 2008. Non ho capito perché è stato realizzato solo quest’anno. Return to mount Kennedy è la storia di una impresa di oggi compiuta dai figli di Robert Kennedy e di Jim Whittaker a distanza di 50 anni dall’impresa dei lori padri. Tutto iniziò con l’assassinio del presidente Usa John: i canadesi per rendergli onore decisero di dedicargli una montagna dello Yukon, nel gruppo del S. Elia. E nel 1968 Robert, poco prima di essere pure lui assassinato, salì sulla montagna accompagnato da Jim Whittaker, il primo americano che salì sull’Everest. Il film, che alterna spezzoni d’epoca alle recenti immagini della salita dei figli, riesce a coinvolgere lo spettatore emotivamente. Io per lo meno sono stato molto colpito nel risentire i discorsi di Robert sui diritti civili ancor oggi attuali, dopo 50 anni. E veniamo a Maraini, a Fosco, per intenderci, il papà della celebre Dacia. Il film, dal titolo Fosco Maraini, il miramondo, è la ricostruzione della prima parte della sua vita, in pratica di quando era sposato con la prima moglie Topazia; quindi è escluso tutto il periodo successivo che comprende la spedizione Cai al Gasherbrum IV e il secondo matrimonio con la giapponese Mieko. Anche se alcune parti sono ricostruite con l’ausilio di due giovani attori che impersonano Fosco e Topazia, il film risulta molto gradevole e colto, ben girato in molti dei luoghi che Maraini ha visitato, abitato e studiato, in Toscana e in Sicilia.

Film alpinistici e di arrampicata
Impossibile menzionarli tutti, mi limiterò a quelli che mi hanno più impressionato. Intanto Aliento, un film che racconta come Margarita Cardoso scala a Los Dinamòs, Città del Messico, il Quien Pompò, una via di 8b. Poi Climbing the elixir, di Monica Dovarch è un interessantissimo documento girato in Sardegna, nell’Ogliastra e nel Nuorese dove due escursionisti, incontrando vari pastori anziani tra cui diversi centenari, riescono a ripercorrere antichi sentieri su e giù per le pareti grazie all’ausilio di vecchie scale in legno che utilizzavano i pastori per recuperare pecore e capre. Un gran bel documento sulla Sardegna meno conosciuta e selvaggia.
Donna fugata è il titolo del film che prende il nome dalla via aperta da Christoph Hainz sulla parete sud della Torre Trieste; l’opera riprende la ripetizione in libera (il passaggio chiave è di 8a) da parte di Sara Avoscan e Omar Genuin. Dreamland. A documentary about Maciej Berbeka è il titolo del film che ha vinto il Premio Mario Bello. Uno dei pochi film di alpinismo premiati: racconta la vicenda della famiglia polacca Berbeka funestata per due generazioni da incidenti mortali in montagna, prima alla Dent d’Herens (il nonno), poi al Broad Peak (il padre, Maciej).
Il film Fine lines raccoglie invece le testimonianze di una ventina di alpinisti che raccontano che cosa provano a rischiare la loro vita durante l’arrampicata: vi partecipano Tommy Caldwell, Alex Honnold, David Lama, Reinhold Messner, Lai Chi Wai, Maureen Beck, Angelika Rainer e altri.
L’alpinista e guida alpina Nicola Tondini è il protagonista del film Non abbiate paura di sognare (regia: Klaus Pierluigi Dell’Orto/OpenCircle); prendendo spunto dall’apertura della sua nuova via sulla Cima Scotoni Tondini si confronta con altri alpinisti come Christoph Hainz, Hansjorg Auer (scomparso poco tempo fa in Canada) e Reinhold Messner su quanto sia importante mantenere il senso dell’avventura in montagna. Altro film da ricordare dal titolo improponibile in lingua sicula è Sutt’u picu ru suli (ossia sotto il sole a picco) del regista Fabrizio Antonioli; si racconta la storia dell’alpinismo in Sicilia con la partecipazione di vari esponenti isolani e istruttori del Cai come Carmelo Ferlito, Marco Bonamini, Pietro Cipolla, ma anche di Alessandro Gogna. Una preziosa rassegna di montagne e vie, ricordando anche la figura di Robi Manfrè Scuderi.

Altri film da ricordare (non di alpinismo)
Inizio citando Beloved dell’iraniano Yaser Talebi, che ha avuto l’onore di una menzione speciale da parte della giuria. Racconta di una anziana pastora iraniana di 82 anni, Firouzeh, che passa la bella stagione in montagna con le sue mucche, sui monti Alborz in Iran. Sposa a 14 anni, mette al mondo 11 figli, ma da vecchia vive sola solo con i suoi animali a contatto con la natura, speerando sempre che qualche figlio vada a trovarla. Film pieno di sentimento, non può che suscitare simpatia per questa donna iraniana.
Della stessa tematica è In questo mondo dell’italiana Anna Kauber, documentario che racconta la vita di tante pastore – dalla ventenne a quella di 102 anni - che ancor oggi portano sugli alpeggi delle Alpi e dell’Appennino il bestiame al pascolo perché solo in montagna ci si sente liberi…
Di tutt’altro tema invece è Queen without land; la regina senza più regno per colpa del cambiamento climatico è Frost, una orsa polare che si aggira sulle isola Svalbard tra la neve e il ghiaccio che si sta drammaticamente sciogliendo. Il regista ha seguito per mesi la vita di questa splendida orsa e dei suoi cuccioli con cui gioca amorevolmente. Bello, emozionante.
Infine cito l’originalissimo Querschnitt della regista Elisa Nicoli (che avevamo conosciuto anni fa per documentari girati nelle valli occitane): parla di Maria Walcher, artista altoatesina che con il suo furgoncino gira per i paesi più sperduti dell’Alto Adige allestendo nelle piazze una sartoria mobile, coinvolgendo giovani e anziani, nonché diversi extracomunitari.
Una citazione, infine per la lezione I paesaggi del Trentino, di Annibale Salsa, già Presidente generale del Cai. Un documentario, dotto, adatto per le scuole.

I film premiati
Ho lasciato per ultimo questo argomento perché anche quest’anno è imbarazzante parlare dei film premiati. Soprattutto del Gran Premio città di Trento, il film che passerà alla storia negli annali come il film vincitore nel 2019.
Mi riferisco a La grand messe, un filmone franco-belga di 70 minuti che racconta come un popolo di camperisti francesi si accampa per giorni con i loro mezzi sul bordo della strada e sui tornanti del Col d’Izoard per poter vedere il passaggio dei ciclisti del Tour de France. Il film, adatto ai cinema delle periferie, è anche diseducativo, soprattutto nell’anno del turismo lento, perché rende omaggio a obesi personaggi in età avanzata e nemmeno simpatici che, non avendo nulla da fare nella vita, anziché dedicarsi a qualche sano sport en plein air stazionano per giorni a bordo strada a mangiare, bere e guardare la tv in attesa dello storico passaggio nei nuovi Coppi. Il film racconta la vita quotidiana di questi personaggi che alternano mangiate e bevute in pieno ozio non trasmettendo nulla se non la passione da tifosi per i ciclisti quando, finalmente, arrancando sui tornanti, affrontano la salita dello storico colle. Allucinante come si possa solo pensare di premiare un simile film al festival di Trento.
Discorso un po’ diverso per il secondo premio assoluto, quello del Club alpino italiano, assegnato a La regina di Casetta, del regista Francesco Fei. Il film in realtà non è niente male perché parla di una borgata dell’Appennino tosco-emiliano (Casetta di Tiara, Comune di Palazzuolo sul Senio, nell’alto Mugello) semi abbandonata abitata caparbiamente da una manciata di persone, tra cui una ragazzina, Gregoria, che fa la terza media. Si racconta la vita quotidiana del villaggio nelle stagioni, la difficoltà della mobilità in inverno per andare a scuola, la raccolta delle castagne, il rapporto con i coetanei e soprattutto si ribadisce il forte legame che ha l’adolescente con la propria terra che non vuole certo abbandonare per una vita più comoda in fondo valle. Il film mi è piaciuto, ma nonostante sia d’accordo che il Cai si debba occupare dei problemi della montagna e dei problemi di chi sulla montagna vive, ritengo che questo film fosse stato più adatto per un premio dato, per esempio dal Touring Club Italiano, ma non dal Club alpino. Soprattutto se si pensa a quale opera è andato il Gran Premio. In poche parole i film di alpinismo sono stati ignorati dalla giuria internazionale formata dalla francese Charlene Dinhut, dal giornalista britannico Ed Douglas, dal regista lituano Arunas Matelis, dalla regista libanese Eliane Raheb e dal giornalista italiano Giulio Sangiorgio. Io, fossi stato un giurato (e di giurie ho una certa esperienza), mi sarei battuto, piuttosto, per assegnare il Gran Premio a La regina di Casetta e il Premio Cai a uno dei più bei film di alpinismo.

Gli altri eventi
Tanti sono stati gli eventi non cinematografici che si sono succeduti nei dieci giorni di festival. Ne elenco solo alcuni per brevità, con pochi commenti. Il premio del Festival a Cesare Maestri per la carriera, il Premio di letteratura Itas (un lieto ritorno a Trento) andato fra l’altro anche a Manolo, le serate alpinistiche sempre seguitissime come quella sull’indimenticabile alpinista polacco Kukuczka con Krzysztof Wielicki e Hervé Barmasse e quella con Messner, l’incontro con Malika Ayane e il suo Marocco (nazione ospite quest’anno), i Premi Sat, tra cui quello della solidarietà dato alla guida alpina francese Benoit Ducos indagato per aver soccorso una famiglia di migranti tra cui una donna incinta, la presentazione del Sentiero Italia Cai da parte di Vincenzo Torti con la partecipazione di Teresio Valsesia, Roberto Mantovani, Stefano Ardito e altri. Ci sono poi stati dei momenti dedicati ai numerosi alpinisti scomparsi negli ultimi mesi; Daniele Nardi, Tom Ballard, David Lama, Hans Jorg Auer e Jess Roskelley. Serata finale con le premiazioni diversa dagli anni scorsi: è stata scelta come location la sede del Muse, il Museo delle Scienze di Trento con il direttore Lanzinger che ha fatto gli onori di casa e direi che è stata una gran bella cornice. Degna di un grande festival come è quello di Trento.

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