In Viaggio con Gaia. L'assalto al K2

Sono passati 65 anni da quando, il 31 luglio 1954, Lino Lacedelli e Achille Compagnoni piantarono la piccozza nella neve crostosa che copre la vetta del K2, che con i suoi 8611 è il secondo Ottomila della Terra.

Un grande risultato per l'alpinismo italiano, voluto, sostenuto, e organizzato da Ardito Desio, che mise insieme un gruppo di montanari espertissimi, tra cui spiccava il fortissimo Walter Bonatti.

Io il K2 lo ho visto dal campo di Concordia a quasi 5000 metri di altitudine, dove il ghiacciaio del Baltoro e il Godwin-Auster confluiscono dando origine alla lunga e pietrosa lingua del Baltoro. Dal campo oltre al K2 si vedono il Broad Peak e i Gasherbrum, tutti nomi che risuonano nelle pagine della storia dell'alpinismo.

L'Italia ha un legame profondo con questa montagna. Ricordo bene quando una signora, probabilmente americana, in un campo lungo il Baltoro mi disse: "Ah, sei italiano? Congratulazioni, questa è la montagna degli italiani!", quasi la avessi portata io in cima al K2 la piccozza, che per prima sventolò una piccola bandiera italiana su una delle montagne più temute della catena asiatica.

La storia del K2 è diversa da quella del suo fratello maggiore nepalese, il monte Everest. La piramide pakistana, incastonata nella catena del Karakorum, ha sempre avuto la fama di essere difficile, pericolosa, remota. E se negli anni, l'intraprendenza delle guide e dei portatori nepalesi ha fatto dell'Everest un parco giochi per uomini e donne ambiziosi di poter posare il piede sulla montagna più alta del mondo, il K2 è rimasto territorio di esplorazione per spedizioni tecniche, progetti alpinistici complessi. Un terreno più per alpinisti che per i turisti di alta quota.

Se infatti nel 2016 già 4469 persone potevano dire di aver raggiunto la cima dell'Everest, ancora nel 2018 si poteva dire che solo 367 alpinisti avevano toccato la vetta del K2. La percentuale di insuccesso nella salita del K2 è rimasta decisamente più elevata rispetto al monte Everest. Alcune anne la cima è rimasta inviolata, per esempio tra il 1986 e il 2016 ci sono stati 12 anni senza che alcun alpinista riuscisse nella impresa di salire il K2. Mentre non esiste anno senza che decine, e poi centinaia di turisti e alpinisti si siano trascinati sulle scale, issati sulle corde, annaspato nella neve, e infine superato l'Hillary Step fino a fare lo scatto di rito in cima al Sagarmatha (o monte Everest).

Ma qualcosa sta cambiando anche nel Gilgit-Baltistan. L'anno scorso ero in Pakistan e proprio a Gilgit, non lontano dall'attacco del trekking del Baltoro. Lì, Ashraf Aman, il primo alpinista pakistano a raggiungere la cima del K2 nel 1977, mi raccontò la propria esperienza e concluse con un commento detto non senza risentimento: "... ora le cose stanno cambiando, non è più alpinismo. Ora sono arrivate le guide nepalesi che mettono le corde fisse lungo tutta la salita e già quest'anno sono saliti almeno 60 alpinisti sulla cima!"

Dopo una breve ricerca in internet ho scoperto che sta andando proprio così, nel 2018 la cima è stata raggiunta da 60 alpinisti. Un record assoluto che straccia i record precedenti, che non superavano mai qualche decina di successi.

Quest'anno la montagna degli italiani si avvia ad un altro record. Secondo alcuni blog, già prima della fine di Luglio sono salite in cima alla vetta 24 persone, e la stagione non è terminata. Nell'ambiente alpinistico, questo picco di visitatori e di salite sul K2 preoccupa. No, è il timore di una elite di vedersi sottrarre un luogo che pareva essere fuori dai percorsi turistici di massa. La preoccupazione è quella dell'affollamento in un luogo fragile e non (sufficientemente) curato.

Cosa sta cambiando dunque nella valle del Baltoro? Certo, nuove guide cariche della esperienza di turismo d'alta quota di massa come in Nepal stanno rendendo l'intero itinerario più accessibile al mercato. Il turismo, in tutto il mondo è in crescita, e le montagne non sono altro che una nuova meta che un tempo era di scarso interesse per molti. In Pakistan sta crescendo moltissimo anche il turismo domestico, per decenni assolutamente non interessato alle scomodità dei deserti di alta montagna, i campi riarsi lungo le morene dei bastioni rocciosi del Karakorum.

Con questo aumenta però anche l'impatto sull'ambiente. Il costo di trasportare i propri rifiuti a valle è elevato (un costo che si paga in fatica, una fatica fatta da portatori in infradito e muli trascinati su per sentieri polverosi sotto un sole o un gelo inclementi). Quindi molti rifiuti vengono abbandonati lungo il tragitto, il ghiacciaio li terrà con se, e il turista, nella faticosa marcia indietro non si volta per controllare che fine fanno lattine, scatole e bottiglie di plastica. Non è affar suo.

Sono stato a Skardu nel 2013 e poi ancora nel 2018. Sull'imponente forte che sovrasta il fiume Indo, il primo anno ci salii da solo. Lo ricordo vuoto, in rovina, magnificamente posizionato sulla città e sul fiume. Nel 2018 incontrai molti turisti pakistani, famiglie e coppie, amici, molti dei quali con pacchetti di biscotti o patatine o caramelle, i cui involucri di plastica luccicante finivano immancabilmente tra gli antichi contrafforti del forte. Il vento sollevava testimonianze plastiche di molte altre visite. Il degrado incombe tanto a Skardu quanto lungo il trekking del Baltoro, nei campi, e sulla cima del K2, che fino ad ora non è stata ricoperta di bandierine, adesivi come sull'Everest.

La montagna degli italiani è dunque a rischio di diventare il secondo parco giochi d'alta quota, seguendo un percorso simile a quello del Khumbu in Nepal. Per ora gli italiani sono rimasti attivi, a difesa della loro montagna. Ogni anno l'Ev-K2-CNR, con il supporto di Moncler, trasporta a valle tonnellate di materiale abbandonato da distratte spedizioni internazionali. Ma questo potrebbe durare ancora poco, se dovessero finire le sponsorizzazioni per la pulizia del Baltoro.

In Nepal sono state introdotte molte pratiche per limitare l'impatto delle masse di turisti che ogni anno si riversano lungo le valli himalayane come in uno stadio. In Pakistan il turismo sta procedendo molto più velocemente della coscienza del valore di un ambiente pulito, rispettato. 

 

 

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