NELLA CULLA DEL KARATE AL TEMPO DEL CORONA

TOKYO. Senza infrangere la legge (i dispositivi sanitari del governo giapponese sono stati inizialmente blandi e graduati nelle disposizioni restrittive) ho potuto, seppur brevemente, visitare Okinawa per la prima volta. E’ stata una toccata e fuga, pochi giorni prima che l`isola fosse chiusa ai visitatori. Erano anni che desideravo fare questo viaggio, per questo non ho rinunciato, rimandandolo a tempi migliori, all` invito di soggiornare in un grande albergo dell`isola, il Ritz Cartlon, uno dei quattro che la catena americana possiede in Giappone.

    

 

La mia gita nella capitale del leggendario arciplelago delle Ryukyu -che si raggiunge, da Tokyo, in due ore e mezzo di aereo-è stata meno entusiasmante e fertile di sensazioni di come avrei desiderato. L’atmosfera era quella, sospesa, dei tempi poco felici, angosciati. Sono comunque riuscito farmi un`idea di Okinawa,-non delle sue isolette di fiaba viste in fotografia,- che mi era stata descritta come molto segnata da un turismo super organizzato nazional familiare, aggravato (fino a poco fa) da orde di visitatori cinesi. Autobus gremiti di T shirts sudate, berretti da baseball alla rovescia, bandierine con attaccata guida turistica, ciabatte, passeggini, souvenirs, creme, occhiali da sole, orridi “cibi da strada”, eccetera, tanto per intenderci. Spiegabilmente non ho visto niente di tutto questo. Presenze poche e sobrie. I turisti? In maggioranza giapponesi, eleganti, sfuggiti dalle grandi citta`con prole beneducata.

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L`isola di Okinawa, una striscia di terra lunga poco piu`di cento chilometri e larga mediamente undici, è la quinta, in ordine di grandezza e di popolazione (1200 kmq, un milione quattrocentomila abitanti) dell`arcipelago nipponico. Fa, a sua volta, parte di un arciplelago di centosessanta isole alcune delle quali-mi dicono- di grande e  preservata bellezza naturale. Il clima è quasi tropicale. A fine Marzo, non ho trovato un tempo bellissimo, ma il sole, quando c`era, scottava e ho potuto anche tuffarmi nelle  tonificanti onde del mar della Cina Orientale.

Teatro di un`atroce battaglia, durata ottanta giorni, per contrastare lo sbarco americano - Okinawa, restituita alla sovranita`giapponese nel 1972, ospita ancora, in una quindicina di basi Usa, distribuite in vari punti del suo territorio, ventiseimila militari, tra cui molti marines. La vista di ragazzoni (e ragazzone) yankee in libera uscita e in abiti civili che affollavano i baretti e le steakhouses di Naha, il capoluogo, prima era cosa di tutti i giorni. Non durante la mia visita però : il coronavirus, ha ” consegnato in caserma” le truppe americane con ulteriore perdita per la movida isolana solitamente molto animata da giovani turisti.

    

Rifugiato tra le mura del Ritz-Cartlon, sito nella baia di Nago a meta`dell`isola, ho fatto poche puntate nei dintorni per vedere quel che resta delle vestigia del passato.

Resta, ahime`, molto poco del florido e pacifico reame di Ryukyu, retto per secoli da sovrani miti e indipendenti, che era tributario dell’Impero Cinese, ma altresi molto strategico come trait d`union commercial-politico-culturale tra Cina e Giappone. Una fragile indipendenza che duro` fino ai primi anni del Seicento quando l`arcipelago fu invaso dai samurai del feudo di Satsuma nel Kyushu. Questi imposero la loro legge ,ma  mantenennero la struttura politica e amministrativa del regno. Fu soltanto alla fine dell`Ottocento che, con la rivoluzione Mejij e la fine del potere dei clan feudali, il regno-arcipelago fu annesso  al  Giappone moderno, divenendone una prefettura. Il re fu licenziato e mandato a vivere a Tokyo.

      

Ma popolazione di Okinawa non si è mai completamente omologata. Gli isolani, che hanno subito occupazioni e una sanguinosissima guerra, amano chiamarsi orgogliosamente ”uchinachu” cioe`”gente del mare” per distinguersi dal resto dei giapponesi. Sono fieri delle loro tradizioni culturali, musicali e gastronomiche, oggi molto apprezzate in tutto il paese e particolarmente del loro export piu`famoso: il karate. Questa forma di arte marziale (come quasi tutto in Asia, di antica derivazione cinese) si è, infatti, formata e tramandata, come una conoscenza esoterica, durante i secoli, proprio ad Okinawa per poi essere introdotta in Giappone da grandi maestri dell`isola e divenire, negli anni Venti del secolo scorso, uno sport nipponico che si e`,diffuso nel mondo.

 

Parlando di tradizioni di Okinawa, debbo dire che sono quelle gastronomiche che ho potuto approfondire durante la mia breve visita. Complici gli chefs del Ritz Cartlon-una sorta di elegante castello moderno costruito non lontano dal mare nel cuore di un campo da golf utilizzando la bella pietra calcarea dell`isola, stile e materiali che ricordano la scomparsa reggia dei sovrani delle Rykyu, a Shuri-ho potuto fare molte deliziose esperienze. A cominciare dalla scoperta delle sapidissime carni del maialetto nero indigeno, l`Agu, vera prelibatezza porcina, servita in vari modi, che ho particolarmente apprezzato nello shabu-shabu dello chef isolano Nakayama. La deliziosa fonduta è stata accompagnata da vegetali a me sconosciuti e interessantissimi come la goya, una sorta di melone-cetriolo amaro e da un potente alcolico locale l`Awamori, un distillato di riso la cui produzione ha origine nel Quattrocento. La tecnica pervenne alle distillerie isolane dalla Tailandia (che allora era il regno di Ayuttaya) quando Okinawa era un grande porto di mare e di scambi tra il Sud Est asiatico la Cina e il Giappone.

    

E per finire-dulcis in fundo- con le straordinarie invenzioni-fusioni dello chef italiano Alberto Cuzzit, veterano di grandi ristoranti nel mondo, un giovane trevisano affascinato dalla cucina giapponese e dalla grande qualita`dei prodotti animali e vegetali dell’isola. Il simpatico Cuzzit ci ha viziato con un pranzo da otto portate annaffiato da vini accuratamente scelti e perfetti nell’abbinamento. Tutti, ovviamente, made in Italy.

 

 

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